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RIPRESA E JOBS ACT/ I 50 spread che pesano su Renzi

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«Il Jobs Act non ha creato nuovi posti di lavoro, ma si è limitato a trasformare dei contratti a tempo determinato in contratti a tutele crescenti». È il commento di Leonardo Becchetti, professore di Economia politica all'Università Tor Vergata di Roma, ai nuovi dati Istat su occupazione e disoccupazione in Italia nel mese di marzo, quando cioè è entrata in funzione la riforma del governo Renzi. Rispetto a febbraio, il tasso di disoccupazione è cresciuto dello 0,2%, gli occupati sono diminuiti dello 0,3% e il numero delle persone che cercano lavoro è cresciuto dell’1,6%. Mercoledì sempre l’Istat aveva diffuso un altro dato negativo: tra marzo e aprile la fiducia dei consumatori è calata da 110,7 a 108,2 e quella delle imprese è scesa da 103 a 102,1.

 

Dopo i dati sulla fiducia di consumatori e imprese in calo, le cifre sono negative anche sul fronte occupazione. Il Jobs Act non sta funzionando?

Il Jobs Act è uno strumento per sostituire i contratti a tempo determinato in contratti a tutele crescenti. Anziché creare nuovi posti di lavoro ci si è limitati a trasformare un tipo di contratto in un altro. È un’analisi confermata dai dati usciti anche di recente, secondo cui il saldo positivo per quanto riguarda i nuovi posti di lavoro è molto limitato. Sappiamo bene che ciò che crea occupazione è altro, cioè una combinazione di politiche monetarie e fiscali. Le politiche fiscali però latitano, mentre abbiamo soltanto il Quantitative easing.

 

Eppure il Quantitative easing è riuscito a ridare slancio all’economia americana…

Il merito non è soltanto della politica monetaria della Fed. Dopo la crisi del 2008, gli Stati Uniti hanno attuato sia il Quantitative easing che una politica fiscale espansiva molto importante, e così hanno fatto ripartire l’economia. Noi da questo punto di vista siamo molto indietro.

 

Per quali motivi?

Il Quantitative easing ha creato delle situazioni di liquidità abbondante sui mercati finanziari. Ciò ha portato alla situazione paradossale di emissioni italiane a tasso zero o negativo, che è un indicatore di bolla speculativa.

 

Che cosa dovrebbe fare il nostro governo?

L’Italia potrebbe migliorare la situazione anche indipendentemente dall’attesa di una politica fiscale europea espansiva se si mettesse a lavorare su quelli che io chiamo i “50 spread di economia reale tra Italia e Germania”. Si tratta di quei fattori di ritardo, tra cui i tempi di giustizia civile e burocrazia, che rendono la nostra economia poco appetibile per la produzione. La priorità del governo avrebbero dovuto essere ridurre questi 50 spread, mentre siamo ancora indietro.

 

L’aumento dei disoccupati si spiega anche con il fatto che ci sono più persone che cercano lavoro?


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