PAST LIVES/ Quando l’amore al cinema appare come una scelta “vera”

- Chiara Pajetta

Il raffinato film di Celine Song mostra la bellezza di amare con fedeltà chi abbiamo accanto, anche a costo di sacrifici e strappi con il passato

Past Lives WEB1280 640x300.jpeg Una scena del film

La filmografia orientale ci sta regalando pellicole di rara bellezza, con ritmi rarefatti e relazioni rispettose, mai frettolose. Ci aprono a dimensioni ricche di quei valori significativi che sembrano ormai perduti nel nostro mondo. Pensiamo all’osannato Perfect Days di Wenders, ambientato nei pulitissimi bagni pubblici di Tokyo, o al delicato Miracle, girato in uno sperduto paesino della Corea del Sud: ambedue mostrano al frenetico e supertecnologizzato spettatore occidentale un modo di vivere semplice ma autenticamente umano. Con uno sguardo sulla realtà capace di renderci davvero felici e in grado di affrontare con un sorriso paziente le difficoltà dell’esistenza, anche la più modesta.

Past Lives, la prima prova di Celine Song, ha qualcosa da dirci proprio in questa direzione e riesce a toccare le corde del nostro cuore con la freschezza della storia vera. La regista coreana conosce bene il dramma delle scelte e le inevitabili perdite che si devono affrontare quando si imbocca una strada piuttosto che un’altra, perché l’ha vissuto in prima persona. Perciò sa mettere bene a tema cosa vuol dire lasciare la propria terra d’origine e gli affetti dell’infanzia. Conosce il peso della nostalgia di un passato che non può ritornare e lo struggente desiderio di un futuro nuovo, pienamente appagante.

È ciò che accade ai protagonisti Na Young e Hai Sung, due compagni di scuola dodicenni che vivono a Seul, che hanno una reciproca simpatia e forse sognano per il futuro una vita insieme nel loro Paese. Ma vengono separati perché la famiglia della ragazza emigra in Canada e poi negli Stati Uniti: solo così i suoi genitori, due intellettuali (lui regista, lei pittrice), ritengono di poter ottenere quel successo che in patria sembra irraggiungibile (non si vincono Nobel in Corea, dice la mamma per giustificare la partenza).

Il salto da Seul all’America è un taglio alle radici. Na Young per meglio inserirsi sceglie di chiamarsi Nora, abbandonando il vecchio nome. Si sente pronta alla nuova avventura, sensibile com’è alla ricerca del successo, lei che già nell’infanzia voleva sempre primeggiare a scuola, anche sul fidanzatino Hai Sung. È perciò tutta presa dalla sua carriera di scrittrice che si vuole affermare a ogni costo. Nel frattempo l’amico d’infanzia vive di ricordi, perché in realtà non riesce a dimenticarla e la cerca anche grazie ai social network. Così Nora e Hai Sung, che si erano lasciati adolescenti, si ritrovano dopo 12 anni giovani adulti via Skype e sembrano voler proseguire un’amicizia a distanza aperta a qualcosa di più, ma sempre molto discreta, fatta più di sguardi e sorrisi che di parole esplicite e impegnative. Finché Nora decide di troncare il ritrovato rapporto tra di loro e lui accetta con sofferenza il distacco.

La ragazza vuole innanzitutto concentrarsi sulla sua attività professionale, nella realtà nuova in cui si è inserita, di cui a suo avviso Hai Sung non può far parte: il passato resta lontano perché non c’è alcuna possibilità di vedersi da vicino, in carne e ossa. Neppure l’idea coreana di “In-Yun” (una sorta di destino “segnato”, per chi intuisce una corrispondenza di sentimenti con qualcuno) la fa ritornare sui suoi passi. Anzi, Nora accetta e coltiva l’incontro con uno scrittore come lei, americano ma comunque capace di accoglierla con tutta la complessità della sua storia. Lo sposa (anche per ottenere la Green Card così importante per gli stranieri negli Usa ai fini lavorativi e abitativi) e inizia una vita serena che pare corrispondere alle sue aspettative.

Ma dopo altri 12 anni Hai Sung si rifà vivo, questa volta di persona, raggiungendola a New York per una settimana, sapendo perfettamente che lei è sposata. Sembra l’occasione per rimettere in discussione tutto. Lui ha finalmente raggiunto la stabilità professionale, lei ritrova quell’intesa profonda nata nella loro infanzia e insieme contemplano da turisti la New York delle libertà (non manca un giro in battello attorno alla statua più famosa del mondo). Si sono forse ritrovati? Arthur, il marito americano, che concede loro questa riscoperta ma assolutamente discreta intimità, aspetta con tremore il suo destino, gli sembra quasi di non poter competere con il coreano innamorato. A questo punto emerge la sorpresa, che ha fatto sì che una parte della critica definisse il film melodrammatico. Il dramma in realtà c’è tutto, ma in un senso inaspettato, e con toni rarefatti e delicati.

Sì, perché in una sceneggiatura nostrana, semplicemente i due schivi innamorati si concederebbero una piacevole avventura, oppure manderebbero tutto all’aria per “ricostruirsi” una nuova vita, quella che forse doveva essere preferita sin dall’inizio, ma la realtà è un’altra: Nora ha già scelto Arthur e vuole restare con lui, anche se forse al momento il suo cuore sembra battere per l’amico della sua infanzia che la capisce così bene. Hai Sung, dal canto suo, si rende conto che le decisioni sono già state prese in passato, da lei e da lui. Ora è giusto per tutti e due rispettare la strada imboccata: lei a New York (Nora era “fatta” per andare via) e lui a Seul (attaccato alle origini, come è sempre stato). Si lasciano con un abbraccio: qualche rimpianto e anche vera sofferenza, certo, ma anche la certezza che la fedeltà al cammino intrapreso è l’unica promessa di felicità.

C’è molto da imparare sull’amore dalla prospettiva inusuale e garbata della regista coreana. La sua opera prima, giustamente, è candidata a due Oscar.

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