SPILLO/ La trappola dell’euro che impoverisce l’Ue come il Mezzogiorno

- Paolo Tanga

Il governatore della Banca d’Ungheria ha affermato che l’euro è stato un errore e che bisogna correre ai ripari. Ma propone soluzioni inefficaci

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La sede della Bce a Francoforte (LaPresse)

Il governatore della Banca d’Ungheria, Matolcsy, ha affermato che l’euro è stato un errore e che bisogna correre ai ripari. Questa la sintesi di un articolo pubblicato sul Financial Times, che potrebbero riaccendere le speranze di tutti coloro che, sia pure con diverse sfaccettature, si dichiarano sovranisti. Approfondendo, però, le affermazioni del Governatore, i sovranisti non hanno motivo di rallegrarsi. Infatti Matolcsy lamenta la circostanza che, a distanza di vent’anni dall’introduzione della moneta unica, non sono stati realizzati i pilastri che avrebbero consentito il successo dell’operazione: a) uno Stato comune; b) un bilancio che copra almeno il 15-20% del Pil totale dell’Eurozona; c) un ministro delle Finanze e un ministero comune per esercitarne il ruolo.

Secondo il governatore della Banca centrale d’Ungheria, la nascita dell’euro non è stata altro che una “trappola francese”, legata al fatto che l’allora presidente Mitterrand temeva, con l’unificazione della Germania, la crescita del potere tedesco e la nascita di un’Europa tedesca. Per evitare ciò, Mitterrand si sarebbe convinto che la rinuncia al marco tedesco da parte del cancelliere dell’epoca, Helmut Kohl, fosse sufficiente. E Kohl avrebbe ritenuto di dover accettare l’euro in cambio di una Germania unificata.

Entrambi, però, si sarebbero sbagliati: siamo arrivati a una Germania europea, non a un’Europa tedesca, e l’euro non è stato in grado di impedire l’emergere di una forte potenza tedesca. Poi, però, anche la Germania avrebbe sbagliato, cadendo nella trappola di un euro “troppo bello per essere vero” e commettendo una serie di errori.

A questo punto sarebbe “giunto il momento di svegliarsi da questo sogno dannoso e infruttuoso. Un punto di partenza sarebbe riconoscere che la moneta unica è una trappola praticamente per tutti i suoi membri – per ragioni diverse – non una miniera d’oro. Gli Stati dell’Ue … dovrebbero ammettere che l’euro è stato un errore …

Dobbiamo capire come liberarci da questa trappola … I membri della zona euro dovrebbero essere autorizzati a lasciare la zona di valuta nei prossimi decenni e quelli rimanenti dovrebbero costruire una valuta globale più sostenibile. Celebriamo il trentesimo anniversario nel 2022 del Trattato di Maastricht che ha generato l’euro riscrivendo il patto”, conclude il governatore ungherese.

Analizziamo questi punti salienti del discorso, che mi trovano d’accordo nella soluzione essenziale: i membri della zona euro dovrebbero essere autorizzati a lasciare l’euro. Infatti ritengo che l’errore strategico commesso dai Paesi aderenti all’Ue sia stato quello di avviare una convergenza monetaria, nonostante l’esperienza negativa fatta in tema di mantenimento sia della banda di oscillazione intorno al dollaro sia, soprattutto, di quella del serpente monetario.

Ogni Stato è un’organizzazione tra persone che insistono su un determinato territorio; al centro vengono poste la collettività e il suo benessere. La scelta europea manca di questo fondamento, in quanto è stato dato un valore determinante all’aggregazione di differenti sistemi organizzativi, puntando sulla globalizzazione e sul superamento della pluralità di mercati. Per i fautori di questo tipo di Europa il benessere della collettività e degli individui passa all’ultimo posto. Una scelta non condivisibile. E diversi autori avevano richiamato l’attenzione che ciò avrebbe comportato l’alternativa infelice tra suicidio e sopravvivenza.

La globalizzazione, peraltro, è stata accompagnata dall’introduzione di una moneta unica emessa a debito, cioè creata dal nulla attraverso il prestito, pretendendo quindi alla scadenza la restituzione di un ammontare di moneta maggiorato di interessi che, invece, per loro prerogativa, non sono stati emessi. In parole più chiare, per restituire il prestito occorreva sottrarre alla collettività una quantità di moneta dallo stock inizialmente disponibile.

