DISTRIBUZIONE/ Dialogo, trasparenza, collaborazione: le armi per affrontare la crisi

- Chiara Bandini

Il retail chiede un Tavolo con industria, mondo agricolo e istituzioni. E incassa l’approvazione della legge contro le pratiche commerciali sleali

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Foto di Igor Ovsyannykov da Pixabay

I costi aumentano, i prezzi (per ora) molto meno. Il fatturato del food & beverage nei primi otto mesi del 2021 ha fatto segnare un incremento del 5,7%, contro un aumento del 5,3% della produzione. Un gap molto ridotto, che testimonia come l’apprezzamento della produzione alimentare, nel corso dell’anno, sia stato modesto. Federalimentare lo definisce “inadeguato e insoddisfacente”. E questo alla luce dell’aumento costante e significativo del costo delle materie prime alimentari: Coldiretti riporta infatti un incremento medio del 32,8% registrato a settembre 2021 rispetto allo stesso mese del 2020, con i cereali cresciuti del 27,3% lo zucchero del 53,5% e i grassi vegetali del 60%. E a questo si deve aggiungere anche l’allungo delle tariffe dei servizi generali, con energia, imballaggi, caro noli e caro container in prima fila.

Una situazione esplosiva che mette a dura prova i rapporti degli attori dell’intera filiera alimentare. E che vede la distribuzione, quale ultimo anello dalla catena prima dell’approdo al consumatore, chiamata a recitare un difficile quanto necessario ruolo di intermediazione. Difficile, perché gli interessi in campo di mondo agricolo, industria di trasformazione e retail sono per loro natura divergenti. Necessario, perché il rischio, qualora non si riescano a individuare soluzioni per affrontare in modo condiviso la complicata fase contingente, è vanificare i vantaggi non replicabili connessi alla fase di ripartenza ed espansione del Pil e dei mercati: si arriverebbe infatti a trasferire necessariamente una parte significativa dei rincari al cliente finale, che già, secondo recenti rilevazioni di Ipsos, mostra preoccupazioni per gli impatti degli aumenti dei prezzi sul bilancio familiare (apprensione condivisa dal 67% degli italiani) e teme di non riuscire a far fronte a spese impreviste (76%).

Un pericolo da scongiurare, quindi, come conferma la stessa Federdistribuzione. Che in una lettera aperta, scritta a metà ottobre insieme a Centromarca, aveva già sollecitato alle istituzioni un dialogo. E che in queste pagine de Il Sussidiario torna a ribadire con forza la necessità di un confronto. “Nelle ultime settimane – spiega Carlo Alberto Buttarelli, Direttore Ufficio Studi e relazioni di Filiera di Federdistribuzione – sono stati aperti dal Ministro dell’Agricoltura, Stefano Patuanelli, molti Tavoli relativi a specifiche filiere: penso al caso del grano come anche a quelli del pomodoro, della carne suina e di quella avicola, per portare solo alcuni esempi. Detto questo, credo che la costituzione di un Tavolo generale potrebbe consentire una lettura più trasversale delle criticità che insistono sul mondo agricolo, sull’industria e sul commercio. E potrebbe rappresentare una valida occasione di confronto con il Governo, così da comprendere quali leve quest’ultimo è in grado di mettere a disposizione del sistema agro-alimentare per affrontare le attuali difficoltà di mercato”. Misure che, secondo Federdistribuzione, si dovrebbero concentrare su alcuni precisi asset tra cui si contano l’aiuto alle famiglie attraverso una detrazione Irpef del 20% sull’acquisto dei prodotti per l’infanzia, il mantenimento del cashback per i redditi medio bassi, l’intervento sul cuneo fiscale, cui affiancare un sostegno alle imprese grazie a una riduzione dell’Irap e a un innalzamento della misura del credito di imposta.

