RENAULT CHIUDE IMPIANTI/ La mannaia europea su Pil e lavoro che fa contenta la Cina

- Franco Oppedisano

Renault potrebbe chiudere 4 stabilimenti in Francia. Conseguenza inevitabile delle scelte compiute dai politici in tutta Europa

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La notizia che Renault potrebbe chiudere quattro stabilimenti in Francia è arrivata a Parigi come una sassata. Giornali indignati, politici preoccupati, opinione pubblica sul piede di guerra. Era immaginabile, visto che Renault, partecipata dallo Stato al 15%, è una delle industrie più importanti in Francia e occupa centinaia di migliaia di uomini e donne con il passaporto blu, bianco e rosso. Non è strano, dunque, ma un po’ vigliacco sì. È come sparare a qualcuno e poi lamentarsi perché sanguina.

La crisi del settore automotive in Europa è una piaga ormai conclamata e la pandemia ha solo accelerato un processo iniziato da anni. Un’industria che produce il 7% del Prodotto interno lordo europeo, che occupa 13,8 milioni di persone e dà lavoro a 3,5 milioni nel settore manifatturiero (11,4%) realizzando in 309 stabilimenti 19,2 milioni di veicoli tra auto, veicoli commerciali, mezzi pesanti e autobus, è stata messa, con nonchalance, nelle condizioni di poter solo affondare.

Stretta tra multe europee miliardarie, limiti di emissioni draconiani, investimenti nelle auto elettriche che nessuno, o quasi, vuole e che vengono venute in perdita, dipendenza dai fornitori cinesi, demonizzazione del diesel e vibrate proteste di ambientalisti in cerca di una decrescita felice, non aveva altra strada. Et voilà, quello che diciamo da almeno qualche anno si sta, per fortuna piano piano, materializzando nei conti delle aziende, tutte, che non sono mai stati così in affanno.

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Qualcuno (Alix Partners), riferendosi al settore automotive, un paio di mesi fa ha parlato di “deserto degli utili” e ci ha azzeccato: il combinato disposto tra gli investimenti nella nuova tecnologia elettrica e il calo delle vendite delle auto tradizionali è arrivato al pettine. Qualche industria come Volkswagen ha fatto finta di credere nell’elettrico anche per lavarsi l’immagine dopo lo scandalo dieselgate. Altre, in mano ai cinesi, come Volvo, hanno scelto di farlo perché hanno le spalle coperte sulle forniture primarie. Altre ancora, come Fca, hanno pagato miliardi a Tesla per comprare i certificati verdi ed evitare di pagare le multe. Tutti indistintamente hanno dovuto stringere la cinghia e licenziare. In massa o un po’ alla volta per non fare rumore.

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Lo hanno fatto i tedeschi (a proposito di Germania, il settore va così bene anche da quelle parti che ormai i profit warning di Daimler sono talmente frequenti che non fanno più notizia), lo hanno fatto gli inglesi e ora lo fanno, o vorrebbero farlo, i francesi di Renault. Le reazioni indignate di sindacati e politici sono scontate, ma non rispondono a una domanda: dove erano gli uomini di potere francesi e tedeschi (gli italiani sappiamo che erano impegnati a farsi fotografare con la fidanzata per una rivista) quando l’Europa, miope e votata all’ambientalismo più becero, ha deciso di mandare in vacca un settore imponendo regole di emissioni per la flotta delle auto prodotte che non possono essere rispettate se non introducendo una larga fetta di auto elettriche e ibride?

Hanno idea questi signori di quanto costi un’auto elettrica? Sapevano, quando hanno fatto gli gnorri, che per riuscire a vendere queste auto era necessario un salto tecnologico delle batterie che riducesse drasticamente i tempi e aumentasse in maniera significativa l’autonomia dell’auto? Per questo salto sono già stati spesi miliardi di euro ed è ancora al di là da venire. E nel frattempo, sindaci in cerca di popolarità a basso prezzo hanno chiuso le città alle auto con motore termico, Regioni di mezza Europa hanno deciso di bannare il diesel tra cinque, dieci o quindici anni (un bell’annuncio che porta sulle pagine dei giornali e non costa niente) e Governi come il nostro hanno deciso di mettere soldi sui monopattini e sulle biciclette invece che sul rinnovo del parco auto più vecchio e inquinate del continente.

Intanto, stabilimenti e lavoratori del settore (una quisquilia come 13,2 milioni di persone, dicevamo) hanno il destino segnato. Se tutto va bene e visto che le auto elettriche sono meno complesse da produrre, un po’ ne rimarranno, ma non saranno molti. In ogni caso una delle industrie un tempo più fiorenti del continente agonizza con sommo gaudio dei concorrenti cinesi che proprio non ce la facevano a copiare in maniera decente motori complessi come quelli termici.

E l’inquinamento dell’aria, direte voi? Tutti vogliamo vivere in un mondo più pulito, ma per farlo non bisogna assumere un atteggiamento talebano, non avere ferrei preconcetti e sentire tutte le campane. Come ad esempio quella del Ces-Ifo, il centro di ricerca dell’Ifo, l’Istituto fondato nel 1949 a Monaco in Germania, secondo il quale una nuova Mercedes C220 diesel, durante il proprio ciclo di vita, dalla produzione alla rottamazione, produce meno CO2 di una Tesla elettrica. Dati, ricerche, confronti che i politici europei si sono ben guardati dal tenere in considerazione impegnati a non si sa fare cosa. Come quando all’ultima fiera dell’auto Francoforte Greenpeace gonfiava un pallone e sparava numeri a caso sul diesel solo per avere visibilità internazionale. Probabilmente non stavano facendo niente. Quello che gli riesce meglio.

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