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Economia e Finanza

SPILLO/ Se i "precari" possono vincere la crisi

I consumatori hanno un ruolo importante nel mercato. Per questo, spiega MAURO ARTIBANI, devono poter svolgere al meglio la loro attività che aiuta tutta l’economia

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Sta sulla bocca di tutti: “La norma anti-precari abolisce l’obbligo di reintegro al lavoro per quei poveri disgraziati”. Scandalo, ingiustizia sociale o miopia economica? Siamo alle solite, si tenta di fare le nozze con i fichi secchi. Precari, senza soldi, a corto di risparmi e credito inattingibile: tutto diviene temporaneo, incerto, provvisorio. E se senza soldi non si canta messa, figuriamoci come si possa fare la spesa. Precari i precari, insomma, precario il consumo! Si precarizza così il valore delle merci invendute: il latte caglia, la moda passa di moda, le tecnologie informatiche vengono superate dalle tecnologie informatiche del giorno dopo.

Con il Tizio, più Tizi, una moltitudine di Tizi precari, messi ai margini del mercato, in attesa de passà ‘a nuttata, è il minimo che possa capitare. Ci sono pure i Caio e i Sempronio: manager, operai, colletti bianchi, tutti impiegati nella produzione, a produrre il prodotto da acquistare sul mercato e che da quell’acquisto ricavano un reddito. Con questo andazzo: precari in itinere. Li vedete i commercianti, i pubblicitari, quelli del marketing imprecariarsi anch’essi? Già, si sta tutti sulla stessa barca, nel mare periglioso della precarietà ma…

Ma oltre lo sconforto e l’uggia, si intravede nel consumo una pratica produttiva e nel consumatore, ancorché precario, un imprescindibile operatore di mercato. Bene, in forza di questa indifferibile ragione economica, si rende possibile reclamare utili dal proprio lavoro di consumazione. Utili sì, magari precari, ma utili per uscire tutti, ma proprio tutti, con fiero cipiglio a rimirar le stelle.

Le notizie volano, debbono essere arrivate a quelli di JP Morgan. Sì, perché hanno annunciato che, nel corso dei prossimi tre anni, aumenteranno i salari minimi per 18.000 dipendenti americani da 10,5 dollari fino a un massimo di 16,5 dollari. “È la cosa giusta da fare”, afferma l’amministratore delegato, Jamie Dimon, unendosi così al movimento “Fight for 15”, combattiamo per 15 dollari l’ora. La banca americana conta 185 mila dipendenti negli Stati Uniti. La paura, di dover pagare il prezzo più alto del lavoro di consumazione, fa 90?