SPILLO/ Sul partito dei cattolici il confronto è ormai a tutto campo

- Antonio Quaglio

Una serie di interventi dedicati al rapporto fede, cattolici e politica. L’ultimo autorevole, in ordine di tempo, è stato quello di Andrea Riccardi. Il ruolo di Conte

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Sacristia della Chiesa di St. Michael, Schwäbisch Hall, Germania (Pixabay)

Si fa più intenso e serrato il confronto interno al mondo cattolico italiano attorno all’opportunità di dar vita a una nuova formazione politica. Sono spiccati  ieri, senz’altro, un intervento sul Corriere della Sera  di Andrea Riccardi e un’intervista sulla Stampa dell’arcivescovo emerito di Milano, cardinale Angelo Scola.

Il fondatore della Comunità di sant’Egidio ed ex ministro nel governo Monti – si è segnalato per un titolo molto forte: “Il nazional-cattolicesimo è un pericolo per la Chiesa”.  Nel testo – molto ricco di richiami storici e dottrinali specialistici – Riccardi indica come “fenomeno europeo” quello che sta investendo “una Chiesa cattolica ovunque sollecitata a guardare con più attenzione alla nazione e all’identità”. Un cenno specifico viene comunque riservato soltanto all’Ungheria, mentre la riflessione si concentra sulla situazione italiana: prendendo subito le mosse “dall’intervista del cardinale Ruini che ha agitato le acque un po’ ferme del cattolicesimo italiano”.

È stata la  recente conversazione dell’ex presidente della Cei con il Corriere, a dare escalation a un dibattito – principalmente ecclesiale –  dipanatosi via via con crescente visibilità mediatica.

Ruini ha suggerito ai cattolici italiani di “dialogare con Salvini”, sconsigliando la ricostruzione di un “partito cattolico” e guardando invece alla capacità dei cattolici italiani di “permeare” le forze politiche esistenti. È parsa, la sua, una replica a una presa di posizione dell’ex direttore della Civiltà Cattolica Bartolomeo Sorge: fortemente preoccupato che in Italia “milioni di fedeli – non esclusi sacerdoti e consacrati – condividano, o quanto meno appoggino, concezioni antropologiche e politiche inconciliabili con la visione evangelica dell’uomo e della società”. (L’intervento è stato pubblicato dalla stessa Civiltà Cattolica, storica rivista dei gesuiti italiani, tradizionalmente edita sotto la supervisione della Segreteria di Stato della Santa Sede).

Nel botta e risposta fra Sorge e Ruini si è inserito il leader in carica dei vescovi italiani. Conversando con Avvenire – quotidiano della Cei – il cardinale Gualtiero Bassetti, ha confermato che la Chiesa italiana “dialoga con tutti”,  ma fermo restando che “un cristiano non odia e non può essere antisemita”. E facendo proprie “le parole di Papa Francesco”, Bassetti ha raccomandato “una nuova presenza di cattolici in politica. Una nuova presenza che non implica solo nuovi volti nelle campagne elettorali, ma principalmente nuovi metodi che permettano di forgiare alternative che contemporaneamente siano critiche e costruttive”. 

L’arcivescovo di Perugia ritiene opportuna questa presenza rinnovata “in un frangente segnato dalle divisioni, dalle lacerazioni sociali e, aggiungerei, anche ecclesiali”. E sulla stessa lunghezza d’onda sono sembrati anche alcuni brevi remark rilasciati all’Osservatore Romano dall’arcivescovo di Bologna, cardinale Matteo Zuppi, alla vigilia dell’uscita del suo libro Odierai il prossimo tuo. Perché abbiamo dimenticato la fraternità. Riflessioni sulle paure del tempo presente. “Il Papa chiede di imparare a contemplare la città degli uomini”, ha detto Zuppi. “È quello che il cristiano deve fare, perché la contemplazione vuol dire guardare dentro, significa riconoscere la domanda che emerge dalla polis

È stato lo stesso Sorge, comunque, a chiudere un primo giro d’opinioni con un’intervista all’Espresso, ribadendo in modo netto il suo giudizio di inconciliabilità fra cattolicesimo e leghismo: dialogare con Salvini sarebbe ripetere “quanto fece il Vaticano con Mussolini”. Negli ultimi giorni, tuttavia, si sono aggiunte altre prese di posizione da parte di autorevoli presuli italiani.

Nel tradizionale “Discorso alla Città” di Sant’Ambrogio, l’arcivescovo di Milano Mario Delpini ha difeso le ragioni della “speranza” nella possibilità di costruire una “società plurale”: in cui”i tratti identitari delle culture contribuiscano a un umanesimo inedito e promettente”.

Più direttamente nell’attualità è parso intervenire monsignor Nunzio Galantino, fino all’anno scorso segretario generale della Cei e ora presidente dell’Amministrazione del Patrimonio della Santa Sede. In un’intervista su Tv2000 ha puntualizzato che “la Chiesa dialoga con tutti ma non si fa strumentalizzare”. Più esplicito è stato l’altro ieri rispondendo alle domande di Radio Capital: Galantino ha espresso “simpatia” per il cosiddetto “movimento delle Sardine” che si raduna sabato a Roma (stessi toni ha tenuto, sempre ieri, il Segretario di Stato, cardinale Pietro Parolin). Galatntino, dal canto suo, ha nuovamente criticato “uomini e donne che pensano di fare politica con ogni mezzo, probabilmente perché non hanno a disposizione mezzi più credibili e allora ricorrono o strumentalizzano i simboli e non mi riferisco solo a quelli religiosi”. Anche in un’intervista su Famiglia Cristiana in edicola da oggi, Galantino rilancia l’allarme per “un’Italia troppo incattivita”, sottolineando la sua “tristezza” nel vedere la senatrice a vita Liliana Segre posta sotto scorta.

