NUOVI OGM/ Le norme Ue che creano divisioni (e scompiglio) in Italia

- Manuela Falchero

A favore della decisione Paolo De Castro, Coldiretti, Confagricoltura e Cia. Nettamente contraria la posizione di Slow Food, Greenpeace e Verdi

Grano
Campo di grano (Pixabay. 2019)

La Commissione europea apre alla revisione delle norme che regolano i nuovi OGM. In uno studio pubblicato lo sorso 29 aprile che ha indagato le nuove tecniche genomiche (NGT) in piante, animali e microrganismi per applicazioni agroalimentari, industriali e farmaceutiche, l’organo dell’Ue sottolinea come queste ultime “potrebbero fornire benefici alla società dell’Ue e affrontare importanti sfide” tra cui “la resilienza e la sostenibilità nel sistema agroalimentare”. Potrebbero, in altre parole, contribuire alla sostenibilità dei sistemi alimentari con piante più resistenti alle malattie, alle condizioni ambientali e agli effetti dei cambiamenti climatici. Inoltre, potrebbero apportare qualità nutrizionali più elevate. 

Queste tecniche capaci di modificare il genoma di un organismo potrebbero, insomma, contribuire a un sistema alimentare più sostenibile nel quadro degli obiettivi del Green Deal europeo e della strategia “Farm to fork”. 

Per permettere tuttavia ai nuovi OGM di contribuire alla sostenibilità – dice sempre lo studio – “dovrebbe essere previsto un meccanismo appropriato per valutare i loro benefici”. Meccanismo che al momento non è disponibile: le attuali regole dell’Ue sugli OGM non sono infatti adatte allo scopo, conclude l’analisi della Commissione Ue che quindi invoca la necessità di una specifica politica in grado di regolare appunto i nuovi OGM

Il fronte dei favorevoli…

Le conclusioni dello studio, che saranno discusse sia nel Consiglio Agricoltura di maggio sia con il Parlamento Ue e con gli stakeholder, non hanno mancato di suscitare reazioni vivaci e di segno opposto. 

Tra le fila di chi si valuta favorevolmente la decisone della Commissione, c’è Paolo De Castro, agronomo e Ordinario di Economia e politica agraria all’Università di Bologna, più volte ministro delle Politiche agricole e da 11 anni deputato al Parlamento europeo, dove si batte per la crescita delle filiere agricole e alimentari, in difesa del reddito delle imprese, dei lavoratori e dell’ambiente. “Sulla differenza che corre tra Nbt, o Tea, e Ogm – osserva l’europarlamentare, che è coordinatore S&D alla commissione Agricoltura – è ora di tracciare una volta per tutte una netta linea di demarcazione, come ha recentemente fatto la Commissione europea. E chi si ostina ad assimilare gli Organismi geneticamente modificati con le New breeding techniques, o Tecniche di evoluzione assistita, richiamando il principio di precauzione, o non ha ancora ben compreso cosa è successo negli ultimi vent’anni, o non è informato correttamente.

Il dibattito sul confronto tra queste tecnologie, diventato particolarmente acceso dopo una sentenza della Corte di Giustizia Ue del 2018, va bene. Ma certe prese di posizione, che ormai sono di retroguardia, e talvolta alimentate da un’informazione fuorviante, francamente non sono più sostenibili. Il principio di precauzione richiamato da alcune associazioni ambientaliste e del settore biologico è lo stesso che tutti noi, in Italia, decidemmo di anteporre anni fa quando mettemmo al bando gli Ogm, ritenendoli non necessari. E lo stesso principio di precauzione viene rispettato dalle nuove biotecnologie agrarie, come le Tea (Tecnologie di Evoluzione Assistita), che ormai sono conosciute da vent’anni e per le quali nel 2020 le due ricercatrici che le hanno individuate sono state insignite del Premio Nobel, semplicemente perché la comunità scientifica internazionale ha riconosciuto lo straordinario contributo nella creazione di nuove varietà nel solco del miglioramento genetico tradizionale in quanto non spostano geni da una specie all’altra: lo stesso principio che, ad esempio, ha consentito di individuare nei secoli nuove cultivar di grano o varietà di frutta e uve resistenti alle malattie che flagellavano i raccolti.

