AIMEE MANN/ “Mental Illness”: cartoline da un luogo di reclusione esistenziale

- Alessandro Berni

Ironia, nostalgia, malattia: nessuno come la splendida Aimee Mann sa indagare i luoghi del conflitto interiore con un sorriso. Lo dimostra il nuovo disco. di ALESSANDRO BERNI

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Aimee Mann, foto promozionale

Goose Snow Cone fornisce mappa e paradigma del disco.  Tappeto acustico apparecchiato dalla chitarra, soffio percussivo leggero, archi da sogni infranti, il tono vocale limpido che ricama e si produce nella magnetica pantomima di una nostalgia cronica.  Il nuovo album di Aimee Mann “Mental Illness” si apre così.  Orgogliosamente programmatico con una punta di provocazione.
Lei ci aveva avvertito con due mesi d’anticipo.  “Un amico mi aveva chiesto di cosa avrebbe parlato il disco, al che ho risposto ‘Oh, naturalmente le mie solite canzoni che trattano di tare mentali’, buttandola un po’ sullo scherzo.  Allora un altro amico, proprio in tono scherzoso, mi ha detto che forse avrei dovuto chiamarlo davvero Mental Illness.”

Etichettata dai più come cantautrice melanconica e depressiva, la singer songwriter virginiana sfida lo stereotipo che negli anni è diventato elemento identificativo di una cifra artistica, cavalcandolo e ideando le canzoni più tristi e malinconiche che da lei sia lecito attendersi.   

E lo fa dando vita a un album di ballate di tenore acustico, con le più intime e belle melodie rilasciate dai tempi del capolavoro storico “Bachelor no. 2”.  Cambia l’impostazione sonora adottata da molti dischi a questa parte.  I synth analogici che infiammavano “Lost in Space” e l’alternanza elettro/acustica del variegato “@#%&*! Smilers”, il tono più rilassato del power pop di “Charmer”, lasciano il testimone a un nucleo sonoro di sole chitarre e pianoforte, accompagnati da percussioni e bassi discreti con i soli archi (in quartetto o in mini-ensemble) in fase di arricchimento.
Ne risultano canzoni dalla forte impronta malinconica ed esistenziale che a tratti dissimulano un’anima ironica.  Certi giochi di parole ed accostamenti escono volutamente esagerati e paradossali, forse per questo il contrasto tra le atmosfere cariche e suggestive e l’immaginario evocato ne risulta ancora più avvincente.

L’ossatura è fornita da alcuni suoi collaboratori storici, Paul Bryan basso e produzione, Jay Bellerose batteria e percussioni, Jamie Edwards al piano, raddoppi chitarristici di Jonathan Coulton, cori di quel Ted Leo con il quale in anni recenti ha condiviso il side project The Both.

Stuck in The Past ripropone il leit motiv (spesso presente nella scaletta degli album) del folk-waltz chitarristico in minore che in questo disco viene suturato dalla presenza graziosa e confortevole di cori liquidi (“tanti oooh tipici dell’easy listening vecchio stile”) che trasfigurano la malinconia in una nota più alta.  E’ un umore che torna più avanti in Philly Sinks e che trova la sua apoteosi nell’ancora più bella e delicata You Never Loved Me con una Mann che riempie spazio e atmosfera di un senso musicale antico e senza tempo.
Rollercoasters fa il suo con il classico refrain “specialità della casa” che tocca corde profonde, mentre Lies of Summer fa levitare il senso di insostenibile fragilità intorno a un umore danzante.  I cori alti e riverberati tornano ad incorniciare la disillusione in salsa hollywoodiana del secondo singolo Patient Zero.  Variazione in minore, archi scivolosi, colori portano la musica in un limbo tra sorriso e dolceamaro, così come nel lieve passo di danza Good for Me e nel canto ramingo di una Knock it Off che funziona quasi come una Save Me con un surplus di disincanto.

E’ in definitiva un disco che – ispirato da quel modo tutto giornalistico di incasellare l’artista – innalza a livelli di raffinata eccentricità il Mann-pensiero.  Spleen taumaturgico, cartoline spedite da un luogo di reclusione esistenziale, labilità del confine tra compassione e ironia.  
Il suo punto più alto è una Simple Fix che ruba letteralmente la scena.  L’incedere risoluto ma tenero di basso e batteria, la scia di archi sognanti che crescono e vanno in marcatura stretta, un piano tra l’architettonico e il flou, il sussurro suadente e crudele della Mann nel refrain.  Una magia folk-baroque di quattro minuti che va a collocarsi tra i capolavori di una carriera in compagnia delle varie Deathly, Red Vines, The Great Beyond e The Moth.
La bella chiusura affidata alla ballad piano/archi Poor Judge svolge il ruolo di sigla finale, un congedo che sembra accarezzare le inconciliabilità insanabili del testo, grazie a violini guizzanti che suonano come un invito a rialzarsi e riprendere il cammino.

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