BITCOIN/ La truffa che qualcuno finge di non vedere

La catena di Sant’Antonio 4.0 si chiama Bitcoin. Una truffa, punto e basta. Il nuovismo positivista della Silicon Valley non c’entra. E anche Israele lo contrasta. SERGIO LUCIANO

28.12.2017 - Sergio Luciano
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La catena di Sant’Antonio 4.0 si chiama Bitcoin. Una truffa, punto e basta. Il nuovismo positivista della Silicon Valley non c’entra. Non c’entra l’innovazione, non c’entra il progresso, non c’entra l’automazione. È pura truffa. Questa nuova moneta digitale (in tanti ne parlano al plurale (“criptovalute”), come se ce ne fossero molte, ma è solo un modo di esprimersi che rientra nella truffa, perché millanta l’esistenza di un fenomeno mentre c’è un solo caso di rilievo) semplicemente non ha alcuna attinenza con la realtà dell’economia. Quindi costituisce un’unità di scambio disancorata da qualunque parametro e originata non dal calcolo economico di un’autorità collettiva riconosciuta, come sono oggi anche nel più derelitto Paese del mondo le banche centrali, ma dall’arbitrio di privati cittadini che formulano bitcoin sui loro computer come se stampassero banconote del monopoli, ma che – miracolo! – riescono per ora a farsi prendere sul serio da un po’ di sprovveduti. 

Com’è possibile una simile assurdità? Diciamolo chiaramente. Come ripeteva John Kenneth Galbraith, la Borsa è quel luogo che periodicamente provvede a separare il denaro dagli imbecilli. Ecco: per questo, la Borsa – ma in questo caso è più corretto parlare di “mercati finanziari” – ha bisogno spasmodico, come il tossicodipendente della droga, di nuovi miti. E periodicamente se ne inventa qualcuno. Lo esalta, lo accarezza, lo adula, inizia ad attrarvi sopra molti più denari di quanti ne meriterebbero, chi deve guadagnarci perché ha architettato il bluff ci guadagna e poi abbandona al suo destino il falso mito. È la storia di ogni bolla finanziaria, da che mondo è mondo. Solo che stavolta è peggio. 

Spieghiamoci con un esempio relativo a un caso sano di bolla: in questo momento in Borsa a Milano è quotata regolarmente una società, si chiama Bio On, capitalizza circa 560 milioni di euro, mille miliardi di vecchie lire, eppure nel 2016 ha fatturato circa 5 milioni di euro, come un qualunque punto vendita McDonald’s. Com’è giustificabile quest’abissale sproporzione tra il valore di mercato di una società del genere e le sue dimensioni economiche reali? È giustificabile, assai più del valore dei Bitcoin: perché le ricerche di cui Bio On è titolare e sta conducendo a ritmo serrato sullo sviluppo di nuovi materiali avanzatissimi, legittimano le più rosee speranze di business. Appena saranno compiuti gli ultimi, pochi passi scientifici, dicono i sostenitori, Bio On varrà in pieno ciò che la Borsa già esprime, anzi varrà di più, quindi il prezzo attualmente sproporzionato alla realtà economica dell’azienda, se ne rivelerà congruo; verrà “raggiunto” dalla realtà che prefigura. Auguri: si può essere d’accordo o meno, ma il ragionamento fila.

Nel caso del Bitcoin, dietro o sotto le superquotazioni non c’è assolutamente niente, neanche una corsa dei cavalli (che pure esprime un parametro di riferimento, per blando che sia, cioè la prestazione velocistica degli animali, e lo spettacolo che essa offre agli occhi degli appassionati). Il Bitcoin è solo una provocazione intellettuale anarcoide, di pochissimi promotori che pescano nel torbido del giustificato fastidio provato dall’opinione pubblica internazionale, disinformata, contro le banche centrali, quelle che emettono il denaro vero, come se fossero le banche – e non la politica – le responsabili di tanti asimmetrie economiche e ingiustizie sociali che il nostro mondo patisce. Ci stanno antipatiche le banche e i banchieri, non abbiamo quattrini a sufficienza e ce li facciamo da noi: questo è il ragionamento. Roba da bambini di sei anni, o da ubriachi.

