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SPY FINANZA/ La "benzina" che aiuta il crollo delle borse

Pubblicazione:lunedì 11 gennaio 2016

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Venerdì scorso l’indice Shanghai Composite ha chiuso in rialzo dell’1,97%, facendo dimenticare per un attimo al mondo il dramma del -7% in soli venti minuti di contrattazioni di giovedì e la sospensione delle stesse. Cos’ha permesso quel rimbalzo? Due cose: primo, l’intervento del National Team, ovvero gli acquisti del fondo statale a supporto dei corsi. Secondo, il fatto che prima di aprire le contrattazioni la Banca centrale abbia svalutato di pochissimo lo yuan rispetto a quanto ci si attendeva. Parliamoci chiaro, quello cinese non è un mercato, ma una bolla istituzionalizzata, visto che quando si viaggia su multipli di utile per azione di 63x si fa riferimento al mondo della psichiatria e non della finanza. Prima o poi, la bolla scoppierà, bisogna vedere se in modo controllato o meno.

Di fatto, in molti provano a limitare l’impatto cinese sulla crescita globale, avanzando argomenti come quello per cui l’intera Cina pesa come il 7% dell’economia Usa. Vero, se si parla di economia, ma la cosa cambia se si tratta di mercati finanziari, visto che questi sono talmente correlati da portarci alla dinamica illustrata nel grafico a fondo pagina, ovvero un immediato impatto delle performance equities cinesi su quelle Usa. Come vedete, dal 2014 gli indici del Dragone sono andati in parabola ascendente grazie alla leva, ma non è la prima volta che questo accade e i precedenti hanno lasciato un prezzo molto salato da pagare.

Insomma, il rischio è come sempre quello del contagio, visto che i flussi in uscita dai mercati vanno a correlarsi. Per mettere in prospettiva la questione, lo scorso anno il margin debt in Cina ha raggiunto i 264 miliardi di dollari, un livello molto maggiore dei 500 miliardi di quello americano una volta che si aggiusta il dato al volume e al market cap dei due mercati. Detto questo, io continuo a pensarla alla mia maniera: ovvero, nel giudicare il caso Cina si guarda il dito e non la Luna. Il problema, infatti, non è la Borsa che crolla, quella è una conseguenza, bensì il fatto che Pechino sta avvicinandosi a grandi passi a una crisi valutaria legata alla svalutazione dello yuan e questo nonostante i continui interventi della Banca centrale per difendere il tasso di cambio.

A dicembre sono state bruciate sei volte le riserve record utilizzate nel precedente blitz sulla valuta, qualcosa come 120 miliardi di dollari: cosa ci dice questo? Che gli outflows di capitali dalla Cina ormai hanno preso dimensioni sistemiche e proporzioni bibliche. Insomma, lentamente, ma sempre meno, la situazione sta andando fuori controllo. Cosa fa paura ai mercati globali? Non Shanghai, ma il fatto che la Cina possa, prima o poi, dover abbandonare la sua difesa dello yuan, inviando al mondo un’ondata di deflazione devastante che annullerebbe in un solo colpo tutti gli effetti di stimolo messi in campo da Bce, Fed e Bank of Japan. Il rischio più immediato, invece, è quello di una reazione a catena in Asia, dove i Paesi emergenti stanno già pagando il prezzo alla fine del ciclo delle commodities e potrebbero precipitare in una crisi sistemica sullo stile di quella del 1998.

Non è un caso che l’instabilità cinese abbia portato la scorsa settimana il Brent ai minimi da 11 anni, in area 32 dollari al barile, mentre i timori legati alla svalutazione giovedì hanno fatto bruciare 635 miliardi di capitalizzazione in pochi minuti di caos a Shanghai. Uniamo a questo quadro le voci legate alla fine del bando alle vendite per i grandi investitori imposto lo scorso anno e i dati PMI di manifattura e servizi sotto quota 50, ovvero in contrazione, e il gioco del panico è fatto. Non a caso, i regolatori hanno dovuto mantenere e prolungare quel bando, il quale permette di vendere solo fino all’1% del flottante totale nel periodo di tempo di tre mesi: insomma, praticamente un mercato rialzista su ordine statale.

 


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COMMENTI
11/01/2016 - domanda a Bottarelli sulle subordinate (Roberto Lucini)

visto che ormai la parola "subordinata" agli occhi dei risparmiatori ha assunto la stessa valenza di "subprime", è logico aspettarsi che le banche italiane d'ora in poi non riusciranno più a piazzarne. Ma le subordinate, come tutte le obbligazioni, hanno tutte una scadenza, e molte probabilmente scadranno proprio nel 2016. A questo punto come faranno le banche che le avevano fin qui piazzate a man bassa a finanziarsi senza sforare tutti i parametri di Basilea 3 dai quali le subordinate erano graziosamente escluse? E ancora, visto che di conseguenza molte banche peggioreranno il loro Tier 1, oltre a tutto nel momento peggiore, più che il rischio c'è la certezza di un avvitarsi della crisi dietro l'angolo del nostro sistema bancario. Già da oggi conoscendo gli importi di subordinate in ballo e le loro scadenze si potrebbe prevederne l'evolversi. Un cordiale saluto.