IDEE/ 2. Fiori e diamanti, una “parabola” per spiegare la crisi

- Mauro Artibani

Attraverso una storiella, MAURO ARTIBANI ci spiega come si è giunti alla crisi e cosa occorre sperare per invertire una tendenza che rende alla fine tutti più poveri

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“Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori”: struggente l’afflato poetico. Quello prosaico mostra invece un però: diamanti e fiori sono appetiti dai più, il letame meno. Il valore di quelle merci non sta nell’essere quel che sono, quanto nella capacità di soddisfare quegli appetiti. Pochi diamanti, la fame resta insoddisfatta; tanto letame invece, tanti fiori fino a ingozzare. E, seppur io-tu-noi, quasi tutti, metti caso li vogliamo ma non possiamo averli, quei diamanti e quei fiori fanno pari: si opacizzano, appassiscono. Lasciati là perdono valore, valgono meno, anzi niente. Quei pochi diamanti diventano troppi; i fiori, ancor di più.

Così quando ci si mette una carestia, che dagli anni ‘80 riduce il trasferimento delle risorse economiche centellinando quel puzzolente “sterco del diavolo”, una falcidia avviluppa il mondo sviluppato che solo il profumo del credito riesce a contrastare. Così, foraggiati ben bene e affrancati dall’olezzo, prima i “prime” poi i “sub-prime”, acquistando case su case, potranno avere poi pietre preziose e fiori, tanti fiori. Tutto laicamente, rigorosamente a debito.

Questa la parabola di un’iperbole che sale sale sale finché può poi scende, anzi deflagra. Brandelli si spargono dappertutto, pezze nascondono buchi, rattoppi cuciono strappi, colle incollano lacerti. Ci fu chi guadagnò da tutto ciò, pure chi ci rimise; chi improvvido investì in quel debito fasullo e chi dopo averlo fatto non poté ripagarlo. Molti, troppi persero il lavoro, ancor meno sterco in giro, meno puzza. Quando poi con quel che resta si pagano bollette, abbonamenti e canoni, non resta niente.

Beh, allora, puzza per puzza meglio quella di letame; tertium non datur. Si è fatto il tempo del nuovo valore, giust’appunto quello del letame. La fisiologia animale lo rende disponibile, se non per fare fiori, per fare grano, foraggio; quel che serve almeno a dare ristoro agli antichi bisogni. Buona pure l’acqua di stagno dove, chi non ha da fare, guarda girini diventare rane; ciccia insomma. Pure il mare sta lì per pescare; i boschi per cacciare e, giacché ci siamo, i campi per raccogliere funghi, radici, bacche e frutta. Le frittelle con foglie di acero si dicono buonissime.

Poi ci si fa virtuosi: chi cacciatore caccia più di quel che mangia lo scambia con chi ha raccolto più di quanto usa. Certo, in questo passato, pure remoto, dove ci si va a cacciare non splende certo il sol dell’avvenir. E sì, indietro tutta e chi ci rimette ci rimette! I Puzzoni, per esempio, quelli che nelle tasche hanno trattenuto sterco ma che non vogliono sguazzare nel letame: stanno tra quelli che lavorano le merci, quelli che ne fanno prodotto, quelli che lo vendono e pure in chi le compra.

Dare tempo a quel tempo della crisi che sgonfierà pure le loro tasche dei risparmi, allora alzeranno bandiera bianca. Allora appunto, solo allora, vorranno riallocare il mal allocato se vogliono far conto su quelli che non hanno. Avranno così l’onore delle armi e potranno tornare, vivaddio, a fare quel che sanno fare: pure i diamanti e, stavolta non per coprire poco commendevoli olezzi, pure i fiori.

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