“La Chiesa come il mondo è in travaglio e lo è particolarmente in Europa, perciò anche in Italia”, ha sottolineato il cardinale Scola, uscito dal suo riserbo  rispondendo alla Stampa. L’arcivescovo emerito di Milano ha voluto intervenire anzitutto per dichiarare che “gli attacchi, soprattutto al Papa, sono sempre sbagliati. Fin da bambino ho imparato che “il Papa è il Papa”. Altra cosa sono i rilievi critici costruttivi”. Scola si dice preoccupato che “nell’opposizione tra “conservatori” e “progressisti” si stia tornando indietro di 40 anni”. Il cardinale – già rettore della Lateranense – conferma il suo scetticismo sulla “riduzione del cristianesimo a religione civile: significa affermare la dottrina e i valori separati da un soggetto personale e comunitario”. I cosiddetti “progressisti” – nota ancora Scola – parlano volentieri di un ritorno al Vangelo ma non sempre ne mettono in evidenza le implicazioni, soprattutto quelle etiche. Su quelle sociali invece sono molto sensibili ma una simile riduzione, anche se non lo si vuole, rischia l’ideologia”. Ma come i cattolici possono contare nella vita politica? “Non credo però sia tempo di una nuova fase del cattolicesimo politico in senso stretto. Speriamo e preghiamo – afferma Scola – che emergano cristiani capaci di creare una realtà politica ‘laica’ in cui, a condizioni chiare, chiunque possa trovare spazio per esprimersi”.

È su questa sfondo di prese di posizione ecclesiali che Riccardi ha indicato a suo avviso “il vero problema per la Chiesa italiana: non militare contro la Lega, bensì dialogare con i timori degli italiani, provando a farli uscire dalla paura della storia”. Invitando ad ascoltare e leggere Papa Francesco “nella realtà italiana”, il fondatore di Sant’Egidio sollecita “dibattito nella Chiesa, estroversione e segni: un cristianesimo dallo spessore storico”. Citando il cardinale Carlo Maria Martini (“Il primato va dato ai Vangeli, non ai valori”) Riccardi non rinuncia a una considerazione finale indubitabilmente critica verso il cattolicesimo italiano odierno: “Forse bisogna chiedersi se a quasi sette anni dall’elezione del Papa, e a sei dall’Evangelii Gaudium, come il cristianesimo italiano abbia comunicato il Vangelo o se, invece, non soffra di qualche afonia”.

L’appello di Riccardi per una nuova stagione d’impegno politico per i cattolici italiani non è certo l’unico generato dalla vasta platea degli intellettuali cattolici (fra i più qualificati si è segnalato – sempre sul Corriere un intervento di Mauro Magatti, sociologo ed economista dell’Università Cattolica). Ma la firma di Riccardi appare certamente molto significativa in quanto è quella di uno dei fondatori di Scelta Civica: il movimento cui diede vita Mario Monti, candidandosi alle elezioni del 2013 dopo essere stato chiamato dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano a guidare un governo istituzionale, con la veste del senatore a vita.

Non sono pochi gli osservatori che ritengono possibile una traiettoria simile per Giuseppe Conte: premier in carica dal 2018, pur non essendo stato eletto; e a capo in successione di due esecutivi con maggioranze contrapposte, dopo una crisi risolta dall’attenta vigilanza istituzionale del presidente Sergio Mattarella. Pur essendosi dichiarato “vicino a M5s” (il partito di maggioranza parlamentare che l’ha indicato due volte come premier), Conte ha spesso volte ricordato la sua “formazione da cattolico democratico”. E la parola-chiave del suo discorso di re-insediamento – pubblicamente applaudito lo scorso settembre anche dalla senatrice Segre – è stata “nuovo umanesimo”: un richiamo al discorso di Papa Francesco nel più recente Convegno nazionale della Chiesa italiana, tenutosi a Firenze nel 2015. 

PS: il titolo dell’intervento di Riccardi –  evidentemente stringato per ragioni redazionali – sembra stimolare di per sé una riflessione di scala universale sui rapporti correnti fra “fede e politica”.  Appare in effetti uno spunto di attualità stringente al di là dello stesso perimetro cattolico: basti pensare al caso di Israele, che proprio oggi entra per la terza volta in campagna elettorale in meno di un anno. E a Gerusalemme il voto del prossimo marzo si annuncia come uno scontro ennesimo fra il “nazional-ebraismo” di fondo delle forze che hanno sostenuto nell’ultimo decennio il premier Bibi Netanyahu e un’opposizione laica, comprendente fra l’altro i rappresentanti degli israeliani di etnia araba. Una contrapposizione radicalizzata dopo che, l’anno scorso, una riforma costituzionale ha ridefinito Israele come lo Stato nazionale del popolo ebraico.

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