TONY BANKS/ “Five”: l’ex Genesis torna a sfidare la musica classica

L’irriducibile “Innominato” della musica si libera della coperta di Linus di orchestra, direttori e arrangiatori per andare in trincea come arrangiatore aggiunto. ALESSANDRO BERNI

06.03.2018 - Alessandro Berni
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Tony Banks

C’è un fatto che risalta in maniera evidente al primo ascolto della nuova lunga composizione di Tony Banks.  L’esposizione – più o meno consapevole – in prima persona.  Innanzitutto come musicista che – riportando in primo piano il metodo del compositore rock appassionato di riferimenti colti – supervisiona e interagisce con gli altri esecutori della propria creazione.  In secondo luogo a livello più strettamente personale, il voler mostrarsi anche umanamente, come persona che si coinvolge senza riserve esponendosi al giudizio di seguaci e addetti ai lavori. 

L’irriducibile “Innominato” della musica si libera della coperta di Linus di orchestra, direttori e arrangiatori per andare in trincea come arrangiatore aggiunto che detta e sorveglia le scelte degli esecutori e, agendo in primis lui stesso come esecutore, si ricongiunge con la sua natura più intima e profonda di musicista rock.  In trincea, o meglio ponendosi nell’ipotetica linea mediana di un’ideale scena con il proprio pianoforte come accadeva un tempo – in uno dei più straordinari tour dei Genesis di sempre (“The Mama Tour” del 1984) – quando la musica del gruppo prendeva forma, sostanza e visione in una sfida sonora all’ultimo sangue ingaggiata da Banks (al centro del palco tra piano, synth analogici e primi digitali) con le batterie di Phil Collins e Chester Thompson che lo circondavano su ciascun lato dell’azione scenica.

 

 

I cinque movimenti di “Five” sono la ricomposizione “a ritroso” di un enigma cifrato forse frutto del subconscio (il titolo rispecchia una numerazione discendente di questi classical album,  dopo “Seven” del 2004 e “Six” del 2012”), dove Banks sperimenta il metodo della presenza “dalla stanza accanto” come un protagonista misterioso, un direttore aggiunto, un attore/regista pronto all’entrata di schianto in scena.  Il grande colpo d’occhio è il brano offerto in anteprima da qualche settimana in rete, Prelude To a Million Years.  Le riprese in primo piano e in campo lungo su orchestrali e direttore, si miscelano con il giusto tocco di drammaticità agli svariati momenti in cui l’obiettivo viene puntato su Banks, che tesse le trame portanti della composizione a creare un corpo unico, un insieme coerente e armonico con l’ensemble dei musicisti.  Una sinergia audio-visiva che cattura l’immaginario, ma che nasce in realtà da un abile assemblaggio delle componenti.  Banks registra prima le tracce di pianoforte sulle quali viene aggiunta – in un lavoro di costruzione e limatura con il direttore Nick Ingman e la Czech National Synphony Orchestra and Choir – la rielaborazione di temi e controtemi ideati dal grande tastierista nel proprio studio con piano e string-synth.  Il risultato è – forse per la prima volta nell’ambito delle sue esperienze di stampo classico – un susseguirsi di quadri dove la miscela di spunti e arrangiamenti si amalgama con gli intendimenti  sonori originari dell’autore.  La trasposizione del suo “tastierismo” singolare nell’estensione propria dell’orchestra.

Così la citata Prelude To a Million Years – ricentrando la trance agonistica di strati e substrati armonici che caratterizzavano i synth analogici dello strumentale electro-rock Thirty Three’s (1983) – offre una solida base di partenza dove tra alti, bassi e fasi interlocutorie, Banks riaggancia a più riprese l’antica spinta verso un ideale vivo di musica totale, qualcosa che stupisce per energia e dedizione in questo suo oggi alla soglia delle sessantotto primavere.  Una finalità ridefinita nel “costruire immagini quasi tridimensionali tra suono e musica”.

 Ho preso questo titolo da un artista grafico americano Lynd Ward che ha scritto una serie di storie tra gli anni’30 e gli anni ‘60, chiamate “Storie Senza Parole” … e una era intitolata proprio “Prelude To A Million Years”, mi sembrava un bel modo d’iniziare.  L’idea del tempo e del suo scorrere, e poi anche perché è un vero e proprio preludio, ha un sentore mattutino”.

 

Il resto è ben bilanciato tra momenti più rilassati e ascesi musicali, talora alternate tra loro come in una Reveille che nella sua matassa turbolenta riporta alla luce le progressioni concentriche di The Lamb Lies Down on Broadway, o nella melodia limpida e fascinosa di Autumn Sonata

E se non c’è granché di cui entusiasmarsi per una Ebb and Flow che non riesce a trovare una direzione definita, Banks cala con Renaissance quello che forse è il vertice di tutta la sua avventura in territorio classico, sciorinando il miglior tentativo di unione ideale tra retroterra rock e suggestioni antiche.  La percezione è quella di una opera di dissodamento del terreno durata anni, l’impatto quello di un trasparente flusso sonoro di variazioni, ora graduali ora temerarie.  Al progredire dimensionale degli archi, si sovrappongono cori che evocano la purezza del Mellotron e il pianoforte Steinway di Banks che sul finale stacca successioni di accordi che riportano ad An Island In The Darkness, suo ultimo colpo da maestro in territorio rock.

 

 

Il lavoro è stato presentato a sorpresa in un “listening party” in diretta Facebook nel tardo pomerggio del 23 febbraio (suo giorno di uscita), regalando l’impatto visivo di una performance in real time mondiale, con il già noto Prelude To a Million Years in apertura e a seguire la rappresentazione di ogni brano presente su disco nell’identico ordine in scaletta (tanto da far pensare ad una futura edizione speciale CD/DVD del lavoro).  Direttore, orchestra al completo e il pianoforte Steinway di Banks (quello che era possibile ascoltare nella storica intro di Firth of Fifth tanto per capirci), a formare un anello di congiunzione con le registrazioni da studio dei Genesis anni ’70.  Una memoria ricomposta in una diretta illusoria ma pulsante di vibrazioni audacemente presenti.      

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