SCENARIO RECESSIONE/ “Senza debito europeo si va spediti verso l’impoverimento”

- int. Sergio Cesaratto

Non bisogna farsi illusioni dopo il dato sul Pil del terzo trimestre: la mancanza di pace e le scelte europee rendono più pericolose inflazione e recessione

scholz vonderleyen 1 lapresse1280 640x300 Il Cancelliere tedesco Olaf Scholz con la Presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen (LaPresse)

Secondo Sergio Cesarattoprofessore di politica monetaria europea all’Università di Siena e autore di “Sei lezioni sulla moneta – La politica monetaria com’è e come viene raccontata” (Diarkos), i dati sul Pil italiano del terzo trimestre, che parlano di una crescita dello 0,5%, superiore alle attese, «sono consolanti.

Non possiamo dire incoraggianti perché dicono solo che il peggio ancora deve arrivare. La crescita del Pil nel terzo trimestre, l’Istat lo dice con chiarezza, dipende dalla domanda interna e in particolare dal turismo. La manifattura non va così bene».

Sono usciti anche i dati trimestrali relativi al Pil dell’Eurozona (+0,2%) e degli Stati Uniti (+2,6%). Cosa pensa di questa differenza?

Nel quadro attuale l’Europa è messa peggio degli Stati Uniti perché l’aumento delle spese energetiche e delle altre importazioni incide molto di più che negli States. La politica economica è stretta fra il desiderio di contenere la domanda aggregata e l’importazione di energia per contrastare l’inflazione, e dall’altro il rischio di una recessione che può farsi drammatica. L’aumento dei tassi di interesse incide sulla spesa privata aggiungendosi all’inflazione nel decurtare il potere d’acquisto. L’aumento dei tassi di interesse incide anche sui costi per lo Stato del sostegno ai redditi di famiglie e imprese. La spesa per interessi sul debito pubblico aumenta. L’inflazione è anche alimentata dal deprezzamento dell’euro (e simmetricamente diminuisce negli Usa per l’apprezzamento del dollaro). In Europa in sostanza ci si barcamena senza riuscire né a contrastare efficacemente l’inflazione, né a evitare recessione, crescita della povertà e disoccupazione. L’Italia è poi il Paese messo peggio di tutti, dati i suoi costi del debito pubblico.

Questo nonostante, appunto, il recente dato sul Pil…

Il Bel Paese già era la maglia nera in Europa rispetto al recupero dei livelli di attività precedenti alla crisi della scorsa decade, e aveva appena cominciato a recuperare quelli pre-pandemia. È anche la maglia nera in termini di tassi di occupazione (la popolazione in età lavorativa che effettivamente lavora). Quest’ultimo dato spiega perché l’imposizione fiscale in Italia è strutturalmente alta: sono pochi quelli che lavorano e pagano le tasse. A ciò si aggiunge l’elevata evasione fiscale. Ogni riduzione delle imposte e tolleranza dell’evasione implica meno servizi sanitari e istruzione. L’aumento della soglia dell’uso del contante fa solo indignare, un regalo a evasione, lavoro nero e mafie. Una buona fetta degli italiani è però contenta che governi chi ha questo programma.

A ottobre l’inflazione in Italia è arrivata in doppia cifra. Tutto questo che conseguenze avrà?

Un impoverimento generalizzato; un calo dei consumi e della domanda interna; un calo dei servizi pubblici, già carenti. Per contro l’inflazione gonfia il Pil e le entrate fiscali e questo fa scendere il rapporto debito/Pil. L’inflazione è un modo tradizionale di risanare i conti pubblici ai danni dei risparmiatori. Se questi coincidessero coi lavoratori autonomi che con l’evasione hanno accumulato ricchezza finanziaria non ci piangerei certo sopra. Purtroppo si colpisce alla cieca. Certo, l’inflazione è una tassa subdola, ma almeno non colpisce i ceti più poveri, quelli che non ce la fanno a risparmiare.

Sembra che il Governo Meloni voglia portare il deficit per il 2023 al massimo al 4,5% del Pil: più del tendenziale ereditato da Draghi, ma meno del 5,1% con cui si chiuderà il 2022. Troppo poco per affrontare la crisi? Scelta inevitabile per non preoccupare l’Europa?

Se l’Europa si ritiene in guerra, allora dovrebbe adottare misure economiche di guerra, in primis l’emissione di debito pubblico europeo spalleggiato dalla Bce, per sostenere i singoli Paesi che, privi di una banca centrale, sono a rischio di default. Ma l’Europa è sempre più divisa e i tedeschi, come al solito, fanno i loro interessi e ragionano come se davvero ciascuno potesse fare per conto proprio. Sono un Paese incapace di leadership: hanno supinamente accettato di essere trascinati dagli Stati Uniti in una guerra che non volevano non ponendosi a capo di un’opposizione europea, e ora cercano di cavarsela da soli. Tornando al suo quesito: se si fa maggiore deficit questo aiuta l’economia (e da ultimo anche le entrate fiscali), ma, indifesi come siamo di fronte ai mercati, i tassi sul debito potrebbero aumentare. Se non si fa debito europeo servirebbe comunque un sostegno della Bce o una copertura politica di Germania e Francia al maggiore deficit. Condizioni entrambe non presenti, anzi.

