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LETTURE/ Può il cristiano fare a meno del silenzio?

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Rembrandt, Il ritorno del figliol prodigo (1666, particolare) (Immagine d'archivio)  Rembrandt, Il ritorno del figliol prodigo (1666, particolare) (Immagine d'archivio)

Il fascino di ciò che è autentico si impone con la semplice forza dell’evidenza. Risplende della luce segreta di una bellezza che da sola perfora la crosta dei luoghi comuni, delle abitudini consolidate, delle mode del conformismo dominante. Non ha bisogno dei toni sopra le righe, della parola urlata e violenta per attrarre e suggestionare. È come una mano discreta che ti viene offerta, per aiutarti a rimetterti in piedi e a introdurti in un cammino. Nei termini di un invito a seguire i passi di qualcuno che ha già percorso un’esperienza, e proprio per questo la apre umilmente come ipotesi a chiunque voglia mettersi sulla stessa lunghezza d’onda, il desiderio di tracciare una proposta a tutti accessibile è la trama di fondo che sostiene anche l’ultimo libro di monsignor Massimo Camisasca: Scuola di preghiera. L’esperienza della liturgia (Edizioni San Paolo, 2012).

Il titolo potrebbe ingannare. Accostato distrattamente, rischia di suonare come rinvio a un genere per addetti ai lavori: gli esperti di materie religiose. Qui, invece, è in gioco l’impostazione che alla vita come tale siamo chiamati a dare. Il discorso prende il suo senso dal fatto di concepirsi come la risposta a una “sete”, a un “desiderio”, a una “tensione”, spinti a riempire un vuoto che si sperimenta di non poter non colmare. Da soli non ci bastiamo. Non riusciamo ad avere piena consistenza. Franiamo nelle sabbie mobili della palude del mondo: lasciati a noi stessi, scivoliamo verso la fragilità di un implacabile corrompersi. Dal cuore che si scopre mendicante, si sprigiona come domanda il gesto supremamente realista della preghiera, in dialogo con un Tu il cui profilo emerge in modo misterioso dal fondo ultimo dell’essere che ci avvolge e ci viene incontro. Nella sua mossa iniziale, quando il cuore è stanco e nauseato, magari l’unico slancio possibile è quello di uno “stare davanti” al mistero drammatico della nostra sproporzione. Vorremmo tutto per noi, ma ci ritroviamo incapaci di esaurire l’attesa insaziabile che portiamo inscritta nella nostra natura. Allora la preghiera più istintiva può diventare un grido che si libera stridendo, e che nell’intensità del bisogno che lo trascina invoca una misericordia, l’abbraccio di una vera compagnia al proprio destino.

Camisasca insiste sull’idea che nell’esperienza umana di chi si affida all’amicizia di Cristo la preghiera ha bisogno di un terreno per crescere. Il seme che le dà vigore è il silenzio. Non si tratta, in primo luogo, della fuga dalle parole, e tantomeno di un ripiegamento egoistico nella prigione dell’io individuale. L’ottica va in un certo senso capovolta. Il silenzio fecondo a cui ci viene proposto di lasciarsi educare può essere immaginato come un grembo materno: è uno spazio aperto, una dimora accogliente che ospita il germe di una coscienza nuova, di una sensibilità che diventa così possibile custodire, allevare, far maturare, tanto più quanto si impara a esserle fedeli. 



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