Shostakovich/ “Una Lady Macbeth del distretto di Mzensk”: sangue e orgasmo

- Giuseppe Pennisi

Il San Carlo di Napoli merita di essere congratulato per avere portato in Italia l’allestimento, nato ad Amseterdam, di Una Lady Macbeth del distretto di Mzensk. GIUSEPPE PENNISI

Lady-Macbeth_cs
Foto Luciano Romano

Il San Carlo di Napoli merita di essere congratulato per avere portato in Italia l’allestimento, nato ad Amseterdam, di Una Lady Macbeth del distretto di Mzensk di Dmitri Shostakovich. Un allestimento crudo e violento, fatto di sangue ed orgasmo, che ha destato, come era prevedibile, polemiche e contrasti ma che meglio di altri rispecchia lo spirito del lavoro. Un’opera di rara esecuzione in Italia anche a ragione del grande organico orchestrale e vocale che richiede ma che negli ultimi quindici anni ho avuto la fortuna di vedere del vivo in due differenti Festival Maggio Musicale Fiorentino, al Festival delle Notte Bianche a  San Pietroburgo ed al Festival di Salisburgo con bacchette come Chung, Bichkov, Giergiev, e Jansons – ciascuna delle quali ha dato un proprio taglio personale al lavoro. In effetti, è un’opera più da Festival che da ‘stagione’ o da repertorio. Un motivo in più per lodare il San Carlo, dove Una Lady Macbeth del distretto di Mzensk si vista solo due volte, nel 1964 e nel 2000.

Parlai dell’opera su questa testata l’estate scorsa in una corrispondenza da Salisburgo. In breve, messa all’indice da Stalin in persona nel 1936, nonostante l’ancor giovane Dmitri Shostakovich fosse quasi il “compositore di corte” della Mosca dell’epoca, è forse il dramma in musica con più sesso e violenza estrema della prima metà del Novecento. Supera la stessa Lulu di Berg che è schiettamente erotica (ma non sessuale). 

La Lady di Shostakovich, tratta da un racconto breve di Nicolai Leskov, è tutta sesso e sangue. Il compositore aveva tra i 25 ed i 27 anni quando adattò, in gran parte di proprio pugno, il racconto e lo mise in musica; da pochi mesi si era sposato con Nina Varzar, con cui già da diversi anni aveva un rapporto fortemente passionale. Nel difendersi dalle accuse, che portarono al ritiro dalle scene ed al rimaneggiamento sostanziale dell’opera (decenni più tardi), sostenne che il lavoro non tratta della degenerazione dell’amore in violenti, rapporti puramente sessuali ma della natura stessa dell’amore che, “frustrato dalle condizioni esteriori della vita”, deve giungere a “farsi spazio con l’omicidio”. Occorre dire che il racconto di Leskov, improntato ad un naturalismo di fine ottocento, è ancora più trucido: include l’omicidio, da parte della protagonista e del suo amante, anche di un bambino di dodici per una questione di eredità dei (già assassinati) suocero e marito.

La protagonista, Katerina Ismailova, ha sposato un mercante e possidente locale, ma, nella noia della provincia, è concupita dal vecchio suocero e trova sempre più inutile il marito il quale sembra essere impotente. Cade nelle braccia dell’operaio Sergej. Con quest’ultimo uccide dapprima il suocero e poi il marito. I due finiscono, come è d’uopo, all’ergastolo in Siberia. Nel viaggio verso la colonia penale, un nuovo ménage à trois: Sergej, Katerina ed un’altra ergastolana, Sonetka, di cui l’operaio si è invaghito. Katerina la uccide, e si uccide, gettandosi con lei in un  lago quando si accorge che Sonetka è la preferita e Sergej giunge a truffarla di un paio di calze. In effetti, Katerina è l’unico personaggio analizzato a tutto tondo e sostanzialmente positivo; gli altri sono poco più che caratterizzazioni della società borghese che Lenin e Stalin volevano distruggere. In diversi momenti, la musica è pervasa da ironia proprio nei confronti della borghesia. Shostakovich chiamava il lavoro ‘tragedia-satira’; in effetti, è una ‘tragedia’ (se non altro per il numero di omicidi in scena) ma è anche una ‘satira’ nei confronti del ceto sociale che lo stesso compositore, da buon comunista, disprezzava , pur amando lo champagne (russo) e gli abiti eleganti.

