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Lavoro

LAVORO/ Oltre il titolo di studio, ecco il vero asso nella manica per i giovani

In Italia si fa ancora fatica a educare a una cultura dei talenti, spiega GIANNI ZEN, mentre questa potrebbe rivelarsi vincente per giovani e imprese

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Certe notizie non possono non colpire. Penso, da un lato, ai 147.000 posti di lavoro non ancora occupati, cifra che comprende anche 80.000 tecnici specializzati che le nostre aziende non riescono a trovare; e dall’altro alle file infinite nelle scuole e nei concorsi pubblici, con persone, anche non più giovanissime, in attesa del fatidico posto fisso. È evidente che qualcosa non va: anzitutto a livello di formazione di base e di orientamento alle scelte fondamentali nella vita e nel lavoro.

Nel contempo, sappiamo bene che la crisi attuale rappresenta, se la si vuole prendere sul serio, una preziosa opportunità per ripensare daccapo ai temi fondamentali della vita delle persone e del futuro del nostro Paese.

“La risorsa fondamentale per l’impresa non è più rappresentata dal capitale, dalle risorse o dal lavoro, ma dalla conoscenza e dai soggetti che la generano”. Queste le parole usate da F. Drucker, uno dei più importanti pensatori di management del Novecento. Temi ripresi in Italia da Claudio Demattè e Pierluigi Celli.

Oggi, più di ieri, è fondamentale aiutare a scelte che siano in linea con i tempi, per consentire a tutti, in primis alle giovani generazioni, di orientarsi bene nel mercato del lavoro. Se poi vogliamo guardare dal di dentro lo stesso mondo del lavoro, vediamo che ogni persona è più importante delle stesse strutture materiali di un’azienda o di un ufficio professionale.

Il fatto è che queste cose, queste sottolineature, al giorno d’oggi, al di là di tanti discorsi di principio, non sono evidenti, ad esempio, tra gli educatori e tra gli operatori del mondo della formazione di base, cioè nelle scuole. Pochi, in queste realtà, conoscono davvero il mondo del lavoro, per com’è, per quello che è. Molti, anzi, sono ancora vincolati a certi modelli ideologici di vecchio stampo: del resto l’età media dei docenti supera i 50 anni e pochi sono quelli che si lasciano coinvolgere in forme di aggiornamento sui cambiamenti della società attuale.

Pochi, a essere sinceri, hanno maturato quel “pensiero positivo” capace di aiutare tutti ad affrontare le criticità della vita con spirito creativo, propositivo, come inedita opportunità di auto-aiuto. Senza questo spirito positivo si fa fatica ad adattarsi: i giovani, in prima battuta, devono scegliere i lavori possibili, e solo in corso d’opera, nella misura in cui dimostreranno competenze e talento, potranno cogliere al volo opportunità migliori.

Non basta, in poche parole, pretendere, perché si ha un pezzo di carta in mano (diploma o laurea), che lo “Stato” gonfi gli organici per creare posti di lavoro in più, come è invece successo negli ultimi decenni, gonfiando il debito pubblico. La parabola evangelica dei talenti, in questo contesto, può diventare un valido strumento interpretativo? Io credo di sì, ieri come oggi. Questa parabola vale più di tutta la letteratura pedagogica messa assieme.


COMMENTI
13/11/2010 - talentuoso non significa volti alti (Antonio Servadio)

Sono entusiasta di questo articolo, finora uno dei rarissimi che ho trovato in cui trovo rispecchiato il mio pensiero. Del resto non sono affatto idee nuove, soltanto che non sono ragionamento che attecchiscono nel nostro "mondo" (mondicello) scolastico, sopravvive nella perpetuazione di tradizioni chiuse nel proprio eterno "loop" auto-rigenerativo: la scuola è ottimizzata per la produzione di insegnanti, che fanno scuola per produrre altri insegnanti... Si parla tanto di talenti e di come valorizzarli, ma poi il discorso è appiattito sulla solita classificazione di merito scolastico, laddove i presupposti del merito e la natura del talento non vengono indagati e tutto si riduce a rafforzare la quantificazione della resa misurata sui soliti parametri. La scuola non dovrebbe assomigliare a una palestra di culturismo. Il dato di fatto resta: non esiste evidente correlazione tra voti scolastici e percorso di vita o di carriera.