Punti di incontro e di scontro

Il retail insomma lancia un appello al dialogo, nel segno della responsabilità. “Dobbiamo fronteggiare una spinta inflattiva che, secondo gli istituti finanziari, si potrebbe concludere nella prima parte del 2022, ma che, avendo portata globale, potrebbe riservare anche andamenti inattesi – osserva Buttarelli -. Per questo è necessario che si trovi una linea d’intesa lungo la filiera”. Un obiettivo per nulla scontato, se si considera che nelle ultime settimane si è assistito a un più che vivace botta e risposta tra la stessa Federdistribuzione e la parte industriale, rappresentata da Centromarca. Quest’ultima, replicando a “recenti dichiarazioni rilasciate da esponenti di aziende della moderna distribuzione”, ha sottolineato come sia “improprio e fuorviante sostenere genericamente che eventuali aumenti di listino sono ‘ingiustificati’, aggiungendo che “anche in un contesto di straordinarie tensioni inflattive che investono i mercati delle materie prime, l’industria dei beni di consumo di Marca mantiene come fondamentale obiettivo garantire prodotti con il più corretto rapporto qualità/prezzo, attraverso le strategie aziendali più opportune”. E la risposta non si è fatta attendere. “È improprio che l’Industria di Marca cerchi di attribuire al mondo della distribuzione responsabilità sugli effetti degli aumenti dei prezzi che hanno investito alcune materie prime e l’energia – ha ribattuto il Presidente di Federdistribuzione, Alberto Frausin -. L’aumento dei costi riguarda indistintamente sia il comparto produttivo sia quello distributivo, ma su quest’ultimo impatta in maniera ancora più significativa, essendo un settore dalla redditività più contenuta rispetto all’Industria di Marca. Ci auguriamo quindi che quest’ultima dimostri lo stesso senso di responsabilità al quale dichiara di richiamare il nostro settore. Da parte nostra, continuerà l’impegno a tutelare il consumatore finale a fronte di aumenti che non tengano conto anche del contesto economico e sociale in cui si trova il nostro Paese”.

Il che, tradotto in altri termini, significa limitare eventuali fenomeni speculativi, che in un contesto tanto complesso potrebbero affacciarsi al mercato. “Al momento – rileva Buttarelli – non è in realtà ancora chiaro quanto possa incidere la spinta in questa direzione. Possiamo però dire che rileviamo richieste di aumenti molto differenziati anche all’interno delle stesse categorie merceologiche”.

Stop alle pratiche commerciali sleali

In attesa del confronto tra le parti auspicato (anche) dalla distribuzione, va detto però che l’intero mercato agroalimentare – compreso quindi il retail – incassa una buona notizia, destinata a mettere ordine nelle relazioni di filiera, a beneficio di tutta la parte sana del settore: la Direttiva Ue contro le pratiche commerciali sleali è diventata legge. Il Consiglio dei ministri ha infatti dato il via libera definitivo al Decreto legislativo che fa scattare il divieto per 16 casi di specie, che spaziano dal rispetto dei termini di pagamento (non oltre 30 giorni per i prodotti deperibili) al divieto di modifiche unilaterali dei contratti, dalle limitazioni delle vendite sottocosto alla fine delle aste online al doppio ribasso. Una misura quest’ultima particolarmente attesa dal settore. “Avrà un effetto positivo – dice Buttarelli – perché porrà fuori dal mercato i soggetti più spregiudicati, sostenendo invece le realtà più deboli, ovvero i produttori”.

Ma non solo. Rappresenta infatti il giusto riconoscimento all’operato delle insegne distributive più virtuose. “Ci sono pratiche – afferma Maura Latini, Ad di Coop Italia – che riteniamo scorrette e che non abbiamo mai agito, come appunto le aste al ribasso. E questo perché il rapporto che lega Coop ai suoi fornitori è da sempre fatto di rispetto, collaborazione e crescita comune”. Una scelta che, alla prova dei fatti, risulta essere positiva non solo per la catena, ma per l’intero comparto. “Sono convinta – continua Latini – che con questo approccio Coop ha contribuito a migliorare la qualità dei prodotti acquistati dai nostri soci e clienti, ma allo stesso tempo ha anche migliorato la capacità delle imprese, che insieme a Coop hanno aiutato con professionalità e cuore, a guardare avanti. Sappiamo che a volte chiediamo ai nostri fornitori di fare un grande salto in avanti, ma questo fa progredire la filiera, Coop e le produzioni italiane. È una collaborazione in cui ognuno spinge l’altro a migliorarsi e fa bene al Paese”.

