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SPY FINANZA/ Qe, il "fallimento" che riavvicina la crisi

Pubblicazione:lunedì 5 gennaio 2015

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Benvenuti in Giappone. Con la deflazione ormai incorporata nel sistema e i mercati che scommettono per l’avvio del Qe della Bce già da questo fine mese, i rendimenti obbligazionari europei si sono schiantati ai minimi di sempre, come ci dimostra il primo grafico a fondo pagina. Il bond tedesco a 5 anni venerdì scorso ha registrato yield negativo per la prima volta da sempre, toccando quota 0,007% nel primo giorno di trading del nuovo anno, un fatto che implica come gli investitori siano pronti a pagare il governo tedesco affinché questo custodisca il loro denaro per il resto della decade. Ma anche i rendimenti italiano, spagnolo e portoghese sono letteralmente crollati negli ultimi giorni, con i Bonos addirittura sotto i 100 punti base di spread contro il Bund, mentre la Francia raccoglie denaro a 5 anni pagando solo lo 0,13% e l’Irlanda lo 0,32%.

Non si vedeva nulla di simile in Europa dal XIV secolo, quando Edoardo III fece default sul debito verso le banche italiane e la “morte nera” mieteva milioni di vittime, un combinato che portò a un collasso deflazionistico. Andrew Roberts, capo del credito a Rbs, non ha dubbi: «Stiamo assistendo alla giapponesizzazione del trading, l’eurozona sta sprofondando in una deflazione corrosiva e penso che sia troppo tardi per fermare questa dinamica. Penso che il tasso di inflazione di dicembre risulterà già negativo, alla Bce sono nei guai seri e lo sanno».

D’altronde, le parole di Mario Draghi nella sua intervista di venerdì al quotidiano economico tedesco Handelsblatt erano quasi un’ammissione di fallimento rispetto al mandato statutario di controllo della stabilità dei prezzi: ancora una volta il governatore ha parlato di “preparazioni tecniche in corso” per aumentare lo stato patrimoniale all’inizio del 2015, ma non ha offerto dettagli né sul quantitativo di denaro che verrà messo in campo, né sul tipo di acquisti che verranno fatti, in primis quelli di bond sovrani.

Non importa che nella sua vaghezza Draghi abbia ribadito che queste misure avranno dei caveat e che saranno implementate solo di fronte a un prolungato periodo di bassa inflazione, gli investitori hanno voluto leggere quelle parole come una chiara indicazione di Qe in arrivo già alla riunione del board prevista per il 22 gennaio. Peccato che a oggi, se la Bce decidesse di intervenire su larga scala, non ci siano già più offerta di bond sufficiente da parte di alcuni Stati membri, tanto che Bank of America fa notare come la carenza più grande sarà proprio quella di debito tedesco, visto che Berlino quest’anno punta a gestire un surplus di budget, quindi ritirerà gradualmente bonds più che emetterne: a quel punto, in tre giorni di trading la Bce avrà comprato tutto il debito greco o lettone sull’open market e si ritroverà con una pistola ad acqua al posto del bazooka.

Sempre la banca Usa prevede acquisti di bond sovrani per un importo annuale tra i 180 e i 360 miliardi di euro, parlando di «outlook economico destinato a peggiorare sostanzialmente» se l’Eurotower non darà vita al Qe per ragioni politiche, leggi dissidi Draghi-Weidmann, con la Bundesbank che ritiene il calo del prezzo del petrolio una dinamo sufficiente alla ripresa e punta a togliere dal tavolo di discussione lo stimolo monetario. Tanto più che negli ultimi giorni dalla Germania arrivano segnali sempre meno equivocabili: Michael Fuchs, uno dei leader dei Cristiano Democratici e ascoltato consigliere di Angela Merkel, ha infatti avvertito Draghi del fatto che un Qe servirebbe soltanto a togliere pressione agli Stati in crisi e permetterebbe loro di rimandare le riforme.

 


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