RAGAZZO UCCISO A SPRANGATE/ Crepet: gli adulti hanno smesso di dire “no”

- int. Paolo Crepet

Per lo psichiatra e sociologo PAOLO CREPET la nostra comunità educante, genitori e scuola, non sa più proporre modelli educativi: i giovani replicano i giochi della playstation

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Immagine di repertorio (Pixabay)

“Le domande mi piacerebbe rivolgerle ai genitori di quei ragazzi che hanno ucciso e a quelli che adesso vanno in giro per il paese con le mazze in mano invocando giustizia”. Paolo Crepet, psichiatra, scrittore e sociologo, da sempre insiste sulla perdita nella nostra società di un modello educativo forte che ha lasciato i più giovani nel vuoto assoluto, riempito al massimo dalla virtualità di Internet. In questa intervista ribadisce il ruolo fondante della comunità educativa, che dalla famiglia passa per la scuola. Entrambe però oggi hanno smarrito qualunque capacità propositiva.

Professore, ennesimo episodio inquietante quello che ha visto il massacro da parte di un branco di coetanei di un giovane di 20 anni. La sua impressione?

E’ un caso che ci pone in una situazione imbarazzante per una comunità come la nostra, il non accorgersi della deriva etica e morale dei giovani.

In televisione lei ha detto che a scuola bisognerebbe spiegare ai ragazzi che cosa significa essere amici. Cosa intendeva esattamente?

Intendevo che personalmente non ritengo che gli amici siano quelli dei social network, quelli non sono amici, ma virtualità che non danno significato alla vita. Credo che questa sia una cosa su cui noi educatori dobbiamo ragionare per capire che è un valore da trasmettere.

Il compito educativo in primo luogo spetta alla famiglia o alla scuola?

A entrambe, a tutta la nostra comunità educante.

Una comunità educante, quella famiglia-scuola, che appare carente in questo suo compito, è d’accordo?

Certamente. A scuola gli insegnanti parlano con i ragazzi solo quando li interrogano, in famiglia lo stesso, si parla pochissimo. Tutti, compresi i genitori, stanno attaccati ai cellulari e il dialogo è rarissimo.

Si può dire che questa situazione sia una conseguenza dell’abolizione dei concetti di autorità e responsabilità che negli ultimi decenni sono diventati bandiere politiche?

In parte sì, ma non possiamo sempre storicizzare le cose. E’ possibile che una radice lontana sia quella, ma nessuno ci ha ordinato di diventare dei bancomat per i nostri figli. Il nostro ruolo di educatori credo debba essere diverso.

Essere capaci di dire no?

Assolutamente.

Lei ha parlato anche di indifferenza emotiva da parte dei giovani, che cosa intende?

I giovani sono stati assorbiti dal mondo virtuale, ad esempio dei videogiochi o della playstation. Quello che è accaduto l’altra notte assomiglia ai peggiori giochi da playstation dove fai esattamente quelle cose lì, e questo non lo dice mai nessuno. Sono repliche di alcuni giochi che vanno per la maggiore dove si uccide la prostituta e la si schiaccia con la macchina. In questo modo guadagni dei punti e vinci il gioco. L’indifferenza verso gli altri alla lunga diventa un fatto culturale: devi sentirti vincitore sempre, anche quando litighi.

L’idea del genitore o del professore “amico” è stata fallimentare?

Sì, l’amico adulto non serve a niente se non a far danno. Dobbiamo distinguere i ruoli e dare noi l’esempio. Vorrei chiedere ai genitori di questi ragazzi e a quelli della vittima che ora chiedono giustizia girando con le mazze che idea del loro ruolo educativo abbiano.

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