PARADISE ROAD/ Un film con la vera forza che parte dal canto

- Gianni Foresti

Diretto da Bruce Beresford, il film uscito nel 1997, tratto da una storia vera, ricorda la speranza che poi esserci anche in mezzo alla brutalità

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Una scena del film

Da adolescente, a metà degli anni ’70, ho trascorso delle belle vacanze estive in Val Venosta a Malles, dove la natura e le montagne si uniscono dando vita a un panorama bellissimo. Appena fuori il paese c’era una caserma degli alpini che incontrammo durante un’escursione in alta montagna. Come detto, in estate il paesaggio era eccezionale, ma, a detta dei militari, in inverno invece c’erano due metri di neve e perciò erano costretti a stagnare sempre chiusi  in caserma.
Vent’anni dopo conobbi per lavoro un architetto che aveva svolto il servizio militare come Ufficiale di complemento proprio a Malles e mi disse che in inverno aveva organizzato, per non buttar via il tempo, un coro di canti di montagna e andavano a esibirsi nei paesi e nelle valle vicine. E il morale dei soldati si era alzato. Una storia forse banale, in un microcosmo in mezzo ai bricchi, che ha dato senso a una leva militare considerata inutile in quel momento.
Il film che vi propongo ha una traiettoria simile, anche se più terribile. Paradise Road è del 1997 ed è stato cestinato dai critici velocemente. Diversi i motivi: per non urtare la sensibilità dei giapponesi che sono permalosi ma allo stesso tempo una potenza economica, storia considerata stantia, come le interpretazioni e dialoghi superficiali. Se il film fosse uscito in questi anni con il martellamento rosa di #Me Too avrebbe riscosso un grande successo.

Il regista è l’australiano Bruce Beresford, famoso in patria, non molto in Europa, anche se ha diretto il film pluripremiato con l’Oscar, A Spasso con Daisy del 1989. Le protagoniste son tutte donne, ma quelle principali sono Glenn Glose, Cate Blanchett, Francis Mc Dormand, Pauline Collins. Questa è forse la meno conosciuta ma nel film è Margaret, una missionaria sposata che con la sua fede e certezza tira il gruppo. Della Close basta guardare il suo c.v. e qui è Adrienne, la leader che trascina con forza di volontà le donne guidando il coro. La Blanchett è la bella infermiera McCarthy, mentre la McDormand è la dott.ssa Verstak, un medico tedesco scontroso ma molto concreto. Queste due attrici vinceranno in seguito vari Oscar.

Il film è tratto da un fatto di vita vero e drammatico. Siamo a Singapore e si parte con una serata di gala: ci sono inglesi, tedeschi, francesi, olandesi con tanto di dame imbellettate. La festa viene interrotta dall’annuncio che il Giappone è entrato in guerra. Viene organizzato via mare un esodo di donne e bambini verso l’Europa, ma la nave viene affondata e le superstiti si spiaggiano su un’isola. Vengono trovate da soldati giapponesi che le portano in un campo di concentramento vero e proprio. Come detto sono donne di varie nazionalità europea, e di varia estrazione sociale: dottoressa, suore, insegnati, una missionaria, delle dame. Vi sono anche dei bimbi e bimbe.
Vengono sottoposte ad angherie, soprusi, malnutrizioni, torture, una viene anche decapitata. Alcune per sfuggire a tutto questo si concedono agli ufficiali nipponici. C’è il cattivissimo di turno, un sergente soprannominato Snake, un capitano odioso e un comandante senza palle che si adegua al clima di violenza dei suoi sottoposti.

E qui i critici benpensanti hanno parlato di sceneggiatura retorica, di scene scontate, di dialoghi banali. Ma in un campo di concentramento cosa si vive se non una terribile violenza psicologica e fisica? Di che cosa si parla se non di ricordi? A che cosa ci si attacca se non alla speranza che tutto passi in fretta? E da questo barlume di desiderio di vita Adrienne, ai tempi violinista, e Margaret la missionaria, convincono le detenute a riunirsi in un coro. Un’unità d’intenti che sfocia in un sembrerebbe banale coro dove la maggior parte delle donne che partecipano non hanno mai cantato in vita loro. Adrienne è il motore, mentre la missionaria è l’anima. Il risultato non è Sanremo ma un solfeggio e gorgheggi di lalala sulle arie di Ravel, Chopin e Dvorak che coinvolge le donne. Come per gli alpini di Malles, anche per loro il morale si alza nonostante la situazione terribile.

Un fatto simile è accaduto anche a Giovannino Guareschi, che rinchiuso con altri soldati italiani in un campo tedesco in Polonia ha dato vita con altri detenuti a spettacoli teatrali e letture orali di libri.

Il cantare insieme e il tentativo di unità dà alle donne recluse forza d’animo. E come per miracolo accadono dei fatti non previsti. Una sera il coro si esibisce in onore del comandante e dei soldati, e anche il loro cuore viene toccato, sono ammutoliti e contenti di quel che accade. Il sergente Snake, che ubriaco tempo prima aveva cercato di violentare Adrienne, un giorno la preleva dal lavoro dei campi e la porta nel fitto bosco. Le donne pensano al peggio, ma invece lui intona una canzone in giapponese per far sentire che ne capisce di canto e non è solo il bruto che appare.

All’inizio della prigionia viene festeggiato con l’aiuto delle suore il Natale, con i bimbi travestiti da angioletti e le piume dei cuscini che cadono dall’alto come fosse neve. Una donna viene decapitata, un’altra bruciata viva, la brutalità e il male sono evidenti, come è evidente il Bene e il desiderio di speranza.

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