RIFORMA PENSIONI/ I numeri da studiare prima della manovra

- Giuliano Cazzola

La riforma pensioni con Quota 100 non verrà toccata con la manovra. Ma è utile in ogni caso vedere la tendenza della spesa pensionistica

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Come se non bastasse quanto detto finora, in zona Cesarini, c’è stata un’ulteriore conferma: non saranno toccati Quota 100 e Reddito di Cittadinanza: “Non è serio cambiare la situazione continuamente – ha dichiarato il ministro Roberto Gualtieri in un’intervista televisiva – Quota 100 è una misura che va a esaurimento e non la aboliremo; intervenire oltretutto non darebbe risparmi l’anno prossimo”. Quanto al reddito, “la sfida è rafforzare le politiche attive” per l’inserimento nel lavoro, “un Governo serio non cambia la misura, cerca di farla funzionare bene”.

Ne prendiamo atto, anche se saremmo curiosi di capire che cosa succederà all’altra misura, assai più onerosa, contenuta nel decreto giallo-verde (dl n.4/2019,) ovvero il blocco a 42 anni e 10 mesi (un anno in meno per le donne) fino al 2026 per il pensionamento anticipato a prescindere dall’età anagrafica. Quanto al reddito di cittadinanza, il fallimento più vistoso sta proprio nella pretesa di servire allo sviluppo di politiche attive, per cui insistere a suonare questo tasto (con altri navigator?) non è affatto convincente. Staremo comunque a vedere.

Intanto, può essere utile consultare il Rapporto n.20 del Mef  sulle Tendenze di medio-lungo periodo della spesa pensionistica e sanitaria (pubblicato nel luglio scorso) secondo il quale le prospettive di crescita economica molto contenute, unitamente alle innovazioni normative giallo-verdi (che il nuovo governo non intende modificare), concorrono a far aumentare significativamente il rapporto tra spesa per pensioni e Pil che raggiungerà il picco del 15,9% nel 2022 (per poi discendere di qualche decimale di punto a partire dal  2029). È interessante osservare – seguendo il Rapporto – come l’incidenza della spesa pensionistica sul Pil si ripartisce  tra i diversi comparti. Il periodo di previsione è compreso tra il 2010 e il 2070. 

Analisi per comparto (dipendenti privati, pubblici e lavoratori autonomi). Per il complesso delle prestazioni, la spesa per i dipendenti privati in rapporto al Pil è aumentata  inizialmente per effetto della recessione e ha raggiunto il 9,2% nel 2013. Successivamente, dopo una fase di significativa decrescita, il rapporto si è stabilizzato attorno all’8,8% nel 2019 (e fino al 2030). A partire da quest’ultimo anno, la curva riprenderà a crescere rapidamente fino a raggiungere un massimo di 10,6% nel 2046. Nella fase finale del periodo di previsione, essa decrescerà altrettanto rapidamente portandosi al 9,6% nel 2070.

Per i dipendenti pubblici, il rapporto fra spesa pensionistica e Pil è aumentato, nella prima parte del periodo di previsione, dal 3,6% del 2010 fino al massimo del 4,4% tra il 2021 e il 2024. Successivamente, il rapporto scenderà significativamente, attestandosi all’1,8% a partire dal 2059. La crescita iniziale è dovuta alla dinamica  sia del numero di pensioni che del loro importo medio. Risulta evidente il processo di riallineamento degli importi medi di pensione del lavoro dipendente; in particolare, la pensione media dei dipendenti pubblici, partendo da un valore molto più elevato, decrescerà rapidamente con una chiara tendenza a convergere su quella dei dipendenti privati. La ragione risiede nel processo di armonizzazione delle regole di calcolo della pensione previste dal DLgs 503/1992, per quanto attiene alle pensioni, o quote parti di esse, calcolate con il metodo retributivo, e dalla L 335/1995, per quanto attiene alle pensioni, o quote parti di esse, calcolate con il metodo contributivo. Quando quest’ultimo sistema sarà a regime, le differenze residue nell’importo medio della pensione saranno imputabili, esclusivamente, a fattori estranei al quadro normativo come i livelli retributivi, le propensioni al pensionamento, la lunghezza e la dinamica delle carriere.

