COME PECORE IN MEZZO AI LUPI/ La speranza per il cinema nel film di Patitucci

- Emanuele Rauco

Il primo film da regista di Lyda Patitucci è un esempio di quel cinema medio, ben fatto, ben scritto e recitato, di cui si sentiva bisogno nel nostro Paese

Come pecore inmezzoai lupi WEB1280 640x300.jpeg Una scena del film

Nell’estate cinematografica più ricca che, forse, si sia mai vista in Italia, il silenzio degli italiani è prevedibile: nonostante le differenti mutazioni di costume, è rarissimo che esca un prodotto con ambizioni artistiche o di botteghino nel periodo compreso tra maggio e settembre, a meno che non goda del traino di Cannes. Quindi ci togliamo il cappello di fronte a Come pecore in mezzo ai lupi che ha deciso di esordire nei cinema a luglio, anche approfittando dello sconto per i film europei.

Esordio alla regia di Lyda Patitucci, fattasi notare come regista della seconda unità di varie produzioni di primo livello (Il primo re su tutti), il film è un noir che racconta di Vera (Isabella Ragonese), poliziotta infiltrata in una banda di rapinatori nella quale a un tratto, compare il fratello. I loro problemi familiari mettono in pericolo la missione e soprattutto le loro vite.

Scritto da Filippo Gravino, Come pecore in mezzo ai lupi si inserisce nel novero delle produzioni Groenlandia che hanno in comune l’intento di portare sul grande schermo – e in parte anche sul piccolo – un tipo di cinema che il pubblico si sta disabituando a vedere, fatto di azione, avventura, tagli di genere poco frequentati e soprattutto alti valori produttivi.

Patitucci, che sui set in cui si è formata ha sempre curato l’aspetto action, si ritrova qui tra le mani un thriller drammatico vicino al polar francese che, e sta qui la differenza con molti film simili, cerca prima di tutto la credibilità ambientale, la serietà di contesti, facce, luoghi, la ricostruzione di quello che in ambiente criminale chiamano il milieu, in questo caso la criminalità serba.

Quella credibilità è costruita attraverso i toni della fotografia di Giuseppe Maio, le prove degli attori anche nei luoghi secondari, la descrizione di ambienti e personaggi di secondo piano, in cui le cosiddette back stories (cioè le linee narrative parallele al racconto principale) aggiungono spessore anziché toglierlo, la messinscena dell’azione e della violenza curata senza mai farne un giocattolo.

Senza fronzoli, Come pecore in mezzo ai lupi è un film duro, senza compromessi – altro elemento poco usuale -, un esempio di quel cinema medio, ben fatto, ben scritto e recitato, senza leziosità televisive, di cui abbiamo sempre rivendicato la necessità nell’industria cinematografica italiana, finché quel tipo di immaginario ha trovato casa (o potremmo dire è stato svenduto) presso la tv, rendendo di fatto film così oggetti che sembrano non avere pubblico fuori dal piccolo schermo. Speriamo di sbagliarci.

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