SANREMO 2020/ Tutto quello che volevate sapere ma… l’intervista all’esperto

- int. Paolo Madeddu

Un Festival di Sanremo destinato a passare alla storia, ma non per le canzoni

morgan e bugo
Morgan e Bugo, la rottura a Sanremo 2020

Sanremo è finito da giorni ma ancora se ne parla. Raramente il festival-one ha suscitato “tanto clamore per nulla”, tante risate la maggior parte involontarie, tanti casi costruiti sul nulla, tanti pseudo colpi di scena. Che, attenzione, per un evento come questo è tutta manna che cola, perché non saranno mica le canzoni a garantire il record di audience, no? No.

Se Amadeus è stato un birillo piantato lì con la stessa espressione facciale che manco Nicholas Cage nei suoi film per cinque serate di seguito, incapace di dire qualcosa di più che “è un evento”, Fiorello ha fatto per lui tutto il lavoro sporco, dando un po’ di vitalità e di umorismo al festival più impallato della storia, tanto che anche le scarpe coi tacchi di una sopravvissuta agli anni 80 come Sabrina Salerno si sono conficcate nelle scale. Se un cantantuncolo come Junior Cally doveva scandalizzare e traumatizzare tutte le casalinghe di Voghera che si radunano davanti al televisore fino alle 3 del mattino in attesa che la puntata finisca, manco ci si è accorti della sua presenza per colpa di un Achillo Lauro scatenato (coi vestiti da 10mila euro a serata, mica con la sua insignificante canzonetta). E poi Bugo e Morgan, semplicemente fantastici con la loro pantomima che ancora non abbiamo capito se costruita ad arte o frutto del cervello ormai in pappa di due che hanno fatto citato la reunion dei Ricchi e Poveri con l’immortale verso “Se mi innamoro sarà perché tiriamo” (la coca, e tanta). E c’è chi a tre giorni della fine del festival dà del f…o a un professore di latino a cui era stato chiesto di analizzare i testi delle canzoni e che ha osato stroncare quella di Riki (finito, ci sarà un motivo, all’ultimo posto). Oddio, personalmente sono ancora sotto al tavolo che mi rotolo dal ridere.

Per capire tutti questi intrighi, abbiamo chiesto il parere del più brillante e profondo conoscitore della musica italiana, il giornalista Paolo Madeddu, celebre per la sua arguzia e il suo non risparmiare mai nessuno e anche per le classifiche dei dischi che non si vendono più ma che le case discografiche continuano imperterrite a pubblicare.

Junior Cally doveva essere il grande protagonista di questo festival, messo alla berlina per un brano di tre anni fa, la famosa colpa retroattiva del cantante di Sanremo. Invece è scivolato nell’oblio, surclassato da Achille Lauro, a suon di vestiti e travestimenti. Che ne pensi?

È vero, ma ogni festival ha una ventina di Grandi Protagonisti prima di iniziare, e stando ai titoli dei giornali, circa sessanta Veri Vincitori. Penso che Junior Cally avesse un pezzo interessante anche se molto “Salmeggiante”, però la grande attenzione per i suoi pezzi passati è servita per fare molti santissimi clic e per contribuire ad attirare l’attenzione su una bolsa kermesse che vive di questo. Lui poi, non essendo al momento un nome di primo piano del rap (il suo album del 2019 non è entrato tra i 100 più venduti e non ha ottenuto un disco d’oro), ha beneficiato del clamore ma forse ha deciso che poteva bastargli e ha recitato un ruolo low-key. Tra l’altro non sono nemmeno sicuro che sia mai riuscito a esibirsi prima di mezzanotte.

Ma le canzoni contano ancora qualcosa o basta fare a chi si veste in maniera più stravagante?

Vestirsi in maniera stravagante è importante ma per cinque anni abbiamo avuto rapper rigorosamente vestiti con t-shirt nera, cappellino nero, pantaloni neri, e minime differenze solo negli occhiali firmati. Ora il vestiario diventerà sempre più importante perché lo stilista dà più soldi di un disco d’oro.

Dei due brani musicalmente te ne è piaciuto uno?

Diciamo che ho preferito gli originali: 90 minuti di Salmo, e Rolls Royce di Achille Lauro.

Achille Lauro ha usato abiti che da Renato Zero a Elton John a David Bowie si usavano 30, 40, anni fa. Il suo stilista ha copiato alla grandissima. Quando lui, Achille, parla di lavoro approfondito per proporre personaggi che hanno difeso la loro libertà e indipendenza (la regina Elisabetta I non è esattamente simbolo di questo) tu gli credi o pensi che il suo management e chi cura la sua immagine gli abbia costruito intorno cose di cui a malapena è a conoscenza?

