SCENARIO/ Così i sindaci e Conte preparano la fine della maggioranza

Il governo è destinato a indebolirsi, non solo per la rivalità politica tra M5s e Lega, ma anche a causa del “partito istituzionale”

07.01.2019, agg. alle 08:16 - Ugo Finetti
Giuseppe Conte e Giovanni Tria (Lapresse)

Si stringe il cerchio intorno a Salvini. Prima il messaggio di Mattarella che contestava l’impostazione del Viminale, poi la protesta dei sindaci, quindi l’invasione di campo di Di Maio in accordo con il premier Conte. E’ indubbio che la crescita della Lega in tutti i sondaggi fino a raddoppiare i voti del 4 marzo sia dovuta al modo irruente in cui il suo leader affronta i temi dei migranti e della sicurezza ed è appunto su questi che si concentra lo sforzo anche del M5s per contenere Salvini e cercare di sgonfiarlo.

Inoltre la “levata di scudi” dei sindaci contro il ministro degli Interni è un segnale che evidenzia come stiamo entrando in una fase di conflitto tra livelli istituzionali che Palazzo Chigi ha inaugurato, ma che rischia di non controllare. Anche i vari Orlando, de Magistris e Nardella si sono messi a fare i “Salvini” contro Salvini. E cioè: se i capi dei partiti di maggioranza, nonché ministri dell’Interno e del Lavoro, propongono quotidianamente con i loro “social” – dagli stabilimenti balneari alle piste da sci, dal balcone di Palazzo Chigi al tetto del Viminale – il “Vaffa” grillino e il “Ciapa su e porta a ca’” di Salvini come modello di governo e di comportamento sociale, chiunque si sente autorizzato di fare lo stesso. 

La presidente del Senato accusa i sindaci ribelli di “anarchia” ma, d’altra parte, vediamo il vicesindaco “obbediente” di Trieste che si vanta pubblicamente di aver rubato le coperte in pieno inverno a un povero che dormiva in strada e lo stesso presidente della Repubblica augurando buon anno agli italiani li informava che la più importante legge dello Stato – quella che riguarda l’uso del denaro pubblico e l’indebitamento – era stata approvata dal Parlamento e promulgata dal Quirinale a occhi chiusi in quanto a nessuno dal Governo e dai presidenti delle Camere è stato dato il tempo di leggerla. Mattarella ha quindi auspicato “una verifica attenta dei contenuti” senza precisare però soggetti e tempi.   

I commentatori politici sono quindi unanimi nel prevedere che in vista delle elezioni europee di maggio lo sbullonamento istituzionale è destinato a crescere nel senso che sia la Lega sia il M5s hanno interesse a “alzare i toni”.

In effetti all’origine c’è uno sbullonamento politico in seno al governo e alla maggioranza che è inevitabile, nel momento in cui andando verso una scadenza elettorale nei sondaggi una componente continua a crescere e l’altra a diminuire. Ad agitare i leader dei partiti di maggioranza c’è poi il fatto che il braccio di ferro con Bruxelles si è risolto in un compromesso (se non in una ritirata) che vede Tria, Moavero e lo stesso Conte atteggiarsi a “deus ex machina” rispetto ai vicepremier “giamburrasca” come se fossero una terza componente del governo, tecnico-istituzionale, unici interlocutori per controparti internazionali e sociali con copertura del Quirinale. Lo stesso Paolo Savona che era il simbolo per Lega e M5s della loro “grinta” contro Bruxelles e che, appunto, aveva evocato scenari da “cigno nero”, alla fine, pur essendo ministro degli Affari europei, non ha avuto alcun ruolo nella trattativa con la Commissione europea ed è scomparso dalla scena governativa.

La Lega di Matteo Salvini ha ora il problema di consacrarsi forza nazionale penetrando nel Centro-Sud senza però perdere terreno nelle regioni del Nord in cui governa (Lombardia, Veneto e Liguria) o che vuol conquistare (il Piemonte). La Tav in mano a Toninelli e il reddito di cittadinanza secondo Di Maio incombono e ora si aggiungono i tentativi degli alleati di ridimensionarlo.

Da parte sua il M5s si trova di fronte all’evidenza che come partito di governo non cresce, ma continua a calare. Né cambio di “capo politico” né rimpasto di governo sono però praticabili e quindi la Casaleggio Associati li ricompatta: Fico e Di Battista abbandonano il ruolo di “carte di riserva” e sono schierati a fianco di Di Maio che a sua volta espelle e minaccia le voci critiche.

Se finora i due vicepremier erano andati avanti in parallelo avendo ognuno “carta bianca” nel proprio campo – Salvini sui migranti, Di Maio sul lavoro – ora sono costretti a intralciarsi: grillini che scalpitano sulla sicurezza e leghisti che protestano sul reddito di cittadinanza.

Siamo a uno scenario – da qui a maggio – di prove di forza tra i contraenti del “contratto di governo” e quindi conta il deterrente, l’esistenza o meno di un “piano B” da minacciare.

Nello sfidare Salvini c’è per il M5s l’alleanza con il Pd. Vanno però messi in conto da un lato la piena legittimazione di una rottura da parte di Matteo Renzi e dall’altro l’automatico ricompattamento del centro-destra imperniato, appunto, su migrazione e sicurezza.

E’ quindi probabile che Lega e M5s si scontrino senza rompere tirando avanti con l’obiettivo di poter annunciare in aprile, all’inizio della campagna per le europee, che le promesse elettorali delle politiche – reddito di cittadinanza e riforma della Fornero – stanno per entrare in vigore.

Ma i due vicepremier hanno comunque il problema dei “numerini” che non sono quelli sempre “trattabili” degli euroburocrati, ma quelli “ostinati” (come direbbe il logico Wittgenstein) dell’economia di mercato, ovvero se l’Italia, con questa loro politica, non vada in recessione.

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