CASO ZANGRILLO/ Ecco perché in Italia le notizie positive non “tirano”

- Patrizia Ciava

Le parole del professor Zangrillo sul “virus che dal punto di vista clinico non esiste più” sono state confutate con una classica operazione di “character assassination”

alberto zangrillo coronavirus
Alberto Zangrillo, Ospedale San Raffaele Milano (LaPresse)

Nei giorni scorsi si è verificato un fenomeno singolare in seguito alla dichiarazione del professor Alberto Zangrillo, primario dell’Unità operativa di terapia intensiva e rianimazione generale presso l’Ospedale San Raffaele di Milano, il quale nel corso di una puntata della trasmissione Mezz’ora in più di Lucia Annunziata, in onda su Rai 3, ha affermato che il coronavirus “dal punto di vista clinico non esiste più”.

La logica vorrebbe che una simile notizia, sostenuta da una persona competente che ha vissuto l’epidemia in prima linea, a diretto contatto con i malati ricoverati in terapia intensiva di un grande ospedale situato proprio nell’area di maggiore diffusione e letalità del coronavirus, dovrebbe, seppur con le dovute cautele, ingenerare un senso di sollievo nella popolazione.

Invece le sue parole sono state accolte da un’ondata di indignazione e di rifiuto che ha invaso media e social network, con la diffusione di informazioni atte a screditare professionalmente il povero Zangrillo, sottoposto alla gogna per aver osato tentare di rassicurare i cittadini italiani.

Il motivo per cui alcuni giornali si sono attivati per confutare le parole di Zangrillo è facilmente intuibile. L’epidemia da coronavirus ha rappresentato per molte testate una miniera d’oro insperata, con un incremento delle vendite che non si verificava più da anni. E’ quindi abbastanza comprensibile che cerchino di cavalcare il più a lungo possibile l’onda favorevole e mantenere alta la tensione e la paura tra il pubblico. La percezione di una diminuzione del rischio porterebbe inevitabilmente le persone a disinteressarsi gradualmente del problema.

Cosicché, alcuni giornalisti hanno presentato il professor Zangrillo come “il medico di Berlusconi” affermando, con ammiccamenti da gossip, che questo rivelerebbe le sue simpatie politiche. Ora, il fatto che Berlusconi si sia rivolto a lui per curarsi dovrebbe in realtà avvalorare le capacità professionali del professore, visto che Berlusconi affida certamente la sua salute ai migliori specialisti. Ed è altrettanto ovvio che nessun medico si rifiuta di visitare un paziente, anche se ha diverse convinzioni politiche. D’altronde, lo prevede lo stesso giuramento di Ippocrate.

Ma un giornalista furbo sa bene che la maggior parte del pubblico non rifletterà, né si chiederà perché mai la dichiarazione di Zangrillo dovrebbe avvantaggiare Berlusconi che ha certamente più da guadagnare con le sue reti tv finché dura il panico da coronavirus. Il giornalista furbo sa bene che il pubblico reagisce sull’onda dell’emozione e che basta legare un nome a Berlusconi per far sì che diventi antipatico a tutti quelli che lo avversano.

Diffamare a mezzo stampa una persona per inficiare le sue idee e le sue parole, quella che in inglese è definita “character assassination”, è una tattica ormai consolidata nel giornalismo e in politica. Un tempo, infatti, i personaggi scomodi venivano eliminati fisicamente, ottenendo l’effetto opposto di renderli dei martiri. Oggigiorno, ai tempi della dittatura dei mass media, si è capito che è molto più efficace e indolore farli fuori mediaticamente, insinuando dubbi sulla loro moralità o attendibilità.

«Zangrillo è soprattutto noto per essere da circa 30 anni il medico personale di Silvio Berlusconi, assistito in diverse occasioni per malattie e operazioni con ricoveri proprio al San Raffaele» si legge su Il Post, anche se poi si precisa: «Nonostante la sua vicinanza all’ex presidente del Consiglio, Zangrillo non ha mai tentato o intrapreso la vita politica, dedicandosi esclusivamente alle attività cliniche e di ricerca.»

Ma tant’è, la gente ormai assocerà automaticamente il nome di Zangrillo a Berlusconi e trasferirà l’avversione per quest’ultimo sul medico – e qualunque altro professionista o collaboratore – da lui scelto. Inoltre, si innescherà la solita battaglia tra simpatizzanti di fazioni politiche opposte, anche quella sapientemente guidata dai media per scatenare reazioni virali e ottenere maggiori vendite e condivisioni delle pagine online.

Come se non bastasse, il malcapitato professore è stato anche accusato di essere in cerca di visibilità. Sempre Il Post scrive: «Negli anni ha comunque dimostrato di gradire una certa attenzione da parte dei media, partecipando a numerosi programmi televisivi e dando innumerevoli interviste ai giornali».