Il valore dell’equo compenso

Un approccio che naturalmente trova nella parte economica il proprio cuore. Lo dimostra la messa a sistema di contratti trasparenti e improntati a un’equa remunerazione tra la distribuzione e il mondo agricolo. Già, perché va ricordato che, attraverso le proprie marche private, anche le insegne recitano un ruolo, e non secondario, nel perimetro dell’industria di trasformazione. I retailer sono infatti legati da accordi, spesso molto stretti, con i cosiddetti copacker, aziende cioè che producono le linee di prodotti a marchio delle stesse insegne. “Con i nostri partner – commenta Buttarelli – si creano collaborazioni improntate alla trasparenza. E questo vale, naturalmente, anche in tema di costi. Le remunerazioni sono infatti costruite su un giusto riconoscimento assicurato a tutti gli attori della filiera”.

E non si tratta solo di teoria, come dimostra il caso della stessa Coop che ha recentemente siglato un Protocollo di intesa con Confagricoltura, con l’obiettivo dichiarato di “mettere a punto – spiega Latini – un modello economico capace di considerare e remunerare in modo equo tutti gli attori della filiera, dal produttore al consumatore, con un approccio che garantisca la distribuzione del valore, la condivisione dei rischi e delle opportunità economiche, maggiore reciprocità così come un giusto prezzo di vendita per il consumatore. Con l’accordo, che ha una durata biennale con possibilità di rinnovo, si intende insomma puntare all’individuazione di possibili meccanismi per un’equa remunerazione e un prezzo condiviso che esuli dalle oscillazioni e sia in grado di rimanere inalterato, entro un tempo stabilito, rispetto alla variabilità a cui sono soggette le due filiere prese al momento in considerazione, pomodoro da industria e del suino. Allo stato attuale il progetto è infatti limitato ai due comparti e per il futuro attendiamo sviluppi. È certo però che le emergenze degli ultimi periodi confermano che questo approccio è un percorso corretto, da verificare e affinare, ma la direzione è, secondo me, quella giusta”.

Una direzione che si inserisce peraltro nella più complessiva strategia che guida complessivamente l’insegna nella gestione di propri prodotti a marchio. “Stiamo lavorando – racconta Latini – perché la nostra Marca del distributore possa farsi promotrice di un prodotto che riesca a unire, alla maniera di Coop, la sostenibilità e l’eticità dei prodotti con costi ragionevoli per i consumatori. Eticità e sostenibilità non devono essere a disposizione solo per chi ha maggior reddito. E stressando questi concetti ci siamo avventurati su ambiti di evoluzione del prodotto a marchio. Stiamo lavorando, per esempio, sulla riduzione della plastica e abbiamo per primi messo a scaffale la nostra bottiglia di plastica riciclata al 100%. Stiamo poi lavorando sulla salute animale: siamo, per esempio, gli unici a non tagliare le code ai nostri suini. E ancora siamo stati i primi a certificare tutta la filiera dell’uovo da galline allevate a terra e gli unici, per ora, a espellere il glifosato dalla coltivazione dei nostri prodotti freschi. Tutte scelte che possono fare da volano per la trasformazione del mercato, verso una sostenibilità di sostanza e non di facciata, che richiede decisioni forti e chiare. Per citare un solo dato, la nostra scelta di non impiegare antibiotici in allevamento nelle filiere Coop con i nostri oltre 100 milioni di avicoli complessivamente coinvolti è stato uno degli acceleratori principali per portare il comparto a una riduzione complessiva degli antibiotici di quasi il 90% a livello nazionale nell’ultimo decennio”.

Non tutto è oro però quel che luccica. “Il riconoscimento di un giusto compenso nel caso delle private label, spesso selezionate in considerazione della variabile del prezzo – spiega Buttarelli -, consente alle marche private dei distributori minori spazi di manovra rispetto a quelli a disposizione dell’Industria di Marca”. Come dire, insomma, che l’impatto di una possibile spinta inflattiva qui si potrebbe sentire più forte.

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