SAN GIUSEPPE/ Il coraggio di ascoltare i propri sogni

- Luigi Campagner

Il Vangelo di Matteo è l’unico in cui si narrano i sogni di Giuseppe, padre di Gesù. Quei sogni furono un dono dall’alto, ma lui seppe assumere l’iniziativa

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Battistello Caracciolo (1578-1635), San Giuseppe con Gesù Bambino, particolare

I Vangeli non narrano sogni, tranne il Vangelo di Matteo che ne elenca ben cinque. Sono tutti raccolti nella prima parte, quella nota come il Vangelo dell’infanzia di Gesù. Uno è attribuito indistintamente ai Re Magi, gli altri sono i sogni di San Giuseppe, padre di Gesù. Il grappolo di sogni raccolti dall’evangelista riguarda lo sposalizio di Giuseppe con Maria, la fuga in Egitto, il ritorno in Palestina e la decisone “last minute” che fece preferire a Giuseppe la poco attraente Nazareth alla bella Betlemme.

Presentando San Giuseppe come un eccellente utilizzatore dei propri sogni il Vangelo di Matteo persegue due obiettivi. Il primo è quello di creare un ponte con il penultimo dei figli di Giacobbe: l’omonimo Giuseppe, indiscusso signore dei sogni del libro della Genesi, celeberrima la sua interpretazione del sogno delle sette vacche grasse e delle sette vacche magre. Il ponte creato tra i due sognatori consente all’evangelista di ribadire che la salvezza per Israele viene dall’Egitto, come era già avvenuto con Giuseppe figlio Giacobbe, successivamente con Mosè, e ora con Gesù. Il secondo è fornire rassicurazioni ai destinatari del suo Vangelo circa la Kasherùt, l’adeguatezza formale di Giuseppe ad assumere l’importante compito della “paternità legale” di Gesù. A tale scopo l’evangelista evidenzia in ogni sogno la perfetta obbedienza di Giuseppe alla volontà divina. Sotto quest’ultimo aspetto è possibile cogliere una differenza tra il redattore del libro della Genesi e l’evangelista Matteo. Nel primo è assente la preoccupazione di ricondurre i sogni di Giuseppe figlio di Giacobbe alla volontà divina; lo aveva già notato Luigino Bruni nel suo articolo Il dono del fratello sognatore“In tutto il ciclo di Giuseppe, Dio resta molto sullo sfondo”, mentre nel Vangelo di Matteo tale premura è costante. 

Un aiuto a cogliere il senso di questo contrasto ci viene da un brillante articolo del cardinale Gianfranco Ravasi (Famiglia Cristiana, 19 marzo 2020) dal San Giuseppe, il “disubbidiente” che si prese cura di Gesù. Perfetta obbedienza evidenziata da un lato e disobbedienza dall’altro: un’apparente clamorosa antinomia che voglio utilizzare per seguire i pensieri di Giuseppe attraverso i suoi sogni.

Attenendoci ai testi (Mt 1, 17-24), notiamo che nel primo sogno (quello che propizia il matrimonio con Maria) San Giuseppe accede a un “pensiero altro”, alternativo al formalismo giudaico, che Gesù avrebbe poi bollato come farisaico. La Legge lo vincolava a denunciare Maria come adultera, condannandola alla lapidazione. Giuseppe invece, seguendo un “pensiero altro”, prende una strada diversa. Nel sogno di Giuseppe l’alterità di tale pensiero è rappresentata dall’Angelo, ma in generale possiamo affermare che in un sogno essa non manchi mai, perché il prodotto del lavoro onirico appare così estraneo alla consapevolezza del sognatore da apparirgli come “il lavoro di un altro”. Grazie all’Angelo da lui sognato San Giuseppe si eleva sul formalismo farisaico, lo relativizza e lo asserve alla salvezza, cominciando da quella di Maria, sua e del figlio Gesù. Attraverso la breve analisi del primo sogno accediamo a un aspetto inedito della personalità di Giuseppe, la sua autorevolezza come critico sagace della propria cultura e tradizione e senza fatica possiamo accedere al pensiero che sia stato anche in grado di trasmettere tale autorevolezza al figlio Gesù.

Gli altri tre sogni, quelli che propiziano la fuga in Egitto, la partenza dall’Egitto e la scelta di fissare la dimora della famiglia a Nazareth (Mt 2, 19-23) sono intessuti del quotidiano dell’uomo Giuseppe, come lo sono i sogni sognati (non fantasticati) di ciascuno. In essi si documentano altri tratti della personalità di Giuseppe che nella Lettera apostolica Patris Corde Papa Francesco riassume con l’espressione “coraggio creativo”.

Nel primo sogno di questa ultima serie il “coraggio creativo” di Giuseppe è proprio quello di ascoltare i propri sogni, di tradurli in pratica con prontezza e determinazione, con il piglio decisionistico di un primo ministro, di un capitano d’industria o di un generale. Nel secondo sogno il “coraggio creativo” è quello di cogliere l’attimo, di non rimandare le decisioni. È un coraggio che nasce dal rispetto del tempo, non siamo eterni, dobbiamo agire nel tempo, ciascuno nel proprio. Dopo averlo sognato spetta a ciascuno dare ascolto all’Angelo che rammenta che il tempo opportuno è adesso. Nel terzo sogno il “coraggio creativo” si documenta nella capacità di cambiare in corsa, senza fissarsi a vecchi schemi e vecchi progetti. San Giuseppe non rientra a Betlemme, ma avvisato dall’Angelo da lui stesso sognato si dirige a Nazareth. Oggi sappiamo, come a suo tempo lo venne a sapere Giuseppe, che Nazareth era il campo base delle maestranze impegnate nell’immenso cantiere dalla ricostruzione di Seffori, voluta da Erode Antipa. Una notizia sufficiente al mastro carpentiere Giuseppe per cambiare i programmi e per sfidare la cattiva fama di Nazareth.

Diversamente dagli psichiatri, gli psicoanalisti non hanno un santo protettore. Nell’ipotesi lo cercassero, l’ipotetico candidato dovrebbe soddisfare alcuni requisiti: in primis mai separare sanità (mentale) da santità, cavarsela coi sogni, e avere – ben piantati – i piedi per terra. La breve analisi dei suoi sogni ci presenta nell’uomo Giuseppe un candidato impeccabile. O come anche si dice: uno da non lasciarsi scappare. Deve averlo pensato anche la giovane sposa.

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