DIETRO LE QUINTE/ Regioni e Pd, ecco il piano per far saltare il governo

Umbria, Toscana ed Emilia-Romagna hanno deliberato il ricorso alla Consulta contro il “decreto sicurezza”. Ma c’è un altro ricorso pericolosissimo

08.01.2019, agg. alle 08:38 - Antonio Fanna
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Il Quirinale visto dalla Consulta (LaPresse)

Una alla volta le Regioni a guida centrosinistra passano dalle parole ai fatti sulla legge 132/2018, più nota come “decreto sicurezza”. Umbria, Toscana ed Emilia-Romagna hanno deliberato il ricorso alla Consulta: la norma sarà impugnata per sospetta “incostituzionalità”. Anche la Sardegna è pronta a compiere lo stesso passo: nelle prossime ore porterà in giunta la proposta. Partita da un gruppo di sindaci, in testa Leoluca Orlando di Palermo – “sindaci del Pd che cercano visibilità”, taglia corto Salvini – la battaglia si è spostata alle Regioni, che a differenza dei Comuni possono ricorrere direttamente alla Corte costituzionale, senza passare prima da un giudice.

Nel frattempo il ricorso del Pd contro l’iter che ha condotto all’approvazione della legge di bilancio sarà giudicato domani 9 gennaio appunto dalla Corte costituzionale che, in camera di consiglio, sarà chiamata a valutare “l’ammissibilità del ricorso per conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato promosso dal senatore Andrea Marcucci – in proprio e quale capogruppo del gruppo parlamentare del Partito Democratico in Senato – nonché da altri 36 senatori (Reg. Confl. poteri 8/2018 – fase di ammissibilità)”.

Marcucci e i senatori Pd, spiega la Corte, “investono la Corte costituzionale per la dichiarazione di non spettanza al Governo, al Presidente della V Commissione Bilancio del Senato della Repubblica, alla Conferenza dei Capigruppo del Senato della Repubblica, al Presidente del Senato della Repubblica, all’Assemblea del Senato della Repubblica degli atti e comportamenti relativi all’approvazione del disegno di legge di bilancio nell’iter costituzionalmente previsto, come svoltosi presso il Senato della Repubblica. Le lamentele si appuntano innanzitutto sulla presentazione da parte del Governo del testo della manovra di bilancio in forma di maxi-emendamento senza rispettare le scadenze previste dalla legislazione vigente in attuazione degli articoli 81, 97, primo comma, e 72, comma quarto, della Costituzione”.

La parte centrale del ricorso “è rivolta all’organizzazione e ai tempi dei lavori del Senato e alle concrete modalità in cui questi si sono svolti, che, secondo i ricorrenti, avrebbero precluso l’acquisizione di un’adeguata conoscenza dei contenuti normativi, di formarsi un’opinione su di essi e di discuterli, anche al fine di proporre emendamenti o comunque di esprimere un voto consapevolmente favorevole o contrario ai sensi dell’articolo 72, primo comma, della Costituzione”.

Marcucci e gli altri senatori firmatari “denunciano la lesione della sfera di attribuzioni costituzionali spettanti ai singoli membri del Senato della Repubblica e ai gruppi parlamentari e in particolare alle minoranze parlamentari con riferimento alla loro partecipazione al procedimento legislativo, evocando gli articoli 72, primo comma, e 67 della Costituzione nonché il principio di leale collaborazione tra poteri dello Stato”.

L’alleanza innaturale tra M5s e Lega tiene più del previsto. L’opposizione sul piano politico mostra la corda. Ma se i giudici costituzionali spalancassero le porte, attraverso sentenze plausibili, ad uno scenario di oggettiva inconciliabilità tra le politiche gialloverdi e l’attuale ordito costituzionale, come reagirebbe la gente? E il parlamento? Reggerebbe il consenso di Matteo Salvini anche quando additato alla pubblica opinione quasi come un golpista? Qualcuno sta forse soffiando nel tentativo di provocare uno scontro tra poteri dello Stato?

Renzi e Berlusconi aspettano nel frattempo che qualcuno li rimetta in pista: se fossero dei giudici, il paradosso non potrebbe essere più stridente.

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