STORIA/ La Linea Cadorna e “l’altra Caporetto” che non c’è stata

- Riccardo Prando

Nell’alto Varesotto, tra lago Maggiore e confine svizzero, poteva esserci nel 1917 un’altra Caporetto. Se ne è parlato in un recente convegno

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Al centro della foto, il gen. Luigi Cadorna (1850-1928)

“La commemorazione del Milite Ignoto sul Monte San Martino. Il 4 novembre migliaia di persone giunte dalla Valcuvia, dalla Valtravaglia, dalla Val Marchirolo e dalla Valganna recano omaggio allo sconosciuto soldato al quale, nella stessa ora, vengono resi i più alti onori a Roma. Sono uomini, donne, bambini e vecchi che si riuniscono davanti all’antico Oratorio, dove il parroco di Duno, don Cambiano, celebra la S. Messa. Terminata la funzione, il capitano Gustavo Todeschini legge ad alta voce il bollettino della Vittoria e la motivazione della medaglia d’oro accordata dal re al Milite Ignoto. Applausi della folla e alalà dei fascisti. La banda di Cuvio intona la Canzone del Piave”.

Cent’anni fa nell’alto Varesotto, tra Lago Maggiore e confine con la Svizzera. Terra di boschi, prati, magre coltivazioni, allevamenti di sussistenza e forte emigrazione stagionale. “L’altra Caporetto” avrebbe dovuto passare di qua se solo gli alti comandi austro-ungarici non si fossero intestarditi a sfondare tra Veneto e Friuli.

Buon per noi, perché passando per la Confederazione Elvetica (documenti segreti riemersi solo pochi decenni fa dimostrano la disponibilità della Svizzera a lasciar transitare l’esercito di Francesco Giuseppe sul proprio territorio in cambio di lauti vantaggi economici), avrebbero incontrato scarsa resistenza lungo la linea fortificata Frontiera Nord Linea Cadorna (700 chilometri tra la zona di Domodossola e lo Stelvio, ma con l’esercito italiano tutto impiegato sul fronte orientale) che il generale in capo del Regio Esercito (originario della zona: era nato a Pallanza, sulla sponda piemontese del Verbano, nel 1850) aveva deciso di fortificare già all’inizio del conflitto mondiale: una volta giunti a Milano, appena 50 chilometri più a sud e cuore industriale del Paese, gli eserciti imperiali avrebbero vinto la guerra.

Ma la storia non si fa con i se e con i ma. Il decisivo errore di valutazione strategica costò caro al secolare nemico e risparmiò dal disastro Luino, Laveno e le decine di piccole e piccolissime comunità sparse tra queste valli. Il convegno “Il Milite Ignoto 100 anni dopo”, organizzato nei giorni scorsi dal Comune di Cuveglio (tremila abitanti nel cuore della Valcuvia) in occasione della Giornata delle Forze armate e dell’Unità nazionale, ha fatto riemergere questa pagina dimenticata della nostra storia. Il professor Andrea Caspani, storico dell’età contemporanea, docente e direttore della rivista LineaTempo, ha inquadrato l’argomento nel contesto più generale delle cause e degli effetti del conflitto contro il quale solo la Chiesa (ricordate la “inutile strage” di papa Benedetto XV?) ebbe, come istituzione, il coraggio di parlare.

Giorgio Roncari, storico della Valcuvia, si è occupato della condizione sociale della valle di allora che, pure, dalla guerra non ebbe solo lutti (si calcolano in via approssimativa 600 soldati caduti su una popolazione di circa 6mila abitanti), ma anche qualche vantaggio: uomini e donne furono largamente impiegati – e stipendiati dal Ministero della Guerra – proprio nella realizzazione della Linea Cadorna. Oggi camminamenti, trincee, postazioni di artiglieria, gallerie – 88 appostamenti da cannone di cui 11 in caverna, 25mila metri quadrati di baraccamenti, 296 di camionabili, 398 di carrarecce e mulattiere che impiegarono 20mila operai e costarono un cifra paragonabile a 150 milioni di euro: la Linea Maginot italiana, com’è stata ribattezzata – sopravvivono a stento in mezzo alla vegetazione dirompente.

Mai utilizzati allo scopo per cui erano stati costruiti, sfruttati solo in piccolissima parte nel corso della Battaglia del San Martino (14-17 novembre 1943) considerato il primo scontro armato vero e proprio della guerra partigiana in Italia, sono rientrati negli ultimi anni nella sfera d’interesse di enti pubblici e di associazioni locali (in primo luogo i vari gruppi e sezioni di Alpini), che ne hanno recuperato una piccola parte a scopo turistico. Uno sforzo encomiabile, ma ancora troppo poco per una vicenda che, solo per un “caso”, non ha riscritto la storia d’Italia e, probabilmente, d’Europa.

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