E’ grazie a queste tecnologie e alla conoscenza del genoma di molte colture che sarà possibile esaltare la biodiversità e ridurre l’impiego della chimica nei campi. Tra l’altro, queste tecnologie non richiedono investimenti colossali, sostenibili solo dalle multinazionali, consentendo di mettere a punto nuove varietà anche a istituti sperimentali e piccole aziende sementiere e produttrici di presidi fitosanitari”. Insomma, sintetizza De Castro, “con le nuove biotecnologie agrarie metteremo la parola fine ai cosiddetti ‘Frankenstein Food’, varietà costruite mischiando geni provenienti da specie diverse o addirittura geni del mondo animale e vegetale. Gli Ogm, ricordiamolo, sono prodotti ottenuti dalla combinazione di geni tra specie diverse attraverso la transgenesi, mentre la mutagenesi, alla base delle Tea, non prevede lo spostamento di geni e le nuove varietà sono ottenute senza alterare il patrimonio genetico della specie.

La mutagenesi non è quindi affatto contro natura, è una naturale estensione del tradizionale miglioramento genetico e ha l’enorme vantaggio di accorciare i tempi per la messa in commercio di nuove varietà più resistenti a stress climatici e a carenza d’acqua. Obiettivi, questi, che a ben vedere sono anche quelli indicati nella strategia Farm to Fork lanciata dall’Unione europea nel quadro del New Green Deal: un patto fra agricoltori e consumatori, dal campo alla tavola, supportato anche da queste tecnologie per raggiungere target ambiziosi, come la riduzione del 50% di fitofarmaci e del 20% di fertilizzanti chimici, e l’aumento ad almeno il 25% della superficie coltivata con metodo biologico”.

Positiva è anche la valutazione di Coldiretti: “Dopo il fallimento degli Ogm – sostiene il presidente dell’organizzazione sindacale, Ettore Prandini – in agricoltura è importante avviare una riflessione sulla genetica green capace di sostenere la produzione nazionale, difendere il patrimonio di biodiversità presente in Italia dai cambiamenti climatici e far tornare la ricerca italiana protagonista dopo l’emergenza Covid.

La ricerca agraria ha oggi a disposizione nuove tecnologie di miglioramento genetico che permettono di riprodurre in maniera precisa e mirata i risultati dei meccanismi alla base dell’evoluzione biologica naturale, raggruppate sotto la denominazione Tea. Tecniche che non implicano l’inserimento di Dna estraneo alla pianta. Per poter cogliere compiutamente queste nuove opportunità valorizzando i primati green dell’agricoltura italiana in termini di tipicità, sostenibilità e biodiversità è necessario arrivare a una regolamentazione dei prodotti agricoli ottenuti da tali metodologie che oggi non trovano una adeguata collocazione a livello normativo comunitario”.

Ma la lista dei sostenitori non si esaurisce qui. Nell’elenco compare infatti anche il nome di Confagricoltura. “Si tratta – afferma presidente Massimiliano Giansanti – di un riconoscimento di fondamentale importanza per coniugare sostenibilità ambientale ed efficienza produttiva delle imprese agricole aperte alle innovazioni. Lo studio riconosce che le nuove tecniche possono offrire un valido contributo alla lotta contro i cambiamenti climatici dando la possibilità alle imprese agricole di salvaguardare il potenziale produttivo con una minore pressione sulle risorse naturali. Chiediamo ora alle Istituzioni dell’Unione e ai governi nazionali di accelerare il passo, con il supporto del mondo scientifico, per giungere a una chiara ed efficace regolamentazione per l’uso delle più avanzate biotecnologie in ambito europeo”.

E dello stesso tenore è anche il commento di Cia-Agricoltori italiani secondo la quale “le nuove tecniche di modificazione del genoma porteranno a nuovo quadro giuridico indispensabile alla transizione green del settore agricolo, come definito dalla strategia Farm to Fork”. “Le nuove biotecnologie, premiate nel 2020 col Nobel della chimica – dichiara il presidente Cia, Dino Scanavino – non prevedono l’inserimento di Dna estraneo mediante geni provenienti da altre specie. Si opera, infatti, internamente al Dna della pianta, che rimane immutato, e assicura la continuità delle caratteristiche dei nostri prodotti, garantendo anche l’aumento delle rese, insieme alla riduzione dell’impatto dei prodotti chimici e al risparmio di risorse idriche.