L’ira di Stalin non cadeva sulla vicenda, né sul libretto quanto mai esplicito (per il teatro in musica degli anni trenta). Il racconto era già stato oggetto di un film di successo, perfettamente accettato dal ‘regime’ L’ira era con la partitura, chiamata “caos non musica”. Scrittura difficile, che richiede un grande organico ed è intrisa del linguaggio del Novecento allora più moderno, incluso il jazz di cui Shostakovich era un grande culture; la musica accentua il sesso ed il sangue con la ferocia degli ottoni (chiamati a sottolineare gli amplessi) e l’arditezza delle soluzioni timbriche. Utilizza richiami a canti e cori popolari nonché alla “musica futurista” russa che aveva appassionati  in quegli anni prima di essere schiacciata dalla stalinismo. Richiede un enorme organico orchestrale, diciotto solisti in venti ruoli, un grande coro e frequenti cambiamenti di scene. Richiede soprattutto una direzione incalzante, veloce, a volte ruvida ma pronta al tempo stesso a scivolare in afflati lirici negli intermezzi.

A Napoli , la regia di Martin Kušej, uno dei più noti registi austriaci, la scena essenzialmente unica, di Martin Zehetgruber ed i costumi contemporanei di Heider Keister pongono l’accento sulla tragedia (una tragedia di sesso e sangue) più che sulla satira. La scena unica è una teca trasparente che diventa di volta in volta la magione degli Ismailov e vari locali del palazzetto, la fabbrica, la caserma della polizia e numerosi esterni, grazie a rapidi siparietti e veloci cambiamenti di attrezzeria. L’azione drammatica è diretta con grande abilità e con enfasi sui giochi quasi ginnici di corpi (spesso seminudi). Sia per la lingua sia per la destrezza fisica il coro maschile del Mariinskij di San Pietroburgo (guidato da Andrei Petrenko) è stato chiamato a dare man forte a quello del San Carlo(diretto da Marco Faelli). I quattro atti sono stati divisi in due parti, con i più lunghi primo e secondo atto nella prima parte ed i più brevi terzo e quarto nella seconda. Ciò ha fornito una maggiore coerenza drammaturgica rispetto ad altre produzioni, ma un certo squilibrio tre le due ore della prima parte e poco più di un’ora nella seconda.

Jurai Valcuha dirige con grande perizia l’orchestra del San Carlo. A differenza di altri concertatori che ho ascoltato dal vivo dirigere Una Lady Macbeth del distretto di Mzensk , all’orgasmo ed al sangue (che non manca) aggiunge un elemento lirico di pietas per gli sfortunati protagonisti. La sera che ho visto ed ascoltato l’opera la protagonista Katerina era interpretata da Elena Mikhailenko, un soprano drammatico di grande livello, con un volume wagneriano tale da avvolgere platea e palchi del San Carlo, un fraseggio perfetto, ed in grado di sostenere a lungo gli acuti e di recitare con abilità. Il suo Sergej era Ladislav Elgr, un tenore boemo dal timbro leggermente brunito, meno squillante di quello, ad esempio, di Brandon Jovanovich che la scorsa estate ha interpretato il ruolo a Salisburgo, Dmitry Ulyanov è un baritono di grande scuola, nel ruolo di Boris, il libidinoso suocero; ha interpretato più volte questa parte e sa darle un tocco di malignità. Ludovit Kudha è Zinovi, suo figlio e marito di Katarina; un bravo tenore lirico che incarna bene un impotente. Nonostante appiana solo al quarto atto merita una menzione  Julia Gertseva, sensuale amante di Sergej sulla via della Siberia ed ultima vittima di Katarina. Bravi tutti gli altri.

Grande meritato successo.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori