SCIENZA & LIBRI/ Jérôme Lejeune. La libertà dello scienziato

- Maria Cristina Speciani

Avvincente biografia di Jérôme Lejeune, scopritore della trisomia 21 come causa della sindrome di Down, scritta dalla postulatrice della causa di canonizzazione del grande genetista.

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Un libro speciale. Un libro avvincente, quattrocentoottanta pagine che vorresti percorrere senza prendere fiato. In realtà è un libro da leggere e rileggere perché ogni pagina introduce e svolge riflessioni profonde sulla scienza, sull’uomo, sulla libertà, sulla verità e molto altro sia attraverso testimonianze di chi ha conosciuto Jérôme Lejeune, sia attraverso le parole – citazioni da lettere, diari, conferenze – dello stesso genetista. L’esergo del libro è una frase di sant’Agostino: «Nessuno può essere veramente amico dell’uomo, se non è anzitutto amico della verità» e il libro è dedicato, oltre che a «tutti i pazienti di Jérôme Lejeune e alle loro famiglie, agli amanti della verità».

L’autrice, Aude Degast, è postulatrice della causa di canonizzazione di Jérôme Lejeune ed è stata vice-postulatrice dell’inchiesta diocesana, dal 2007 al 2012. L’editore segnala che per scrivere questa biografia la Dugast «ha lavorato undici anni consultando migliaia di archivi, ha incontrato a lungo Birthe Lejeune, primo e indispensabile sostegno di suo marito, i suoi parenti più stretti, molte famiglie di pazienti e di collaboratori francesi e stranieri.»

Il testo, nell’edizione francese del 2019 intitolato Jérôme Lejeune. La liberté du savant, è articolato in 16 capitoli che percorrono, seguendo una scansione temporale precisa, la vita di Lejeune. Segue un Epilogo, in cui si racconta la nascita dell’Istituto Jérôme Lejeune che è «oggi il primo centro europeo specializzato nel controllo dei pazienti portatori di trisomia 21 o di altri deficit intellettivi di origine genetica» e si danno informazioni sulla causa di canonizzazione aperta nel 2012.

Interessanti anche la Postfazione scritta da Birthe Lejeune e un Glossario a cura di Pierluigi Strippoli, professore di Biologia applicata che prosegue all’università di Bologna ricerche avviate da Lejeune.

Nel primo capitolo, Le ali dell’amicizia, si racconta la visita di Giovanni Paolo II nel 1997, durante la Giornata Mondiale della Gioventù di Parigi, alla tomba del «fratello Jérôme» nel piccolo villaggio di Chalo-Saint-Mars. A illustrare l’amicizia tra questi due grandi stanno anche gli episodi raccontati nei capitoli 11 e 12: la presenza casuale a Roma il giorno dell’elezione; il primo incontro personale nel novembre 1979; l’organizzazione di un pellegrinaggio per mobilitare i fedeli durante la prima vista di Giovanni Paolo II a Parigi e i numerosi incarichi che il Papa volle affidare a Lejeune in Vaticano – l’ultimo la presidenza della Pontificia Accademia per la Vita che durò pochi mesi fino alla morte il giorno di Pasqua del 1994. Da leggere, a pagina 318, gli avvenimenti del 13 maggio 1981 che vedono i Lejeune a pranzo con il Papa poche ore prima dell’attentato di piazza San Pietro.

L’infanzia e la giovinezza – fino alla fine degli studi in medicina – sono nel capitolo 2, Le radici del cielo (1926-1950). In particolare, viene raccontato l’incontro con i bambini mongoloidi, nel 1945, nel reparto di pediatria di Raymond Turpin. «Da allora e sull’esempio del suo maestro che dedica loro tutta la sua attenzione, Jérôme impara a conoscerli e a esaminarli, e così inizia a decifrare abilmente il messaggio inscritto nelle linee delle loro mani.» (pagina 37). Nell’aprile 1952, pochi giorni prima del matrimonio, scrive a Birthe: «Turpin mi propone un lavoro di uno o due anni sui mongoloidi. Sai, i piccoli ritardati. Sono persuaso che c’è qualcosa da scoprire e che forse è possibile migliorare la vita di migliaia di esseri umani […] se riusciamo a scoprire perché sono così.» (pagina 47).

Le ricerche scientifiche sono l’argomento del capitolo 4, Il decollo (1952-1959). «L’unica ipotesi che può conciliare queste deduzioni apparentemente contradditorie è quella di un incidente cromosomico […] Non ci resta che provarlo» (pagina 67). Nella primavera del 1958 mette a punto una allora nuova tecnica per l’allestimento dei cariotipi e il conteggio dei cromosomi (pagina 70-71) e nella pubblicazione del 16 marzo 1959 scrive: «In conclusione noi riteniamo poter affermare che il mongolismo è una malattia cromosomica, la prima a venire definitivamente dimostrata nella nostra specie.» (pagina 84). «Per la prima volta egli rompe l’isolamento delle famiglie e dà loro un po’ di speranza. Non si parlerà più di mongolismo ma di trisomia. È l’alba di una rivoluzione.» (pagina 86).

Nei capitoli successivi si parla della fama crescente di Lejeune e della sua ricerca di una terapia per i disturbi del metabolismo legati alla trisomia. È invitato a partecipare a importanti congressi in tutto il mondo, ma rifiuta una prestigiosa cattedra alla Columbia University per continuare il suo lavoro in Francia dove, nel 1963, diventa il primo professore di Genetica fondamentale (pagina 104-106).

Gli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso sono anni bui, in Europa e non solo, per chi difende la vita dal suo nascere e nel maggio 1968 Lejeune è contestato pubblicamente. A San Francisco, nell’ottobre 1969, durante la consegna del Allen Memoria Award, il premio più prestigioso che si possa assegnare a un genetista, annuncia pubblicamente il suo disaccordo sulle pratiche eugeniche: «Uccidere o non uccidere questo è il problema» (pagina 179). Il suo intervento è accolto con freddezza e Lejeune scrive sul suo diario «se mai i cromosomi avessero avuto una vaga possibilità per il Nobel l’ho eliminata lanciando questo avvertimento. Ma fra questo ed eliminare i piccoli bambini c’era forse da riflettere?» (pagina 181).

Lejeune «da grande ricercatore qual è vede che la fede e la ragione sono complementari nella ricerca della verità, l’una facendo luce sul «perché», l’altra cercando di conoscere il «nome» delle cose.» (pagina 158). Nel 1974 è nominato membro della Pontificia Accademia delle Scienze (pagina 251) ma è isolato nella sua posizione all’interno della Chiesa francese. Da leggere nel capitolo 11, Il granello di sabbia (1978-1980) le osservazioni sul rapporto scienza/fede alle pagine 299-300.

Negli anni successivi Lejeune riceve diversi incarichi dal Vaticano, in particolare da monsignor Caffarra e dal cardinal Ratzinger, sia per la stesura di note o pareri sui temi più scottanti sia per rappresentare il Vaticano in paesi stranieri. I capitoli 14 e 15, relativi agli anni dal 1985 al 1993 sono ricchi di testimonianze spesso commoventi – da non perdere.

L’ultimo capitolo racconta la malattia – un cancro ai polmoni – che porta alla morte di Lejeune il giorno di Pasqua del 1994 mostrando come fino alla fine abbia testimoniato il suo amore alla vita.

Jérôme Lejeune è stato dichiarato venerabile il 21 gennaio 2021.

Aude Dugast

Jérôme Lejeune. La libertà dello scienziato

Edizioni Cantagalli, Siena 2023

480 pagine euro 27, 00

Recensione di Maria Cristina Speciani

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