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Economia e Finanza

FINANZA/ I nuovi dati che mettono in crisi le borse

Crescono i timori per le nuove perdite delle banche europee. Ma questo, spiega MAURO BOTTARELLI, è solo uno dei problemi che fa tremare le borse

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Sono bastati, si fa per dire, i timori per nuove perdite da parte delle banche europee annunciate dalla Bce e la quasi certezza della prossima esplosione della bolla immobiliare cinese, per far scendere le Borse e mandare l’euro ai minimi da quattro anni a questa parte.

 

Detta così, la situazione spaventa ma non dà l’esatto quadro: la moneta unica, infatti, scenderà certamente sotto quota 1,20 sul dollaro rompendo il punto di resistenza a 1,19, le banche europee stanno per subire uno shock non preventivato nemmeno dagli stress tests - all’acqua di rose - che sono stati effettuati e la Cina è sull’orlo di una crisi che renderà quella dei subprime poco più che un raffreddore.

Ma andiamo con ordine. Dennis Gartman, guru di Wall Street e autore della “Gartman letter” ha una certezza: l’euro scenderà ancora perché i problemi che l’Europa si troverà ad affrontare nel medio termine saranno tutt’altro che semplici da risolvere. «I piani di austerità predisposti giocoforza dai governi, non saranno certo accettati con gioia dai cittadini greci, spagnoli, portoghesi e italiani e questo porterà tensioni che andranno a complicare una situazione già difficile. Prevedo che l’euro avrà un mese pesante davanti a sé, un anno pesante e tempi molto duri nel breve-medio termine. Andare a quota 1,20 o anche sotto contro il dollaro? La vivo come una quasi certezza».

Per Gartman, poi, all’orizzonte ci sono tensioni sul prezzo del petrolio, destinato a scendere ancora «Credo che andrà giù e che questo comincerà a porre un po’ di pressione sul prezzo, con ovvio conseguenze sul dollaro, visto che il 60% del prezzo delle commodities è composto dal biglietto verde. Detto questo, se anche il mercato delle materie prime non è allettante, il mio consiglio resta quello di stare lontani dall’azionario. In qualità di trader professionista, quando vedo l’indice della volatilità, il Vix, superare 35, vedo a coprirmi».

Il Vix, l’altro giorno, ha sfiorato 33: due mesi fa raggiungeva a malapena 18. D’altronde, chi come Gartman opera professionalmente sui listini aveva già messo in conto per il mese di maggio un rally rialzista drogato a livello di intra-correzioni. L’andamento più simile a quello attuale riguardava infatti la seconda metà del 1998, un chiaro caso di bull-market correction: in quel caso le correzioni furono tre e di ampio respiro, una subito dopo la metà di agosto del 4,2%, una nei primi dieci giorni di settembre del 4% e una a fine settembre del 3,5%: tutte superiori al 3%, dati chiari che rendevano l’ongoing correction vissuta nelle scorse settimane una qualcosa di breve e su cui non puntare.

Gli indicatori erano chiari e la crescita continua del Vix ne era la riprova: eppure qualche genio puntava sull’euforia rialzista garantita dal denaro a pioggia della Bce. C’è poi un altro punto decisamente interessante: le banche tedesche, Commerzbank in testa, nei focus interni e per gli investitori, pongono l’ipotesi di default degli Stati periferici europei e la loro uscita dall’euro tra le quattro da porre sotto attenzione.

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