PAPA NEGLI EMIRATI ARABI/ Francesco, il tempo supplementare della libertà di Dio

Sono tre le chiavi di lettura con cui accostarsi al viaggio del Papa negli Emirati Arabi Uniti, il primo di un successore di Pietro nella Penisola araba

04.02.2019, agg. alle 07:45 - Federico Pichetto
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Papa Francesco (LaPresse)

Sono tre le chiavi di lettura con cui accostarsi al viaggio del Papa negli Emirati Arabi Uniti, il primo di un successore di Pietro nella Penisola araba. Come Francesco col Sultano, otto secoli fa, anche quella attuale di Bergoglio è una visita anzitutto politica che rompe gli schemi: le continue tensioni cui è esposta la pace fra le grandi potenze del pianeta sono, per il Pontefice, frutto degli equilibri malati su cui si regge la geopolitica mondiale.

Così Bergoglio, partendo da Panama e passando per Abu Dhabi – con uno sguardo a Pechino – prova a divincolare il cristianesimo dall’Occidente dei Trump e dei Putin per ridonargli quell’autonomia e libertà capace di andare oltre il fragile destino dei singoli uomini.

È in corso un processo di de-occidentalizzazione del cristianesimo fortemente voluto da Francesco, con l’obiettivo di ridare alla cristianità quella velocità di azione che sola può garantire rispetto alle minoranze cristiane nei paesi islamici e autorevolezza alla Chiesa nelle questioni internazionali. Ma il messaggio politico è ancora più radicale: visitare gli Emirati Arabi, prendendo le distanze dalle politiche americane e russe, significa mettere sullo stesso piano, in termini di capacità distruttiva per l’Europa, il fondamentalismo islamico e il populismo nazionalista occidentale in un tentativo di costruire un’alleanza tra le forze realmente religiose del globo.

Ed è proprio il significato religioso a costituire la seconda chiave di lettura del viaggio del Papa: sarà il potente Imam Ahmad Muhammad Al-Tayyib a guidare il Pontefice durante tutto il viaggio, un Imam che Bergoglio ha già incontrato diverse volte – la più celebre al Cairo nel 2017 – con il dichiarato tentativo di isolare gli estremisti e intrecciare il filo del dialogo con l’islam in una sorta di mutua fraternità che prepari la strada alla ricostruzione di uno spazio civile comune, quando la cristianità classica sarà definitivamente collassata e i musulmani avranno raggiunto, se non superato, il numero dei cristiani sulla terra.

Il Papa cerca pace, cerca nuova forza, cerca un terreno di incontro fecondo che renda la Chiesa di Roma protagonista di un incontro fra culture foriero di nuove forme di vita e di società. È pertanto un viaggio profetico questo, che accredita il Vescovo di Roma come interlocutore per tutto il mondo islamico, con quella bimillenaria vocazione ad esserci che ha reso la Chiesa cattolica nei secoli semplice come una colomba, ma astuta come un serpente (i cui frutti sotterranei si sono visti in questi giorni nel pronunciamento storico di liberazione di cui ha potuto beneficiare Asia Bibi, la contadina pachistana finita nelle patrie galere solo perché cristiana).

Bergoglio ha in mente tutti questo, ma non solo: c’è una terza chiave di lettura – squisitamente spirituale – in questa visita-blitz di quarantott’ore, una chiave di lettura che ci interessa tutti. Con questo viaggio, infatti, il Papa indica ai cristiani la stessa audacia di Cristo che, spinto dai suoi concittadini sul ciglio di un dirupo, non ebbe paura, ma cominciò semplicemente a mettersi in cammino in mezzo a loro. È questo invito a camminare laddove nessuno camminerebbe a costituire il vero messaggio di questa storica visita: osare strade nuove, aprire vie inattese, cominciare là dove nessuno oserebbe iniziare. E qui la geopolitica cede il passo alla vita quotidiana in un pressante appello a non disperare, a non considerare niente come perduto, a scommettere dove nessuno mai scommetterebbe: in un matrimonio che sembra ormai irrimediabilmente perso, in un lavoro per cui non c’è più speranza, in un figlio che ci appare distante e irraggiungibile. Il Papa con questo viaggio ci dice che in tutte le partite della vita c’è un tempo supplementare in cui entra in campo Dio. E che il compito dell’uomo, Pontefice o poveretto che sia, alla fine sia soltanto uno: quello di fidarsi del Mistero e di permettere a Cristo di entrare in campo. Certi che le cose ripartano non per una strategia, ma per un atto di vera libertà capace di far largo, anche nel cuore dell’inverno, ad un’inaudita primavera.

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