WAGNER/ “L’Olandese volante”: la tragedia di non poter morire

A Firenze L’Olandese volante di Richard Wagner

17.01.2019 - Giuseppe Pennisi
olandese Michele Monasta
Foto di Michele Monasta

Der Fliegende Holländer è, tra le opere di Richard Wagner, quella più rappresentata in Italia; se ne contano oltre 90 allestimenti di cui 20 nel periodo 1877 (prima italiana di Lohengrin) ed il 1949 e circa 70 dopo il 1950. Nell’anno “par excellence” delle celebrazioni verdiane – la stagione 2000-2001- se ne videro ed ascoltarono addirittura tre allestimenti in otto dei maggiori teatri lirici italiani. Le ragioni sono molteplici: è relativamente breve (due ore e mezza di musica), ha un impianto weberiano “a numeri chiusi” (otto principali, suddivisi in un totale di 22, intermezzi compresi) su una struttura abbastanza simile a quella dei melodrammi italiani, non richiede una messa in scena complessa – tanto che sta prendendo la prassi di eseguirla, come desiderato da Wagner, come atto unico in cui i cambi scena vengono accompagnati dagli interludi.

 Per il vostro chroniqueur, Holländer ha un significato particolare: è il primo spettacolo lirico a cui assisté, poco più che bambino, nel 1954, quando si usava ancora intitolarlo Il Vascello Fantasma. Dirigeva il mitico Karl Böm, cantavano Leonie Rysanek e Hans Hopf: l’allestimento (di Camillo Parravicini), in tre atti, era tanto tradizionale (con fiordi e navi di cartapesta, tempeste ed apoteosi finale) da restare indelebile nella memoria di un dodicenne. Naturalmente, Holländerè molto di più di quanto non paia nella vulgata popolare: ha in nuce tutto il Wagner del futuro – dal flusso orchestrale ininterrotto all’afflato cosmico, all’estraneità dei protagonisti dal mondo circostante, al percorso davvero satanico, ove non fragorosamente osceno, per giungere a quell’Erlösung” (“Redenzione”) con cui il Maestro chiuderà l’ultima nota di Parsifal. Il personaggio Holländer è l’archetipo di Tannhauser, Lohengrin, Siegfried, Franz von Stolzing, Tristan e Amfortas in Parsifal , ossia un po’ di tutti coloro che sono o si sentono “differenti” rispetto al mondo circostante (visti con le lenti quadrate indossate dal Wagner iconografico di gran parte dei ritratti).

A Firenze, dove dal 1939 ci sono state solo quattro produzioni – l’ultima nel 1993 in forma di concerto – Holländer è quasi una rarità. Questa quinta produzione non solo merita un viaggio – domenica 13 gennaio il teatro era stracolmo e nel viale c’erano  bus turistici provenienti da tutta la Toscana- ma è al tempo stesso innovativa ed esemplare; merita un DC ed un DVD e, soprattutto, di essere noleggiata da altri teatri.

In primo luogo, il maestro concertatore Fabio Luisi ed il regista, lo scozzese Paul Curran, hanno messo l’accento sulla chiave interpretativa giusta: Holländer non è una leggenda ‘marinara’ ma un lavoro spirituale. Non mancano i fiordi, le tempeste e gli effetti speciali (grazie alle belle scene di Severio Santoliquido, ai sobri costumi di Gabriella Ingram ed ai video di Otto Driscoli) ma il nodo di fondo è la condanna a non poter morire. E’ questo un tema profondo non solo della filosofia scolastica ma di tutta la poetica wagneriana: da questa che considerava la sua prima opera, avendo ripudiato le tre precedenti in quanto le giudicava ‘errori giovanili’ alla sua ultima quel Parsifal in cui Kundry è ‘condannata a non morire’ poiché ha riso sul volto di Cristo mentre saliva al Golgota ed in cui Anfortas invoca la morte perché cessino le sue sofferenze ma può averla solo quando è ‘redento’.

La regia, le scene , i video e la recitazione mostrano a pieno questo contenuto spirituale e Luisi trascina l’orchestra in un afflato quasi mistico sino al cromatismo finale aggiunto da Wagner, ormai anziano, molti anni dopo la prima esecuzione a Dresda. La concertazione di Luisi ricorda quella del mai troppo compianto Giuseppe Sinopoli (musicista, medico, archeologo ed anche filosofo) in una registrazione del 1998. In questi ultimi anni, pochi sono arrivati a rendere così bene i più intrinseci contenuti musicali di Holländer.

Occorre dire che Luisi e Curran avevano a disposizione un cast di tutto rispetto. L’ottimo coro del Maggio Musicale Fiorentino, diretto da Lorenzo Fratini, è stato ampliato con il Coro Ars Lirica di Pisa, guidato da Marco Bargagna. L’acustica del teatro è eccellente; gli spettatori veniva avvolti durante gli interventi corali.

Senta era Marjorie Owens. Da anni interpreta questo ruolo al Metropolitan di New York ma credo sia la prima volta che lo canta in Italia: un registro vastissimo, un volume impressionante, un fraseggio perfetto, con Do e Sì naturali che hanno entusiasmato il pubblico. L’Olandese era Thomas Gazheli. solido e con grande esperienza nel ruolo, da sottolineare la sua lunga e tormentata aria iniziale- Mikhail Petrenko era un Daland accattivante ed anche ironico. Una scoperta il giovane tenore austriaco Berhhard Berchtold nel ruolo di Erik: emissione chiara e trasparente, timbro molto bello ed un volume generoso.

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