Intanto, non possiamo pretendere che chi ha 15-20 anni conosca il percorso di Bowie e via dicendo, però sono stato contento di vedere Lauro che vestendosi come nel video di Life on Mars? ha sostanzialmente detto a tutti noi che invece lo conoscevamo: “Sì, esatto. Sto pensando proprio a quella roba lì”. Quanto a tutto il suo team, penso che sia molto importante ma penso anche che Amanda Lear raccontava di come Bowie fosse molto curioso di ogni cosa, e lei lo consigliasse su pittori o registi tedeschi – e penso a Jagger che legge Bulgakov passatogli da Marianne Faithfull e ne tira fuori Sympathy for the devil. Ecco, uno che accetta di farsi consigliare da chi ne sa di più per me è già sulla buona strada per crescere. Hai buoni consigli per me? (spiritoso, ndr…).

Sembra che l’altissima audience di questo Sanremo sia dovuta in parte ai molti che lo seguivano sui social per prenderlo in giro, scherzare sui cantanti, sui presentatori etc. Quindi un grande show dove ormai le canzoni sono un contorno senza alcun interesse, è così?

Sì, sicuramente. Sai, i social sono in grado di far diventare leggendarie trasmissioni di ottusità e piattezza esemplare, lontanissime da quello che poi la gente chiede per esempio al cinema. Ma io stesso ricordo certi Egitto-Uruguay o Svezia-Corea del Sud dei Mondiali di calcio, rese esilaranti dalla visione contemporanea con battutisti dilettanti di tutto il mondo. Gli eventi si nutrono dei social e viceversa.

Mi ha molto colpito questo commento di un giornalista presente a Sanremo: “Diodato voce di cristallo, la dimostrazione che una canzone può essere classica senza essere vecchio, perché è semplicemente bella”. Che significa classica senza essere vecchia?

Ahaha, non so bene, immagino che volesse difenderne un’eventuale accusa di poca modernità. Altri colleghi invece l’hanno trovata modernissima, e piena di deliziose citazioni. Per me va bene tutto. In politica si sentono argomentazioni più esili.

Caso Bugo-Morgan: che si può dire?

Penso che sia una cosa tristissima. E mi spiace molto per Bugo, la canzone era anche bellina, e lui non meritava di passare alla storia come personaggio di una squallida manfrina degna dei programmi di Barbara D’Urso – per la quale gente come Morgan è una manna. E questa cosa dell’artista geniale mi fa stralunare, io scomodo la parola “genio” per chi scrive Heroes o Purple Rain, e ogni volta che metto in dubbio il genio monzese mi sento sempre citare una robetta come “Le canzoni dell’appartamento” (il primo disco dei Bluvertigo, ndr).

Festival delle donne, poi vediamo la compagna di Ronaldo impacchettata sul palco a fare la stupidina lì solo perché compagna di un calciatore famoso, il valore della donna dove è?

In un podio tutto maschile, tanto per cambiare.  Oppure nei consensi per Elodie, il 90% dei quali – anche da parte femminile – consistono nell’espressione “Quanto è f…a”.

E’ vero che una volta Vasco Rossi ha invitato i suoi fan ad attaccarti su Facebook?

Ahaha, no, non è andata proprio così, questo lo ha fatto qualcun altro. Premetto che io stravedo per Vasco e sono cresciuto con lui, e una delle cose che prendo sul serio di lui è il precetto “C’è chi dice no”. Beh, a me è capitato di dire “ni” a un suo album, e l’ho fatto con tono semiserio, concludendo comunque con “è un po’ all’ombra del suo monumento, ma il suo monumento se l’è veramente meritato”. Però caso vuole che avessi iniziato la recensione con “La buona notizia è che l’album non fa schifo” – ahahaha, mi sa che era un po’ sopra le righe. Lui allora ha postato su fb (eravamo nel periodo dei “pizzini”) una cosa del tipo: “Caro Madeddu, ma come si fa a iniziare una recensione così? È come incontrare uno e dirgli “sono contento di vederti, tanto che non ti sputo in faccia”. Quasi sicuramente era meglio di così, mi scuso ma non ricordo esattamente – però quel che diceva era legittimissimo, e per me era un “uno a uno, palla al centro”. Però, oops, quello che ancora non sapevo, e forse non sapeva nemmeno lui, perché i social erano più o meno all’alba, era che quella sua risposta aveva un peso molto più forte della mia recensione, perché lui aveva tre milioni di fan pronti a radermi al suolo. Non è stato facile, anche perché oggi siamo abituati alle cosiddette shitstorm, ma allora erano una cosa nuova. Però continuo a considerarmi più vaschista di tanti di quelli che si fanno tatuare “Sally” sulla schiena.

Ma i dischi si vendono ancora?

Ehi, questa è una domanda tecnica. E caso vuole che io sia preparato sull’argomento. Ti darò la risposta breve: non si “vendono” ancora, ma si ascoltano tanto. E se osserviamo il mercato negli ultimi dieci anni, la discografia è tornata a respirare. Ma il “disco” è diventato un concetto sfuggente, un disco dei Coldplay e uno di Billie Eilish e uno di Sfera Ebbasta sono tre entità diverse, il cui successo può essere misurabile in modi diversi. E non penso che i Coldplay si dolgano molto di aver venduto poche copie del loro ultimo disco.

(Paolo Vites)

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