PIETRO ANASTASI/ Toccare il cielo con un dito senza credersi un padreterno

- Riccardo Prando

Ieri a Varese si sono svolti i funerali di Pietro Anatasi. Un campione d’altri tempi, lontano dai riflettori. La Figc assente, i dirigenti della sua prima squadra, anche

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Pietro Anastasi (1948-2020) (LaPresse)

Pietro Anastasi. Il 4 febbraio 1968 a Varese c’era la neve. Tanta. Le immagini in bianco e nero della Rai mostrano lo stadio Franco Ossola con i cumuli alti così a bordo campo, spalati a mano di fresco prima della partita. Una domenica pomeriggio, naturalmente, come si usava allora senza concessioni al business delle tv privata che ancora dovevano nascere e degli sponsor.

Ma quella domenica di freddo e neve nel bel mezzo dell’inverno era destinata a passare alla storia e non tanto perché nell’impianto di Masnago, rione varesino ai margini dell’abitato urbano, l’umile squadra cittadina (il patron Giovanni Borghi, quello dei frigoriferi Ignis, oggi Whirlpool, l’aveva portata l’anno prima dalla B alla A) ospitava la Signora del calcio, madama Juventus; quanto perché la partita sarebbe finita 5 a 0. Per il Varese. I (pochi) vincitori al Totocalcio fecero cappotto e i (pochi) tifosi varesini dai capelli bianchi rimasti (a mani vuote, perché la società Varese Calcio è fallita l’anno scorso ed è inattiva) se ne ricordano bene ancora.

Così come ricordano che tre di quelle reti di un episodio calcistico rimasto unico nella storia furono segnate da un calciatore di nemmeno vent’anni, Pietro Anastasi da Catania. Per questo, ieri nella “sua” Varese, dove aveva conosciuto la moglie Anna e preso casa da molto tempo, la gente comune accorsa ai suoi funerali – quella coi capelli bianchi che andava al Franco Ossola per divertirsi e nient’altro – era tanta. Piena la basilica, piena la piazza antistante dove, pure, c’erano i volti famosi di Nedved, Bettega, Morini, Marotta.

Il fatto è che, al di là di quella famosa tripletta, “Pietruzzu” aveva – oserei dire ha – una storia da raccontare che a quella gente è entrata nel cuore. “Pietruzzu” era nato nella zona industriale di Catania da una famiglia operaia. In casa, una abitazione modesta nel quartiere Fortino, erano in nove, nella strada antistante c’era il suo primo campo di calcio, altrimenti andava con gli amici in quello in terra battuta dell’oratorio. Sotto il sole cocente di Sicilia, si abbronzò al punto che i compaesani lo soprannominarono ’u turchu. Strano: più tardi diventerà “il Pelé bianco”. In tasca terrà per tutta la vita la foto che, lui ragazzino, avevano fatto ad un mito vivente il giorno che aveva giocato al Cibali, John Charles.

Scatto e fiato da vendere: lo presero alla Trinacria, serie minori che più minori non si può, poi alla Massimiana in serie D e C. Quando allo stadio arrivò il Varese, per lui fu come la manna dal cielo. Forse fu il caso, forse il Destino: il direttore sportivo della squadra lombarda, Alfredo Casati, era nella città etnea per seguire Catania–Varese, ma al momento del ritorno l’aereo era pieno (potenza di un’organizzazione sportiva ancora improvvisata) e Casati lasciò l’unico posto libero (signorilità d’altri tempi) ad una donna incinta. Tornò in albergo, dove il barista gli consigliò, prima di ripartire il giorno dopo, di assistere a Massimiana–Paternò, dove giocava un centravanti “tutto un portento”.

Fu un colpo di fulmine. Il contratto venne stipulato negli spogliatoi con una stretta di mano, come si faceva una volta fra galantuomini. A Varese giocò col capitano Armando Picchi, rifilò i tre goal alla Juve, il giorno dopo l’Avvocato lo soffiò all’Inter per la cifra record di 650 milioni di euro e una cospicua partita di motori per i frigoriferi della Ignis. Un poeta del Corriere dello Sport, Cesare Lanza, lo paragonò a Gigi Meroni: “di destro e di sinistro, magari con minore fantasia ma, spesso, con minore altruismo”. Ebbe compagni come Haller, Bettega, Furigo, Cuccureddu, Capello, Causio, Riva e allenatori come Heriberto Herrera. Poi la Nazionale (goal in semirovesciata alla Jugoslavia nell’unico Europeo vinto dall’Italia, 10 giugno 1968), l’Inter (che colpo al cuore per i tifosi bianconeri, quel passaggio di maglia!), ma anche momenti bui causati forse da cattivi consiglieri.

Tutto questo per dire quello che il celebrante ha detto nell’omelia funebre: “Dopo ogni goal, alzava le braccia in alto e poi tirava a sé i compagni, quasi a voler riunire cielo e terra”. Nella sua carriera aveva toccato il cielo con un dito, ma non si era mai creduto un padreterno.

Conclusione: se n’è andato un uomo d’altri tempi, il calciatore di uno sport che oggi è soffocato dal dio denaro, stravolto dal business a tutti i costi, idolatrato al punto da essere diventato per molti una vera e propria religione. Politeista, per di più. Non si è mai montato la testa, non s’è mai sfogato sui mass media con nessuno, nemmeno quando ne avrebbe avuto le ragioni. Uscito dall’ambito sportivo, ha condotto una vita tranquilla lontano dai riflettori, moglie, due figli e le partite guardate alla tv. Per questo stride vedere gli ex dirigenti della sua prima, “vera” squadra, il Varese, non dedicargli nemmeno un necrologio e la Figc lasciare che solo Juve e Inter lo ricordassero, domenica scorsa, con un minuto di silenzio sui campi da calcio. Pietro Anastasi, “Pietruzzu”, meritava di più.

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