CARO EVAN HANSEN/ Il musical che fonde impatto spettacolare e urgenza “politica”

- Emanuele Rauco

Caro Evan Hansen sa fondere l’impatto spettacolare con una precisa urgenza “politica”, elementi non da poco in un film per ragazzi

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Una scena del film

La musica è forse il più potente dei veicoli attraverso cui gli adolescenti riescono a esprimere loro stessi e comunicare tra di loro, per questo il legame tra le canzoni e il teen drama è da sempre fortissimo, tanto da intraprendere nel corso degli anni la via del musical. Di quella via fa parte Caro Evan Hansen, film presentato alla Festa del Cinema di Roma 2021 in collaborazione con Alice nella città.

Tratto da un successo di Broadway, il film diretto da Stephen Chbosky (specializzato in racconti di adolescenti o quasi) e scritto da Steven Levenson – autore del libretto teatrale – racconta dell’Evan del titolo (Ben Platt, già protagonista a teatro), un ragazzo con vari problemi psicologici che cerca di affrontare la scuola e le difficoltà relazionali che essa crea. Fino a quando il suicidio di un ragazzo appena conosciuto non crea una serie di equivoci che lo conducono a diventare popolare suo malgrado.

Caro Evan Hansen sceglie di concentrarsi su temi piuttosto sensibili in America mettendo in questione le radici sociali e ideologiche della società americana – scuola e famiglia come specchi di uno stile di vita – e le loro conseguenze, ossia un sempre crescente disagio da parte dei ragazzi nell’affrontare un mondo che li spinge a compiacere gli altri, e di come questi ragazzi “anonimi”, indotti al silenzio dalle norme di quel sistema, decidano di farsi sentire, nel bene e nel male.

Levenson mostra come la menzogna sia l’unica possibile alternativa al suicidio per chi soffre e così facendo svela l’ipocrisia di fondo anche delle narrazioni che hanno cercato di raccontare, dei racconti filmici, televisivi o letterari in cui il problema intimo si poteva sconfiggere solo con il riconoscimento esterno, solo attraverso l’ottica del “successo”.

Chbosky ci costruisce sopra un racconto che miscela la commedia degli equivoci e il dramma adolescenziale che chiede allo spettatore “comune” un certo sforzo per entrare in un personaggio difficile come Evan, ma poi lo ripaga con una buona dose di emozioni, anche perché sfrutta lo script – e le canzoni di Benj Pasek e Justin Paul – per ampliare le chiavi d’accesso al film, per aumentare i modi in cui fruirlo e così Caro Evan Hansen diventa anche un film su tre genitori che non conoscono i loro figli, le loro battaglie interiori, che compiono errori e cercano di rimediarne.

Ha più di un difetto il film, è troppo lungo per esempio, soprattutto verso il finale, non sembra trovare il passo giusto per concludere, ha un paio di leggerezze di scrittura e Platt, nonostante il talento, non riesce a camuffare i dieci anni di differenza con il suo personaggio, ma le canzoni colpiscono, soprattutto quando accompagnate da coreografie o trovate registiche, e la riflessione emotiva e psicologica è importante e ben condotta.

Caro Evan Hansen sa fondere l’impatto spettacolare con una precisa urgenza “politica”, elementi non da poco in un film per ragazzi.

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