In pratica, la pletora di esperti, virologi, epidemiologi che negli ultimi mesi hanno affollato programmi televisivi e rilasciato proclami catastrofici lo facevano unicamente a scopo umanitario, chi tenta invece di riportare la situazione entro i livelli di un ragionevole ottimismo è in cattiva fede.

Non vale nemmeno la pena ribattere qui a quanti hanno tentato di sminuire il ruolo di Zangrillo ricordando che non è un epidemiologo. Né a chi ha tentato di ridurre il prestigio dell’Irccs Ospedale San Raffaele, indiscusso centro di eccellenza italiano, riconosciuto a livello europeo, chiamandolo un “semplice ospedale privato”.

I media, riportando le parole del professor Zangrillo fuori contesto, hanno contribuito alla diffusione di fraintendimenti, come quelli sulla presunta mutazione del coronavirus. La frase pronunciata da Zangrillo – “il coronavirus dal punto di vista clinico non esiste più” – significa che nell’esperienza di chi si occupa dei pazienti affetti da Covid-19 la gravità dei sintomi sembra essere molto inferiore rispetto ad alcuni mesi fa. Quindi Zangrillo non ha detto che il virus è scomparso, né che è mutato, ma che è meno rilevante per i sintomi che sviluppa e le reazioni che scatena nell’organismo delle persone infette.

Le sue affermazioni si basano su una ricerca condotta da Massimo Clementi, direttore del Laboratorio di microbiologia e virologia del San Raffaele, analizzando campioni di muco e saliva, prelevati con il tampone, per valutare la carica virale del virus, cioè la quantità di particelle virali presenti nell’organismo dei malati. In linea di massima, più risulta alta la carica virale, più è probabile che la persona infetta manifesti sintomi importanti, che si possono aggravare. I ricercatori hanno poi messo a confronto i risultati di queste analisi riferite a maggio con quelle effettuate a marzo, trovando una minore carica virale.

Zangrillo, quindi, non ha mai affermato che il coronavirus sia “scomparso”, né che sia “mutato”, ma segnala che è stata rilevata una minore “capacità replicativa” del coronavirus a maggio rispetto ai mesi precedenti. La ricerca indica che è cambiata la “manifestazione clinica”, cioè il modo in cui si presenta la Covid-19 negli infetti.

Il virologo Guido Silvestri, docente alla Emory University di Atlanta, che studia l’evoluzione dell’epidemia in Italia, chiamato in causa su quella che è stata definita “la bomba Zangrillo” ha ribadito: «Sull’aspetto specifico enunciato da Zangrillo, cioè l’osservazione che la carica virale nei tamponi naso-faringei positivi per Sars-CoV-2 è più bassa adesso che a inizio epidemia, si tratta di dati di laboratorio molto solidi e in corso di pubblicazione».

«In quanto alla famosa proiezione dei modelli epidemiologici che prevedeva 150.000 ricoveri in terapia intensiva entro l’8 giugno, penso che sarebbe utile usare questa vicenda come un’opportunità per spiegare al pubblico, con onestà e umiltà, i limiti concettuali di tali modelli» ha commentato l’esperto. «Infine, sulle beghe politiche tipicamente italiane che influenzano le valutazioni degli aspetti medico-scientifici di Sars-CoV-2 e Covid-19, ripeto una volta per tutte che mi interessano poco. Io cerco solo di capire come stanno le cose usando il metodo e i dati della scienza» ha concluso Silvestri.

Sulla vicenda è intervenuto, infine, il viceministro alla Salute, Pierpaolo Sileri, lui stesso medico chirurgo, il quale durante la trasmissione Tagadà ha confermato: «I malati non arrivano più nelle terapie intensive, consideriamo anche questo e diamo ottimismo. Il dottor Zangrillo ha ragione, voleva dire esattamente questo. Lavorando in terapia intensiva ha fatto quell’osservazione che io trovo corretta. Il numero dei decessi è in calo, ho parlato con altri medici, dicono che non vedono casi gravi da molti giorni, le persone che purtroppo muoiono si trovano in terapia intensiva da diverso tempo. Una cosa è certa, gli ospedali sono meno pieni».

Tutto risolto quindi? La gente ora si sente più tranquilla e ottimista? A giudicare dai post su Facebook e dai tweet si direbbe proprio di no. Molti continuano a dare maggior credito a chi presagisce un aumento di virulenza del coronavirus e a chi diffonde previsioni di una prossima ondata di contagi e decessi più catastrofica della prima. Insomma, sembra proprio che la gente voglia continuare a vivere nella paura.

E questo solleva un’altra questione che i giornalisti conoscono bene: il pubblico, in genere, è maggiormente attratto dalle cattive notizie.

(1-continua)

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