SPY FINANZA/ Voto Usa e inflazione, le variabili rimaste per i mercati dopo la Fed

- Paolo Annoni

Ieri la Fed ha rassicurato i mercati, ma restano due appuntamenti e una questione di fondo cruciali per l’andamento dei listini

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Il Governatore della Federal Reserve Powell ieri ha rassicurato i mercati sul fatto che la banca centrale continuerà con gli acquisti di obbligazioni almeno allo stesso livello attuale e manterrà la politica monetaria espansiva. La decisione mantiene saldo uno dei punti fermi per gli investitori degli ultimi mesi con i suoi effetti sia sui mercati azionari che sulle obbligazioni. I mercati hanno prima spinto gli indici sui massimi di giornata per poi chiudere con un calo modesto. La Fed non cambia politica come da attese e quindi bisogna cercare di capire cosa potrebbe cambiare nei prossimi mesi avendo in mente due appuntamenti e una questione di fondo.

Il primo appuntamento, in ordine di tempo, è quello del nuovo pacchetto di stimoli all’economia in discussione nel Parlamento americano in questi giorni. La Federal Reserve può fare molto, ma non può continuare a sostenere i mercati a questi livelli senza l’aiuto degli stimoli fiscali che solo il Parlamento americano può approvare. Il prolungarsi dell’impasse con i due partiti in piena campagna elettorale potrebbe indurre la Fed a dare una “sveglia” ai politici togliendo per un po’ il supporto ai mercati e mettendoli di fronte alle loro responsabilità. Questo è forse l’unico incidente all’orizzonte che può far deviare i mercati prima delle elezioni del 3 novembre. Qualsiasi aumento della volatilità nei prossimi mesi si farà inevitabilmente sentire sull’esito elettorale. La Federal Reserve, come nel 2016 peraltro, farà di tutto per evitare sconvolgimenti appena prima delle elezioni. In questo caso tenere i mercati “in ordine” è positivo per Trump.

Il secondo appuntamento è quello del 3 novembre quando gli americani decideranno per la riconferma di Trump o per l’elezione di Biden. La fine della campagna elettorale potrebbe togliere il tappo a tante questioni che sono state tenute in naftalina per evitare volatilità al momento sbagliato. L’elenco è lungo e passa dalle tante tensioni geopolitiche nel Medio Oriente e nel Mediterraneo fino alla guerra commerciale sia contro la Cina che contro l’Europa. Le dimissioni dell’Ambasciatore americano in Cina di due giorni fa non sono passate inosservate. La tesi che si è diffusa è che l’America si prepari a un approccio più duro con il Presidente libero di perseguire le proprie politiche dopo la fine della campagna elettorale. Notiamo, a questo proposito, che le chance di Trump di essere rieletto sono molto migliori di quanto non lo fossero un mese fa e oggi la partita è apertissima. Dopo il 3 novembre nemmeno la Fed potrebbe essere sufficiente se i mercati dovessero incorporare maggiore tensioni geopolitiche.

La questione di fondo è quella su crescita e inflazione. Finora siamo stati in uno scenario di deflazione con le aspettative di inflazione schiantate; lo dimostrano sia il rally dell’oro che una quantità senza precedenti di obbligazioni con rendimento negativo. Il CPI, il dato che normalmente si osserva per capire cosa succede ai prezzi in America, è profondamente fuorviante, anche nelle sue versioni “aggiustate”, perché non include nel paniere il petrolio che è la variabile che più di tutte agisce sui prezzi al consumo. È possibile che la prossima fase di rally o la prossima rotazione che terrà su i listini sia proprio una scommessa sull’inflazione e sulla ripresa; se è questo lo scenario bisogna aspettarsi tassi in rialzo, banche e società industriali in salita.

Il rialzo del petrolio di ieri potrebbe essere il segnale di questa “nuova” fase. È lo scenario di breve perché spostando lo sguardo sul medio periodo rimangono sul tappeto tutte le questioni su un’economia devastata, con settori praticamente scomparsi o in grande trasformazione, e poi la questione fondamentale dal 2008. La massa di liquidità iniettata sui mercati dalle banche centrali non ha spostato di niente l’inflazione e ha lasciato i tassi ai minimi di sempre. L’area che ha fatto peggio di tutti e che oggi insegue “green new deal” suicidi per le proprie imprese è l’euro.

In questo scenario, se la crescita è solo un sogno da investitore da sposare per qualche mese, non si può escludere una “depressione” con tutto il corollario su prezzi e dintorni.

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