VERDI/ “Giovanna d’Arco”: Teatro dell’Opera di Roma riapertura al cento per cento

- Giuseppe Pennisi

Tutto esaurito al Teatro dell’Opera di Roma con la riapertura totale in occasione della Giovanna d’Arco di Giuseppe Verdi

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Foto Fabrizio Sansoni

Il 17 ottobre dopo 18 mesi di chiusura o di apertura a posti limitati, il Teatro dell’Opera di Roma ha riaperto con il cento per cento dei posti disponibili per la vendita. Teatro pienissimo nonostante si trattasse della prima di cinque repliche fuori abbonamento di “Giovanna D’Arco” di Giuseppe Verdi, titolo che mancava dalla capitale dal 1972, quindi un’opera rara. Ero, con mia moglie, alla fila 13 di platea, posti 23 e 25. Prima dello spettacolo, il direttore d’orchestra Daniele Gatti ha inteso ringraziare il pubblico per l’affluenza

Non so se Verdi o l’allora impresario del Teatro alla Scala Bartolomeo Merellli, alla ricerca di opere a carattere risorgimentale, avesse mai pensato di comporre un’opera su Anita Garibaldi. Negli Anni 50 dell’Ottocento, quelli della trilogia popolare, ci sarebbero stati tutti gli ingredienti: un primo atto in America Latina, la difese della breve Repubblica Romana con scene di battaglia sul Gianicolo, amore e morte tra le paludi del Comacchio. Probabilmente, non lo fece perché aveva già composto (in un mese) qualcosa del genere nel 1845, ossia anzitempo, quando, spinto da editore ed impresario, mise mano controvoglia a “Giovanna d’Arco” per il Teatro alla Scala (dove si poteva essere “patriottici” se si spostava l’azione di alcuni secoli). All’epoca la Pulzella d’Orléans non era stata ancora canonizzata (ciò avvenne nel 1920); sulla falsariga di una tragedia di Schiller, era stata argomento di opere di Michele Carafa, Nicola Vaccai, Giovanni Pacini e nel 1880 da Peter Illic Tchaikovsky. In tutte quelle italiane si era posta enfasi sull’unità nazionale (in Francia nel XV secolo) per trarne paralleli con l’Italia. In quella di Tchaikovsky, invece, l’accento è sul contrasto tra amor sacro ed amor profano.

Schiller era un poeta tedesco molto serio: la sua tragedia riguardava la tensione tra la missione sovrannaturale e la natura umana di Giovanna, con pochi accenni di contorno al processo di unificazione nazionale. La tragedia di Schiller non è una delle sue migliori. Temistocle Solera (librettista di Verdi) era un patriota rivoluzionario da non poco: il padre era stato condannato a morte dagli austro-ungarici per sovversione (ma fu poi amnistiato), Temistocle scappò all’estero con un bel soprano (lasciando il lavoro incompleto). Verdi, per di più, in quegli anni aveva perso la Fede: la morte della moglie e dei figli lo avevano convinto che in un mondo con tanto male non c’è posto per Dio, viveva “in peccato” con Giuseppina Strapponi, teorica dell’ateismo “lieto”. Quindi, la “sua” Giovanna ascoltava le voci più della carne che dell’Alto. In breve siamo alle prese con una vicenda di passione amorosa (tra la fanciulla e il Re di Francia). Giovanna non muore sul rogo, ma combattendo e salvando la Francia. Che fosse “indiavolata” ne era convinto (nel pessimo libretto) il padre Giacomo, il quale la consegna agli inglesi, prima di pentirsene amaramente, farla fuggire dal carcere e ridarla al campo di battaglia. Il libretto di Temistocle Solera è il peggiore messo in musica da Verdi, peggiore anche di quello di “Alzira” scritto da Salvatore Cammarano, che si svolge tra i selvaggi ed i cannibali di un incredibile Perù ma mantiene una certa coerenza drammaturgica.

