SICUREZZA/ Dietro le “obiezioni di coscienza” il sogno proibito del Pd (su M5s)

Mentre in Italia imperversa la guerriglia sul decreto sicurezza, in Francia i gilet gialli insistono e in Germania la democrazia cambia

06.01.2019, agg. alle 14:07 - Gianluigi Da Rold
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Roberto Fico con Luigi Di Maio (LaPresse)

E’ terminato il tempo degli auguri natalizi, di capodanno ed è arrivata anche l’Epifania, quella che “le feste porta via”. Ma il clima politico e sociale, nonostante le speranze e le aspirazioni di un clima più disteso, auspicato da tutti nei rituali saluti di fine 2018, rimane sempre contrassegnato  da un confronto duro, da insulti incrociati di vario tipo e soprattutto da una metafora prebellica, che tutti sperano resti solo una metafora: una sorta di guerriglia istituzionale all’esterno del governo italiano, che inoltre appare  diviso al suo interno; una guerriglia più sostenuta avviene invece a Parigi con scontri con la polizia, fuori dall’Assemblea nazionale francese, quasi una ricorrenza rituale di fine settimana; infine un’incertezza  in Germania, con il “buco nero”, il tramonto previsto e dato quasi per scontato, dei socialdemocratici tedeschi, della Spd, che non solo rimescolerà le carte politiche tra il Reno e l’Elba, ma avrà le sue inevitabili ripercussioni sul Parlamento e sull’Unione Europea alla vigilia di una consultazione elettorale mai così sentita e mai, forse, così importante e forse decisiva.

Dopo un 2018 che non sembra “rivoluzionario”, come scrive e sostiene Bruno Vespa, quanto piuttosto regressivo e involutivo, ci aspetta un 2019 carico di incertezze per i tre paesi fondatori dell’Ue, sia in chiave sovranazionale che all’interno dei singoli Paesi.

In Italia, il breve sospiro di sollievo provocato dall’approvazione della manovra di bilancio, evitando la procedura di infrazione minacciata da Bruxelles, è durato un attimo, quasi un “battito d’ala di farfalla” (speriamo che non preluda alla teoria del caos) ed è stato circondato da concitazioni e risse parlamentari che faranno la bassa storia della Repubblica.

Poi ci si è messi in fila, pensando ai 161 decreti da approvare in funzione della manovra e ci si è misurati subito con il decreto-sicurezza. Approvato dal Parlamento e controfirmato dal Quirinale, su proposta del vice primo ministro e ministro dell’Interno Matteo Salvini, il decreto (ora legge 132/2018) è al momento la pietra dello scandalo e la ragione della guerriglia politica. Se non esisteva un’opposizione credibile e aggregante al governo giallo-verde, la nuova legge la sta creando tra raggruppamenti sparsi di sinistra laica e cattolica, che sorpassano e prescindono quasi dal Partito democratico (confinato in un limbo misterioso), con la speranza sempiterna di determinare la divisione nel governo tra il giallo penstatellato e il verde leghista, in modo da prospettare una nuova maggioranza che arriva da una visione lontana e mai riuscita sinora: una convergenza tra questa sinistra in fieri e i 5 Stelle.

Anche se ci si fermasse solo alla spaccatura governativa e non si approdasse all’alternativa auspicata, ci sarebbe sempre la scappatoia di un altro governo tecnico, con candidature cremonesi o temporaneamente francofortesi. Il tutto non spiacerebbe ad alcuni poteri italiani ed europei.

Sono semplicemente ipotesi, ma la presa di posizione di sindaci come Leoluca Orlando di Palermo o Luigi de Magistris di Napoli, seguiti a ruota, anche se con diverse sfumature, da altri sindaci importanti, stanno provocando un piccolo terremoto guerrigliero, che porta l’immagine dell’obiezione di coscienza, a cui risponde ad alzo zero il ministro Salvini.

Poi ci sono i ricorsi alla Corte costituzionale di Toscana, Calabria e i “pensieri” di Sergio Chiamparino per il Piemonte. E’ probabile che la coda degli obiettori si allungherà in questi giorni post-festivi, si ingrosserà e si ingarbuglierà con le mediazioni del presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, sia per uno “scambio di vedute” sul decreto sicurezza, sia per le mediazioni differenti di Conte e Luigi Di Maio sul destino dei passeggeri della Sea Watch, la nave dell’Ong che vaga per il Mediterraneo e che Malta e altri Paesi europei non vogliono accogliere.

In sostanza, il consueto putiferio dell’instabilità cronica italiana che, nonostante il consenso popolare documentato dai sondaggisti, è carico di contraddizioni e ha un risvolto pericoloso, nei numeri, per la maggioranza in Senato, con la recente espulsione dalle file pentastellate di alcuni senatori grillini.

Presto verranno le “prove scritte”, per usare un termine scolastico: ad esempio le elezioni abruzzesi del 10 febbraio, poi altre parziali regionali, ma lo sguardo resta fisso sempre all’Europa, dove l’Italia, nonostante il suo continuo rivoltarsi, sembra destinata a un ruolo marginale rispetto a quello che si deciderà negli altri due Paesi fondatori.

Se in Francia, tanto per cambiare, si fa già politica con altri mezzi, cioè con scontri violenti rituali al sabato e alla domenica (oggi scenderanno nelle strade migliaia di donne), in Germania, al solito, si fa la “filosofia” delle maggioranze possibili, dato che i socialdemocratici tedeschi, un asse portante dell’europeismo, sono valutati nel modo migliore, al massimo, intorno al 10 per cento.

C’è chi sostiene con grande sicurezza e forse un poco di leggerezza che alla fine non succederà nulla e non ci saranno rocamboleschi mutamenti di stampo sovranista. Certamente al Parlamento europeo non dovrebbe esplodere una maggioranza di destra, ma un ricambio nell’attuale maggioranza con un suo allargamento a verdi e a varie tipologie di liberali sembra scontato.

E’ certamente difficile, a questo punto, una scommessa sui nuovi equilibri. Ma chi pensa che tutto rimarrà come prima sembra influenzato dalle previsioni più metereologiche che politiche che precedevano il 4 marzo in Italia.

Non doveva cambiare nulla, è cambiato tutto e certamente non in meglio per la stabilità italiana ed europea. I segni di un mutamento e di un disorientamento generale si sono rivelati in tutta la loro ampiezza e sono reali.

Ma la realtà sembra purtroppo l’ultima pagina che leggono le classi politiche attuali. Si accontentano di previsioni, spread, algoritmi, produzioni (udite udite!) finanziarie. E’ in fondo la rivoluzione di questi anni, l’economia che guarda ai numeri e la finanza che entra sempre di più tra i produttori di valore. Siamo quasi al grottesco e all’inquietante.

Non resta che osservare con apprensione a queste “guerriglie” pre-elettorali di vario tipo in attesa delle urne europee di maggio e di un rinsavimento generale.

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