L’agricoltura non può dunque fare a meno del miglioramento genetico, che ha da sempre accompagnato la sua storia mediante le tecniche tradizionali di incrocio e innovazione varietale. Oggi abbiamo però bisogno di ulteriore miglioramento per adattare le nostre colture a un contesto ambientale trasformato dal cambiamento climatico e minacciato dalla Xylella e dai patogeni fungini che attaccano la vite”. Ma non solo.

La decisione della Commissione viene ben accolta da Cia anche in funzione della possibile applicazione di queste innovazioni. “Non possiamo permetterci – afferma Scanavino – che il miglioramento genetico sia gestito solo da multinazionali lontane dalle esigenze reali del mondo agricolo. Dobbiamo, dunque, promuovere tutti gli strumenti che possano sviluppare nuove relazioni tra pubblico e privato, e interazioni più strette tra mondo dell’impresa e mondo della ricerca”. 

… e quelli dei contrari 

Sul fronte opposto della barricata si schiera invece Slow Food che si dice “seriamente preoccupata dalle conclusioni dello studio commissionato alla Commissione europea sulle nuove tecniche genomiche (NGT), che di fatto apre le porte alla deregolamentazione di nuovi OGM, ignorando il principio di precauzione”.

La Commissione – è la tesi di Slow Food – contesta la sentenza con cui nel 2018 la Corte di giustizia europea aveva stabilito che l’esclusione dei nuovi OGM dalla Direttiva Ue sugli OGM avrebbe compromesso “l’obiettivo di protezione perseguito dalla stessa e non avrebbe rispettato il principio di precauzione che essa cerca di attuare”. Una presa di posizione pericolosa – sostiene l’associazione – perché, se i nuovi OGM non saranno sottoposti a test di sicurezza, si determinerà un vuoto nella tracciabilità ed etichettatura.

E questa – avverte Slow Food – è una notizia preoccupante per i cittadini europei, che potrebbero ritrovarsi nel piatto i nuovi OGM senza informazioni in etichetta e senza esercitare il proprio diritto a scegliere, e per gli agricoltori e gli allevatori, per i quali garantire nuovi alimenti senza OGM diventerà sempre più difficile e costoso. 

Senza contare – osserva Slow Food – che i nuovi OGM potrebbero essere potenzialmente dannosi per l’ambiente. Senza una regolamentazione rigorosa potrebbero infatti verificarsi gravi danni agli ecosistemi e alla biodiversità, poiché non si potrebbero prendere misure contro la diffusione incontrollata di nuovi organismi OGM nell’ambiente. E così – conclude l’associazione – l’agricoltura e la produzione alimentare che si basano su fonti prive di OGM non potrebbero più essere protette.

“Con il Green Deal e la strategia Farm to Fork – commenta Marta Messa, direttore di Slow Food Europa -, la Commissione europea si è impegnata ad accelerare la transizione verso un sistema alimentare veramente sostenibile. Proponendo adesso di rivedere le regole in materia di OGM, la Commissione decide di non investire in sistemi agroecologici che portano benefici agli agricoltori, alle comunità locali e all’ambiente. Ancora una volta, quindi, vediamo prevalere gli interessi dell’agroindustria a discapito di un’agricoltura rispettosa dell’ambiente e della libertà dei contadini di piccola scala di decidere in materia di sementi”. E da qui l’appello lanciato da Slow Food per bocca della stessa Messa: “Esortiamo gli Stati membri a difendere il principio di precauzione, la sicurezza dei cittadini, la libertà di scelta degli agricoltori e la biodiversità”. 

Va detto che quella di Slow Food non è una voce isolata. Contraria alla decisione della Commissione Europea è pure Greenpeace Europa, secondo cui le nuove biotecnologie “sono solo OGM con un altro nome e come tali devono essere trattati dalle norme”. Concordi anche i Verdi Europei, che in una nota sostengono una tesi netta: “Non abbiamo bisogno di una nuova legge, regole rigorose devono continuare ad applicarsi a tutti i tipi di ingegneria genetica”.

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