L’opera venne composta in un mese, senza grande ispirazione. La partitura verdiana è un passo indietro rispetto a “Nabucco” e “I Lombardi alla Prima Crociata”, le opere che la hanno preceduta. Ci sono anticipi del “Macbeth” (i cori delle streghe). Interessanti l’ouverture (ispirata al rossiniano “Tell” e piena di senso paesaggistico – la foresta, la grotta, la cattedrale di Reims), un paio di bei duetti d’amore, i cori. Un solo personaggio è scavato a fondo – teatralmente e musicalmente: il tormentato padre Giacomo, figura autobiografica centrale nella poetica verdiana (si pensi a “Rigoletto”, a “Simon Boccanegra”, a Guido de Monfort ne “I Vespri Siciliani”, a Filippo II in “Don Carlo”). Alcuni dicono che Verdi la considerasse la migliore delle sue opere giovanili. Concordo con Massimo Mila e con Paolo Isotta che anche sotto il profilo musicale è una delle prove meno interessanti del primo periodo del compositore. Si sentì forzato a metterla in musica. Tanto che dopo una furiosa litigata con Merelli, per un quarto di secolo nessuna delle sue opere ebbe la “prima” alla Scala.

Raramente rappresentata in Europa (ne ricordo un allestimento a Bologna alla fine degli Anni 80 del Novecento, due a Parma a cavallo tra i due secoli, ed uno alla Scala nel 2015), l’opera è curiosamente spesso in scena negli Usa, specialmente nelle Schools of Music delle maggiori Università. Le viene data una lettura fortemente nazionalistica: un’edizione da me vista situava il tutto nella “war between the States”, ossia in un ambientazione da “Via col Vento”.

In questa produzione romana, realizzata in meno di due mesi per predisporre la riapertura del Teatro che era nell’aria, l’allestimento scenico di David Livermore è nettamente migliore di quello di “Elisabetta Regina d’Inghilterra” visto questa estate al Rossini Opera Festival. Con poco tempo a disposizione ed un budget (pare) molto risicato, con il suo creative team (scene di Giò Forma, costumi di Anna Verde, luci di Antonio Castro, video di D-Work) ha realizzato una messa in scena al tempo stesso stilizzata e grandiosa.  Utilizzando elementi scenici di un lavoro a Valencia ed anche idee viste questa estate in sue regìe nella stagione del dramma antico a Siracusa. Ha impiegato con maestria il coro ed il corpo di ballo del Teatro dall’Opera, dando agli eserciti, agli angeli ed ai demoni un ruolo da protagonisti.

Molto buona la prova dell’orchestra affidata a Gatti. Nettamente migliore a quella di Riccardo Chailly alla Scala nel 2015. Gatti e l’ottima orchestra del Teatro dell’Opera scavano nella partitura cogliendo i momenti migliori spesso nascosti tra tanto manierismo di routine. E’ una concertazione attenta ed ampia a differenza ad esempio di quella tersa scelta da Bruno Bartoletti a Parma per dare unità drammaturgica ad un lavoro che poca ne ha.

“Giovanna D’Arco” è un’opera di voci. Dai 25 personaggi della tragedia di Schiller, nel libretto di Solera ne restano cinque (anche per ragioni di economia), di cui due sono poco più che comprimari.

In questa produzione, i protagonisti sono in effetti quattro dato il ruolo del coro preparato in poco tempo ma con grande cura da Roberto Gabbiani. Il coro fornisce colori ed atmosfere ai sei quadri in cui si articolano i quattro atti.

Francesco Meli, che già era stato Carlo VII Re di Francia, alla Scala nel 2015, è perfetto in questi panni. Già dalla cavatina, si apprezza il suo timbro chiaro, il suo squillo senza vibrazioni, il suo fraseggio elegante. Roberto Frontali è il tormentato padre di Giovanna (elemento fondante – si è detto- della poetica verdiana); è una parte che gli si addice a pennello (dopo tanti Rigoletti e Boccanegra). Nino Machaidze è la pulzella d’Orléans; è un soprano di buon livello che dà il meglio di sé in ruoli più lirici e che non richiedono una voce drammatica ed acuti spericolati. Anna Netrebko alla Scala e Susan Dunn a Bologna mi sono parse più adatte ad un ruolo che oggi sarebbe forse perfetto per Roberta Mantegna.

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