ROF 2022/ Un grande Otello che merita di sbarcare anche all’estero

- Giuseppe Pennisi

La produzione dell’Otello visto in scena quest’anno al Rossini Opera Festival merita di essere invitata da grandi teatri in Italia e all’estero

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Foto di scena (Ph Amati Bacciardi)

Otello è la terza opera del Rof (Rossini Opera Festival) 2022. Ha concluso la parte operistica della manifestazione la sera dell’11 agosto: una conclusione magnifica, nonostante non siano mancate riserve sulla regia. L’opera non si vedeva a Pesaro dal 2008, quando venne presentata un’edizione coprodotta con l’Opéra di Losanna e la Deutsche Oper di Berlino dove è entrata in repertorio.

La vicenda si riallaccia alla prima parte e al finale della tragedia di Shakespeare ma si svolge interamente a Venezia. Nel primo e nel secondo atto, il nobile Elmiro vuole dare Desdemona in sposa al figlio del doge Rodrigo, ma la fanciulla si è maritata in segreto con Otello. Iago ordisce l’intrigo che porterà alla tragedia. Rossini e Francesco Berio di Salsa scrissero anche un “lieto fine” per il pubblico di Roma e Firenze, che non amavano uscire dal teatro in lacrime ed erano abituati a “opere serie” con un rondò finale. 

Nell’Ottocento (prima che apparisse l’Otello di Verdi), il lavoro ebbe enorme successo. Il silenzio (sino al secondo dopoguerra) deve imputarsi sia alla fragilità del libretto (il librettista Francesco Berio de Salsa non aveva certo né la cultura e né lo stile di Arrigo Boito), sia alle difficoltà vocali – non ultima quella di disporre di tre tenori per controbilanciare un soprano di agilità in grado tanto di acuti più spericolati quanto di tonalità molto gravi.

L’opera, infatti, venne costruita su Isabella Colbran (di otto anni più anziana di Rossini e diventata successivamente la sua prima moglie), che all’epoca aveva un ménage à trois con il giovane compositore e il maturo impresario Barbaja. La Colbran era un raro “soprano anfibio” in grado di raggiungere un registro altissimo per poi scendere a uno quasi da contralto. A questa vera macchina da guerra, Rossini le contrappose tre tenori: uno dalla vocalità larga e spianata a volte quasi wagneriana (Otello), un contraltino di agilità, con una tessitura dal mi bemolle al do acuto (Rodrigo), e un terzo dal timbro scuro quasi baritonale ma versato nel belcanto (Iago).

Nell’edizione al Rof, Desdemona è Eleonora Buratto, uno dei rari soprano italiani che può arrivare a tonalità elevatissime per poi scendere a quelle bassissime, una grande interpretazione soprattutto nel terzo atto dalla “canzone del salice” al finale. Ricordo che in una meritatamente famosa registrazione (con Jesus Lopez Cobos nel golfo mistico e José Carreras nel ruolo di Otello) Desdemona era il celebre mezzo soprano Frederica von Stade, un mezzo dal registro molto ampio che trionfava sia ne Il ritorno di Ulisse in patria di Claudio Monteverdi, sia in Der Rosenkavalier di Richard Strauss.

A lei si contrappongono tre tenori. Enea Scala (Otello) è un tenore generoso, noto quasi più all’estero che in Italia, che proviene dall’Accademia Rossiniana: il suo è un Otello dolente sia perché, militare e africano, non è mai veramente accettato dal mondo della politica e degli affari di Venezia, sia perché, dal secondo atto in poi, nutre dubbi sulla fedeltà della sposa. Dmitry Korchak (presenza consueta al Rof) nel ruolo di Rodrigo, con il belcanto mostra a tutto tondo la propria fragilità, Antonino Siragusa è uno Iago falso, viscido e mellifluo. Tra i personaggi che possiamo chiamare minori spiccano l’Elmiro di Evgeny Stawinsky e l’Emilia di Adriana Di Paola (anche lei proveniente dall’Accademia Rossiniana).

L’orchestra sinfonica della Rai è diretta da Yves Abel con pugno muscolare, molto efficace per la tenuta complessiva della produzione, ma ben differente dal taglio delicato a lui consueto. Buono il coro del Teatro Ventidio Basso preparato da Giovanni Farina.

Veniamo alla parte drammaturgica (regia: Rosetta Cucchi; scene: Tiziano Santi; elementi scultorei: atelier Davide Dall’Osso; costumi: Ursula Patzak; luci: Daniele Naldi).

L’ambientazione è contemporanea: quindi, niente lussuoso rinascimento veneziano e niente gondole (anche se si ode a distanza la voce di un gondoliere). Per evocare un film di molti anni fa di Luchino Visconti, si è alla prese con “un ritratto di famiglia in un inferno”. Si intrecciano due temi: la fragilità femminile e la fragilità dell’uomo che, pur colmo di decorazioni e onori, è e resta estraneo al mondo che lo circonda. Ottima la recitazione e l’attenzione ai dettagli (ad esempio, le donne che, di fronte al pericolo, si rifugiano in cucina).

Mentre l’Otello del Rof 2008 era coprodotto con due grandi teatri internazionali, auspico che questa produzione venga invitata da grandi teatri in Italia e all’estero. L’ultima occasione per vederlo e ascoltarlo quest’anno a Pesaro è il 20 agosto.

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