BAC NORD/ La mono-dimensionalità che penalizza il film di Jimenez e Diwan

- Emanuele Rauco

Il problema principale del film di Cédric Jimenez è una mono-dimensionalità politica che poco a poco assume i contorni dell’ideologia

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Una scena del film

Quando leggiamo durante i titoli di coda che il film è stato scritto da Audrey Diwan, la regista che da poco ha vinto il Leone d’oro con 12 settimane, assieme al marito Cédric Jimenez, regista, da critici ci viene da sfoderare le teorie dell’autorialismo e cercare in Bac Nord dei segni o delle marche che la regista/sceneggiatrice potrebbe aver messo nell’uno e nell’altro film. Ne troveremo pochissimi, solo forse il personaggio incinta di Nora, moglie di uno dei protagonisti interpretata da Adèle Exarchopoulos, ma sarebbe strano e inopportuno il contrario.

Perché Bac Nord, arrivato su Netflix dopo la presentazione fuori concorso a Cannes 2021 e sulla scia di un bel successo in patria, è un poliziesco (polar, come chiamano il genere i francesi) duro e puro, ispirato a un reale scandalo che coinvolse le Brigate Anti Crimine di Marsiglia: i personaggi sono una squadra di poliziotti che faticano per lottare contro la piccola criminalità delle periferie e soprattutto contro la droga. Grazie alle preziose informazioni di una ragazza, la squadra capitanata da Greg (Gilles Lellouche) riesce a mettere le mani sul giro di stupefacenti e toglierli dalla circolazione, ma i metodi usati li metteranno nei guai.

Con la collaborazione di Benjamin Charbit, Jimenez e Diwan scrivono un film che della riconoscibilità nel genere fa un vessillo, fin dalla prima ottima sequenza di inseguimento e scontro con la realtà della periferia, come fosse una sorta di risposta a I miserabili di Ladj Ly vista con gli occhi e i cuori dei poliziotti: magari scorretti, grezzi, rotti a tante di quelle esperienze da non avere più sensibilità (o averne troppa, come nel caso di Antoine, interpretato da François Civil), mai però corrotti.

Il problema principale, almeno per chi scrive, di Bac Nord è appunto in questa mono-dimensionalità politica che poco a poco, col passare dei minuti, assume i contorni dell’ideologia: il lavoro dei poliziotti è ritratto, sequenza dopo sequenza, come una pratica in cui sono sempre più lasciati soli contro tutti, in balia di una società che non li capisce ma che il regista non ha minimamente voglia di ascoltare, accontentandosi del manicheismo utile all’azione e alla drammaturgia.

Finché ritmo e tensione reggono va pure bene, poi, quando il racconto passa dal thriller al dramma carcerario, il vittimismo raggiunge livelli di guardia e l’epica del poliziotto solo contro un mondo brutto e cattivo diventa difficilmente ricevibile, perché annulla la complessità di una realtà a cui il regista vuole comunque aggrapparsi, magari per rimaneggiarla.

Non è solamente una questione di punti di vista o legittime prese di posizione, che comunque sono discutibili e questionabili anche nel merito, ma di forma che queste posizioni danno al racconto e alla messinscena, facendola cadere in un pathos greve, in scelte musicali facilissime e fuori tempo, come “The House of the Rising Sun” nel finale. Al di là dei testi e sotto-testi politici e del modo di interagire con la realtà, Bac Nord è comunque una discreta opera di intrattenimento, realizzata con professionalità di alto livello e un adeguato senso dei personaggi. Forse è in questa sensibilità di genere che possiamo trovare, se ancora volessimo cercarlo, il tocco di Diwan: come questo film diretto dal marito, anche il film da lei realizzato può sembrare un teso thriller dalle sfumature horror.

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