L’aumento del numero di pensioni nel pubblico impiego, che dai 2,8 milioni circa del 2010 raggiungerà il valore massimo di circa 3,5 milioni nel 2034, oltre a riflettere il più generale fenomeno del ritiro dalla vita attiva dei baby boomers, dipenderà dalle massicce assunzioni avvenute dalla fine degli anni ’70 alla metà degli anni ’80. La differenza fra l’importo medio di pensione dei due settori si ridurrà significativamente alla fine del periodo di previsione passando da 11,1 punti percentuali nel 2010 a 2,5-3 punti percentuali nell’ultimo decennio.

Con riferimento ai lavoratori autonomi, la spesa per pensioni in rapporto al Pil si mantiene pressoché costante intorno al 2%, nel primo decennio del periodo di previsione, per poi decrescere, dapprima in modo graduale e poi più rapidamente, fino a raggiungere il valore dell’1% al 2070.  L’andamento del rapporto spesa/Pil è spiegato prevalentemente dalla dinamica del rapporto pensione media/produttività. Nel decennio iniziale del periodo, quest’ultimo rapporto passa dal 9,2% del 2010 al valore massimo di 11% tra il 2030 e il 2037. Tale incremento è conseguente all’applicazione della L 233/1990, la quale ha esteso ad artigiani, commercianti e CDCM (coltivatori, ecc.) regole di calcolo retributivo simili a quelle vigenti per i dipendenti privati. Ciò ha consentito ai lavoratori autonomi di ottenere, per tutta la fase di permanenza del calcolo retributivo della pensione, importi pensionistici di gran lunga superiori a quelli derivanti dalla normativa precedente al 1990 (limitata al trattamento minimo).

La decrescita del rapporto tra spesa pensionistica e Pil, che ha caratterizzato il periodo successivo, è derivato dall’entrata a regime del sistema contributivo che attribuiva importi medi di pensione non solo più contenuti rispetto a quelli offerti dal calcolo retributivo, ma anche notevolmente inferiori a quelli garantiti ai lavoratori dipendenti nell’ambito del sistema contributivo. Tale effetto è conseguente all’applicazione di un’aliquota di computo di oltre un quarto più bassa rispetto a quella dei lavoratori dipendenti, la quale si traduce in importi di pensione proporzionalmente ridotti, a parità di età di pensionamento, anzianità contributiva e livelli retributivi. Nel lungo periodo, infatti, la differenza nell’importo medio di pensione, rispetto al lavoro dipendente, è spiegata essenzialmente dai differenziali di aliquota contributiva (24% contro 33%) e nei livelli di reddito/retribuzione imponibili.

Un caso a parte costituiscono i CDCM i quali hanno come base di calcolo della pensione retribuzioni convenzionali che risultano significativamente inferiori rispetto a quelle delle altre due gestioni di lavoratori autonomi. Ciò comporta che, durante la fase transitoria, nell’ambito del regime retributivo e misto, gli importi a calcolo delle pensioni siano generalmente inferiori al minimo di pensione e, quindi, integrati a tale importo.

Analisi per sesso. La scomposizione della spesa pensionistica complessiva (pensioni dirette e indirette) per sesso evidenzia una prevalenza della quota attribuita ai maschi, per tutto il periodo di previsione. La differenza, pari a due punti percentuali di Pil nel 2010, tenderà poi a diminuire e a raggiungere lo 0,4% del PIL nel 2060 e lo 0,6% nel 2070. Assai diversa è la distribuzione per sesso nell’ambito delle due tipologie di prestazione considerate. La quota maschile risulta abbondantemente superiore a quella femminile per quanto attiene alla spesa per pensioni dirette e ampiamente inferiore per quella relativa alle pensioni indirette (reversibilità). Ciò dipende da una pluralità di fattori di cui i più importanti sono: i) la più elevata partecipazione maschile al mercato del lavoro che determina una maggiore probabilità di conseguire una pensione diretta e, contestualmente, di lasciare una pensione al superstite di sesso femminile, ii) la maggiore longevità delle donne rispetto agli uomini (4/5 anni) e iii) l’età della moglie mediamente più bassa rispetto a quella del marito.

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