NO I TALEBANI NO!/ “Viaggio a Kandahar”, un omaggio alle donne afghane

- Gianni Foresti

“Viaggio a Kandahar” è un film del 2001, duro, ma reale, che esprime un dolore lacerante. Ma rende omaggio al coraggio e alla speranza delle donne afghane

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Una scena del film (Foto dal web)

Ronaldo è andato al Manchester Utd, Messi al Psg, Lukaku al Chelsea, Mbappé forse andrà a Madrid. I campionati sono iniziati con questi traslochi, ma nei vari campi di calcio non ho visto nessuno inginocchiarsi per il black lives matter come è accaduto agli Europei. Tutto marketing e slogan. Tantomeno nessuno si è genuflesso per il me too.

Che c’azzecca? Dopo la fuga americana dall’Afghanistan, per coerenza, quel gesto così significativo (ma dove?) andrebbe fatto per solidarietà delle donne afghane. I barbuti taleban, che significa studenti (ma de che?), hanno già annunciato cosa riserveranno alle donne. Questo è solo uno degli aspetti drammatici di ciò che attenderà il popolo afghano.

Vi propongo Viaggio a Kandahar (2001), vincitore al Festival di Cannes del Premio della giuria ecumenica (de che?). Il film ebbe abbastanza successo sull’onda emotiva dopo gli attentati dell’11 settembre 2001, ma se lo andate a cercare in dvd oggi non lo troverete, scomparso dai radar.

Se invece riuscite a recuperarlo, vi consiglio di guardare prima del film gli extra, un’intervista al regista iraniano Mohsen Makhmalbaf e un documentario live in una classe femminile e poi maschile dove dei maestri insegnavano a leggere e a scrivere. Questo per inserirsi nel contesto storico, sociale e religioso di questo paese.

Il film nasce da uno spunto vero. Nelofer Pazira, giornalista canadese di origini afghane, si rivolge al regista per realizzare un film su un’amica dispersa. Per due anni non se ne fece nulla finchè il regista la chiamò per interpretare il ruolo principale di Nafas.

Il viaggio inizia dai confini con l’Iran, dove allora vi erano tre milioni di profughi afghani abbandonati a se stessi in condizioni miserevoli e drammatiche, per arrivare a Kandahar prima che la sorella tenti il suicidio nel giorno dell’eclissi di sole.

È un viaggio a tappe costellato di incontri. Nafas entra in Afghanistan con una famiglia composta da sei bimbe, tre mogli e il capo-famiglia, tutti sul cassone di un’Apecar scalcagnata. Tutte le donne sono con il burqa e anche la giornalista ne è ricoperta e quando lo solleva è redarguita dall’uomo perché lo disonorerebbe. Incontrano dei predoni che rubano il veicolo e le poche cose che le donne avevano.

A piedi proseguono nelle terre aride e arrivano ad un villaggio dove vi è una scuola coranica il cui il mullah locale insegna il Corano ai piccoli maschi. Uno di questi viene espulso perché non è propenso allo studio (imparano a memoria), la madre è disperata e non ha di che dargli da mangiare, ma il piccolo è sveglio e mercanteggiando in dollari diventa la guida di Nafas.

Si arriva alla terza tappa, dove il piccolo si dilegua e la nostra incontra un personaggio particolare, un afroamericano che ne sa di medicina (forse più del ministro Speranza) e visita i poveracci. L’ambulatorio è una capanna dove dietro un telo vi è la donna malata. Nel telo vi è un buco di meno di 10 centimetri, da dove visita prima la bocca, la gola e poi gli occhi della donna. Questo perché la figura femminile non può essere vista scoperta se non dal marito. Poi l’uomo, che si scopre avere una barba finta perché non gli cresce (e tutti devono invece averla), la conduce su un suo carretto verso Kandahar.

Quarta tappa. In mezzo al deserto c’è un piccolo ospedale da campo della Croce Rossa pieno di uomini mutilati a mani e piedi con le stampelle ascellari che corrono per accaparrarsi le protesi in legno gettate con il paracadute dagli elicotteri.

Da qui si aggrega a un gruppo di donne che stanno andando a un matrimonio a Kandahar. I talebani le fermano, le perquisiscono e le dividono, ma lei con altre continuerà il viaggio. L’immagine finale del film è una soggettiva dell’eclissi solare, ma non sapremo se ha raggiunto la sorella. Probabilmente no.

È un film reale, girato nel 2000 in Iran al confine con l’Afghanistan con delle riprese abusive al di là della linea di demarcazione geografica. I taleban erano al potere e ora sono tornati. Il regista si è coinvolto con i poveri profughi afghani, che non avendo nessun documento non potevano fare nulla e i loro bimbi neppure andare a scuola. Ha sollecitato il governo iraniano, ha creato scuole. Il tasso di alfabetizzazione era allora uno dei più bassi del mondo per gli uomini ma soprattutto per le donne, obbligate a stare in casa senza rapporti con l’esterno.

In questi vent’anni qualcosa è migliorato, ma ora si ritornerà sicuramente come prima. Burqa per tutte, via le donne dal lavoro, via jeans, musica e libri, eccetera. Intanto le comunicazioni sono state limitate (internet e cellulari).

Torniamo al film. È duro ma reale, parla della vita del popolo, delle condizioni di povertà, della morte per fame, della mancanza di libertà nelle sue forme minime, inimmaginabili per noi occidentali. È un film che esprime un dolore lacerante senza essere sentimentale e patetico. Se nel 2001 poneva domande, ora siamo all’ennesima potenza.

All’inizio della pellicola, in un villaggio, una maestra spiega alle bimbe come ci si deve comportare quando trovano a terra delle bambole:

Non raccoglietele potrebbero essere delle mine. (Penso alle mie nipoti e alle loro bambole…).

E poi aggiunge: Anche se i muri sono alti, il cielo è più alto. (La speranza viveva nel cuore di quella maestra per le sue piccole bimbe).

Mi genufletto, non per il me too, ma per una prece per loro.





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