In breve tempo, quindi, la collettività europea si è trovata solo con denaro emesso a fronte di prestiti; cessando questi, non ci sarebbe stato più denaro disponibile. La Bce ha reagito creando le operazioni straordinarie di Quantitative easing e le operazioni Tltro a tasso negativo a favore degli Stati non particolarmente indebitati e già favoriti per non essere stati gravati dal famigerato spread, quindi escludendo Portogallo, Italia, Grecia, Spagna (i cosiddetti Pigs), cioè trasferendo ricchezza finanziaria da questi ultimi agli altri. La frittata è stata fatta e ne vediamo le conseguenze.

Ovviamente i Paesi beneficiari si ostinano a dichiarare di rimetterci: un motivo in più per seguire il consiglio di Matolcsy e, se proprio qualcuno si ostina a voler far parte della moneta unica, lo faccia, ma personalmente consiglio a tutti di ricominciare daccapo, in quanto, per poter dare slancio all’economia, la moneta deve essere di proprietà del portatore, mentre il soggetto emittente deve limitare la sua pretesa al costo dell’emissione.

Passando, ora, alla tesi del governatore ungherese riguardo alla mancata realizzazione dei pilastri promessi che avrebbero consentito il successo dell’operazione, la risposta sta nelle esperienze empiriche, in particolare quella italiana. L’Unità d’Italia aveva soddisfatto tutte le condizioni elencate da Matolcsy, eppure ancora oggi ci sono recriminazioni contro i territori meridionali, che, tra l’altro, prima dell’unificazione disponevano di una ricchezza incommensurabile rispetto agli altri Stati della penisola.

Quale fu l’aspetto più negativo? Il passaggio dalla moneta con valore intrinseco e quindi di proprietà del portatore (grano d’argento, essendo stata sospesa la coniazione del ducato d’oro) alla lira emessa a debito, passaggio accompagnato dall’invasione delle banche con sede al Nord senza consentire alle banche del Sud di fare altrettanto. Tutte le politiche di riequilibrio non hanno consentito al Mezzogiorno di recuperare la decrescita indotta da tali fattori: come si sarebbe potuto farlo in Europa?

Infine, merita considerare l’affermazione che, per ragioni diverse, la moneta unica è una trappola praticamente per tutti i suoi membri. In realtà, come avvenuto per le regioni del Nord Italia, la ricchezza si trasferisce attraverso le operazioni bancarie e finanziarie poste in essere da organismi che non hanno sede nelle zone di insediamento.

Nella legge bancaria italiana del 1936 fu previsto, come correttivo, l’obbligatorietà per le banche (allora quasi esclusivamente di proprietà pubblica, caratteristica non trascurabile!) di investire in opere di pubblica utilità nei territori di operatività. Avrebbero dovuto investire in tali opere in proporzione al prelievo netto di interessi e commissioni, ma mai in Banca d’Italia, per i seguaci di Ciampi, fu presa in considerazione l’ipotesi di riequilibrio economico delle aree.

Allo stesso modo tale norma dovrebbe essere imposta in Europa – assieme al recupero di tutte le operazioni di prelievo di interessi e commissioni pregresse – imponendo tali investimenti di pubblica utilità anche alle banche private. Solo in questo modo l’Europa unita avrebbe senso e metterebbe in condizione i territori di recuperare il denaro fuggito altrove e di fronteggiare il pagamento delle competenze addebitate. Altrimenti continueremo ad assistere all’impoverimento di alcuni Paesi a vantaggio di altri.

In ogni caso, l’esternazione del governatore della Banca centrale ungherese ha riproposto l’urgenza di intervenire su questo delicatissimo problema di instabilità causato dai vigenti accordi europei. Queste mie riflessioni si affiancano ai proclami di tanti autori che mi hanno preceduto, indicando delle soluzioni minimali indispensabili per non far precipitare ulteriormente la vita economica della collettività europea.

Se i Paesi ancora privilegiati non accettano di ammettere i loro privilegi, almeno consentissero agli Stati danneggiati di staccarsi per riprendere in piena autonomia la responsabilità delle decisioni politiche necessarie.

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