Il nostro Paese sembra non poter contare nemmeno su uno strumento europeo per affrontare la crisi energetica. Da mesi si susseguono proposte e vertici, ma non arriva alcuna decisione. Sembra quasi una spinta a fare in modo che i singoli Paesi, se possono, risolvano il problema come meglio credono…

Ho già risposto: l’Europa quando serve è matrigna. Comunque i problemi andrebbero risolti a monte, con un’Europa che lavorasse autonomamente per la pace. Non capisco perché Francia e Germania non lo fanno. Certo il nuovo Governo italiano non aiuta. Draghi era un atlantista “a prescindere”, un aspetto dal mio punto di vista riprovevole, segno di un suo servaggio ai poteri forti. La presidente Meloni deve rifarsi le credenziali e ha in questo gioco facile dato che gli Usa non hanno mai fatto mancare il loro appoggio a governi di estrema destra, anzi. Berlusconi dice cose giuste, forse perché rappresentante di quell’Italia che non ci piace, quella né rossa né nera, quella che guarda al suo particulare. Però la repulsione della guerra e la ricerca di un compromesso sono sentimenti condivisibili, e il cavaliere potrebbe fare finalmente qualcosa di buono nella vita.

La Bce ha alzato ancora i tassi, ma forse a preoccupare di più è la possibilità che a dicembre si definisca il Quantitative tightening. Cosa ne pensa? Il nostro Paese corre dei rischi?

Dio acceca coloro che vuole perdere. Il senso del Quantitative tightening non è altro che rafforzare la restrizione monetaria per combattere l’inflazione rendendo più costoso l’indebitamento pubblico. Se la Bce pensa di scatenare la tempesta perfetta rimettendo sul mercato centinaia di miliardi di titoli di Stato italiani, beh meglio che la Meloni chiami Bagnai a predisporre l’Italexit (auguri!). Oppure no, magari questo Governo è quello giusto per guidare in maniera autoritaria il Paese mentre va di male in peggio, il ministro dell’Interno è stato scelto con molta attenzione mi sembra.

Si parla anche di Tltro meno favorevoli. C’è il rischio di una contrazione dell’attività di credito in un momento in cui il rialzo dei tassi sta rendendo anche più onerosi i mutui?

Sì, mi sembra si vada in quella direzione. In fondo se il Quantitative tightening fosse rivolto al sistema bancario e non al debito sovrano sarebbe meglio. Ma posso perdere qualche passaggio.

Lo spread intanto, nelle ultime settimane, sta scendendo. Una buona notizia?

Può darsi che i mercati si fidino delle assicurazioni governative di rigore fiscale, o più probabilmente la diminuzione del prezzo del gas ha dato un po’ di respiro. Ma relativamente ai contratti per la primavera quest’ultimo non sembra diminuito altrettanto.

Tra pochi giorni la Commissione europea dovrebbe presentare alcune proposte per la riforma del Patto di stabilità e crescita. Si può essere ottimisti? Si può pensare che l’Italia possa spuntare condizioni migliori rispetto al passato?

Come ho sempre detto, in un’unione monetaria il Patto di stabilità, ovvero la disciplina sui conti pubblici, ha senso per Paesi privi di una banca centrale. Negli Stati Uniti, tuttavia, a tale disciplina si accompagna un bilancio federale perequativo e con compiti di contrasto al ciclo. Questo in Europa non c’è, né è in vista perché implica una solidarietà politica che ci sogniamo. La riforma del Patto di stabilità vedrà cancellate le norme più assurde come la riduzione del rapporto debito pubblico/Pil al 60% in vent’anni. Il clima europeo non mi sembra tuttavia dei migliori, e se non si fa nulla di serio in questo frangente drammatico… Ricordiamoci anche che a sanzionare il debito italiano ci sono i mercati, patti di stabilità o meno. Una vera riforma sarebbe quella che offre una garanzia europea sul debito.

Infine, ancora l’Italia non ha ratificato la riforma del Mes. Non se ne parla però ormai più, a differenza di due-tre anni fa. Vuol dire che non c’è ormai motivo di preoccuparsi?

È possibile che rispunti fuori in forma travestita. Questo Governo non credo possa perdere la faccia sottoscrivendo l’attuale riforma del Mes. La versione travestita consisterebbe comunque di uno strumento di ristrutturazione del debito pubblico di un Paese sull’orlo del default che entrasse in un programma di soccorso della Bce. Siamo sempre a Draghi 2012 nella sostanza. Mi faccia però aggiungere una nota sull’ambiente.

Prego.

Le Nazioni Unite hanno la settimana scorsa brutalmente detto che la guerra per limitare il riscaldamento del pianeta è persa. Solo degli idioti, la maggior parte di noi, non vedono la tragedia che abbiamo davanti. Come scrive Eurointelligence di lunedì 31 ottobre, non si possono vincere le guerre con Russia e Cina e al contempo quella per salvare il pianeta. Per salvarlo serve cooperazione globale e fiducia reciproca, e questo richiede realismo e compromessi. Purtroppo le anime belle (a sinistra), o quelle opportuniste (a destra), sono pronte a sacrificare il pianeta.

(Lorenzo Torrisi)

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