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J’ACCUSE/ Perché l'Italia consegna le sue spiagge all'Ue?

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Matteo Renzi a Bruxelles (LaPresse)  Matteo Renzi a Bruxelles (LaPresse)

"Uno schiaffo sonoro che potrebbe bruciare migliaia di posti di lavoro e milioni di euro investiti", mentre l’Italia tenta di negoziare a Bruxelles il salvataggio delle banche nazionali e dei risparmiatori di casa nostra (la Repubblica, 14 luglio 2016): così è stata efficacemente definita la recentissima sentenza della Corte di Giustizia che estende alle concessioni sul demanio marittimo le regole eurounitarie in materia di concorrenza.

Ed è già significativo che le cronache abbiano dismesso il refrain - quasi un riflesso condizionato - che attribuisce ai vincoli europei una funzione salvifica, benché non manchi chi si ostini a sostenere la tesi secondo cui tale decisione trarrà il "mercato delle concessioni" fuori dagli oscuri antri della suburra amministrativa, per farlo evolvere in fonte di lauti incassi per le casse pubbliche.

Una opinione che nasconde, a se stessa innanzitutto, il quadro costituzionale nel quale deve collocarsi la pronuncia dei Giudici dell’Unione ed i relativi risvolti, sui quali vale la pena intrattenersi, sia pure in breve.

Le critiche formulate in sede politica - ove ci si preoccupa, comprensibilmente, delle ricadute sociali di tale decisione - dovrebbero, infatti, acuirsi, ove appena si consideri che la Corte lussemburghese ha oltrepassato la soglia delle sue competenze, violando il dettato e la ragione dell’art. 345 TFUE, che rappresenta invece una condizione essenziale della adesione degli Stati all’Unione Europea.

I beni demaniali, secondo l’etimo giuridico della locuzione, sono pertinenze della sovranità: un elemento solido che, in contrasto con la tendenza, prettamente ideologica, ad eliminare dal dibattito (nonché dal lessico) i concetti ed i termini che si riferiscono alle questioni più spinose, perché fondamentali, ci rammenta che la sovranità statuale è un dominio concreto su un territorio e, quindi, sui beni e sulle ricchezze che ivi si trovano e si producono, in forma diretta (è appunto il caso del demanio) o indiretta (si tratta del potere di governo della collettività).

Ne consegue, per questo profilo, che la disciplina giuridica dei modi di godimento del demanio rappresenta una prerogativa sovrana, alla quale si accompagna quella, più generale, di dettare la disciplina dei beni e di regolare i modi e le forme della loro appropriazione. La fissazione dei regimi proprietari di appartenenza esclusiva (pubblici e privati) è uno dei corollari del titolo di appartenenza del territorio alla collettività (succeduta ai monarchi), del dominio eminente, come si dice tecnicamente, complementare all’altro, in forza del quale tale appartenenza implica un regime generale di libero uso per il soddisfacimento di condizioni di comunicazione sociale.

A ben vedere, quindi, la normativa che riguarda il demanio attiene alla più ampia operazione di conformazione del potere statale secondo la "decisione" costituzionale: non a caso, infatti, l’Assemblea Costituente francese se ne occupò attentamente, adottando il noto Décret relatif aux Domaines nationaux, aux Échanges et aux Apanages del 22 novembre 1790.



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COMMENTI
18/07/2016 - commento (francesco taddei)

l'italia mette le proprie spiagge nelle mani dell'ue e dei proprietari degli stabilimenti amici dei politici con canoni risibili perchè NON SIAMO PIU' un popolo! come può un popolo delegare tutte le norme ad un'entità sovranazionale o consegnarsi totalmente a potentati locali? l'autore è superficiale e banalmente politicante. in questo paese chiunque parli di sovranità viene bollato come antieuropeista.