PIL GERMANIA -10,1%/ Fortis: per l’Italia il crollo più grave è quello degli occupati

- int. Marco Fortis

Oggi l’Istat diffonderà il dato sul Pil nel secondo trimestre dell’anno. Preoccupante già il crollo del numero di occupati in un anno

Gualtieri
Roberto Gualtieri, ministro dell'Economia (LaPresse)

Oggi l’Istat diffonderà la stima sull’andamento del Pil nel secondo trimestre 2020. Un dato importante, che probabilmente sarà il peggiore degli ultimi anni, come accaduto per gli Stati Uniti (-32,9%) e per la Germania. Ieri, infatti, si è appreso che tra aprile e giugno il Pil teutonico è sceso del 10,1% rispetto al primo trimestre dell’anno e dell’11,7% su base annua. Non solo il dato è stato peggiore delle aspettative, ma l’economia tedesca ha registrato il maggior crollo dal 1970. Secondo Marco Fortis, Direttore della Fondazione Edison e docente di Economia industriale all’Università Cattolica di Milano, difficilmente il dato italiano «sarà migliore di quello tedesco. Anche se non è detto che, avendo fatto peggio nel primo trimestre, adesso l’Italia faccia meglio».

Cosa può dirci il dato della Germania rispetto alla situazione della nostra economia?

Certamente colpisce un calo così ampio considerando che l’economia tedesca ha subito un lockdown meno marcato rispetto a quelle di Italia, Francia e Spagna. Essendo la Germania un Paese esportatore importante deve aver risentito molto del blocco del commercio intracomunitario, che tra l’altro si farà comunque sentire in tutti i Paesi europei, accentuando quindi gli effetti del rallentamento dei consumi delle famiglie e degli investimenti delle imprese. In generale abbiamo comunque un’economia che si muove ancora in maniera “spontanea”.

Cosa intende dire?

Che non si vedono gli impatti delle politiche economiche adottate. In Italia si è puntato molto sugli ammortizzatori sociali, ma l’Istat ci ha appena detto che da febbraio a giugno, da quando cioè è scoppiata l’epidemia, gli occupati sono diminuiti di 600.000 unità. Il secondo trimestre è comunque ormai alle spalle e il problema vero è ora capire come potrà andare il terzo.

Lei cosa si aspetta?

Al momento la situazione non appare rosea, anche perché non è soltanto il turismo italiano a soffrire: basta vedere quello che sta accadendo alla Spagna. Avremo un Pil nel terzo trimestre che sarà fortemente condizionato da un turismo molto rallentato in tutta Europa. Mi aspetto sì una ripresa, ma modesta. Potrebbe esserci un mini-rimbalzo.

Per l’Italia potrà esserci un rimbalzo del 15% come ha detto mercoledì Gualtieri in Senato?

Un rimbalzo del 15% nel terzo trimestre fa pensare che il dato del secondo sarà disastroso, perché è chiaro che il rimbalzo è più forte quanto più si sprofonda prima. Staremo a vedere. Trovo in ogni caso molto preoccupanti i dati sull’occupazione.

Quelli che ci dicono che dall’inizio dell’epidemia sono stati persi 600.000 posti di lavoro?

In realtà, c’è un dato più drammatico. Infatti, a maggio si contavano 613.000 occupati in meno rispetto allo stesso mese del 2019. A giugno siamo arrivati a -752.000 occupati in un anno. Di questi 613.000 sono lavoratori dipendenti, di cui 548.000 a termine e 65.000 permanenti. Questo vuol dire che i contratti arrivati a scadenza non sono stati rinnovati. Pensi cosa potrà succedere nel momento in cui finiranno gli ammortizzatori sociali e si rimuoverà il blocco dei licenziamenti. Ci sono aziende in condizioni critiche e Pmi che potrebbero avere difficoltà a confermare i posti di lavoro nel momento in cui non ci sarà più la Cig. Io vedo un rischio potenziale di arrivare a un milione di posti di lavoro persi con ancora gli ammortizzatori sociali in vigore. Si immagini dove potremo arrivare quando verranno tolti.

Con il Decreto agosto sembra esserci l’intenzione di prolungare Cig e blocco dei licenziamenti fino a fine anno, seppur con alcune limitazioni.

Il problema è che questi interventi hanno costi notevoli che si trasformano in debito senza generare crescita. Invece, occorrerebbe creare rapidamente le condizioni per far nascere nuovi posti di lavoro ed evitare un disastro. Gli incentivi alle assunzioni che si paventa di introdurre a cosa possono servire ora? Quale azienda vorrà assumere? Spero quindi che al di là del Decreto agosto il Governo lavori rapidamente al Recovery plan. Non solo perché ce lo chiede l’Ue, ma perché dobbiamo mettere nero su bianco dove intendiamo spingere sull’acceleratore per creare nuova occupazione.

Dove occorre spingere di più?

Sull’edilizia privata e pubblica, sulle costruzioni, perché gli altri settori non potranno creare rapidamente posti di lavoro. Bisogna cantierare rapidamente per il 2021 opere per 30-40 miliardi di euro, anche perché la ripresa del commercio internazionale sarà lenta, come pure quella della Germania. Bisogna agire sulla componente degli investimenti infrastrutturali in modo da creare posti di lavoro in quei settori che possono permettersi di farlo.

Bisogna insomma far di più di quanto fatto con il decreto semplificazioni…

Era stato detto che rischierà di più chi non firma un’autorizzazione necessaria a far partire un cantiere di chi la firma, ma ora bisogna passare dalle dichiarazioni ai fatti. Anche perché ci sono molti settori in cui intervenire: dissesto idrogeologico, reti ferroviaria e stradale, banda larga, ecc. Se non ci diamo una mossa il 2021 non sarà un anno di forte ripresa, ma di sofferenza. Non dobbiamo poi trascurare le ricadute sul settore manifatturiero, dato che i prodotti dei settori direttamente o indirettamente coinvolti nelle filiere del Recovery fund nel 2018 hanno generato esportazioni per 130 miliardi di dollari. È stato detto che abbiamo tirato fuori gli attributi in Europa, ora tiriamoli fuori in Italia stendendo un piano che forse scontenterà qualcuno. Come chi chiede di usare le risorse europee per abbassare le tasse. Il sistema fiscale va certo riformato, ma è meglio rimandare questo intervento a quando ci sarà la ripresa.

(Lorenzo Torrisi)

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