Tra tanto dibattere si è distinto due giorni fa Israele, un Paese che fa sul serio nell’arte del governo e soprattutto innova più di tutti gli altri, Stati Uniti e Germania compresi, in proporzione al Pil: tanto per capirci, nessuno può dare a Israele lezioni di innovazione. Ebbene, la Consob israeliana, cioè l’autorità che controlla i mercati finanziari del Paese, ha annunciato che bandirà dalla borsa di Tel Aviv le (poche) società che basano il loro business sulle criptovalute. E non solo per una questione di “salute economica pubblica”. Il Bitcoin viene attualmente utilizzato anche come unità di scambio per controparti clandestine: terroristi, soprattutto, e criminalità organizzata internazionale. Israele non può permetterlo.

Ma, fermi tutti. Se i delinquenti usano i Bitcoin, vuol dire che i Bitcoin hanno valore! Nossignore: può sembrare così, ma non lo è. Ancora una volta, spieghiamoci. Quando si ha a che fare con terroristi e criminali – stessa roba – quale sia il valore sottostante a uno scambio denominato in Bitcoin è evidente, ed è indegno della società civile: è la violenza, e l’omicidio. Se devo comprare un mitra, e sono un militante dell’Isis, come farò? O lo pagherò con contanti che mi saranno stati forniti dall’organizzazione; o lo scambierò con droga o altre merci a mia disposizione. Nel regolare la transazione (“oggi mi dai il mitra, domani ti arriva la coca”) posso farmi bastare una stretta di mano; oppure, se non mi fido, per simulare un patto vincolante posso scrivere su un foglio che quel mitra valle mille o centomila Bitcoin, quanto la coca che domani consegnerò. E se poi la coca non la consegno, cosa succede? Chi mi ha venduto il mitra e non riceve in cambio la cocaina pattuita e denominata in Bitcoin, cosa farà di quel contratto? Lo porterà in un tribunale per ottenere un decreto ingiuntivo? Improbabile, no? Perché lo arresterebbero all’istante!

Il creditore insoddisfatto mette mano alla pistola, viene a cercare l’insolvente e gli spara. O va dal capo, lo denuncia e il capo gli spara. Dunque, se io faccio parte di un gruppo di mille terroristi che hanno deciso di scambiarsi armi e materiali vari o vettovaglie e concordano di fissare per ciascuna transazione un valore in Bitcoin a titolo di promemoria sulle compensazioni da farsi reciprocamente, il miglior notaio del valore di questo contratto saranno le armi: o tieni fede all’impegno, o ti ammazzo. Ma allora, il “sottostante” che rende reale il valore del Bitcoin è la legge della violenza. Pur sempre una legge…

Attenzione. C’è un altro caso, analogo a questo del mitra, non criminale ma illecito, in cui una criprovaluta sembra aver valore e non ne ha: ed è quando uno scambio alla pari di merci lecite (un baratto, insomma: come a scuola quando il compagno di banco ci cedeva la sua merendina in cambio della gomma per cancellare) viene appunto denominato in Bitcoin. Cosa succede se una delle due controparti non onora il baratto e non consegna la merce pattuita in contropartita? Che dovrebbe pagare con i Bitcoin: ma può rifiutarsi, perché un contratto in Bitcoin è illecito in sé, e quindi non impugnabile, in quanto evade qualunque tassazione, che andrebbe ovviamente legata alla valuta legale nel Paese in cui avviene lo scambio. Sarebbe bello se potessimo pagare le tasse in Bitcoin, ma non si può!

Se invece l’azienda A compra dall’azienda B del legname al valore concordato di 1000 euro e lo paga dandole in cambio delle vernici per quel valore, c’è un scambio di fatture su cui si paga l’Iva. E quella la si paga in euro, ahimè: l’Agenzia delle Entrate non accetta mercanzie! In questo caso, tutto è regolare: e se l’azienda B, aperti i barattoli delle vernici, ci trova dentro l’acqua, può denunciare per truffa l’azienda A e trascinarla in tribunale impugnando il contratto di baratto. È la catena del diritto che funziona. Sarà onerosa, sarà inefficiente, ma si chiama civiltà.

Un’ultima annotazione: chi dice che le criptovalute convengono perché riducono l’uso del contante e quindi la dipendenza dei cittadini dalle banche, dice il vero. L’importante è che l’uso delle criptovalute al posto del contante “vero” sia regolato dalla legge, sia dunque “tracciato” dai governi e si svolga in comunità concordi nel riconoscere a quegli scambi una mera funzione rappresentativa di transazioni in denaro corrente che verranno saldate periodicamente a estinzione degli scambi figurativi intercorsi in criptovalute. Come i celeberrimi “miniassegni” che negli anni Settanta integrarono a lungo le monete metalliche italiane. Alla fine, quando ne raccoglievi tanti e li portavi in banca, te li accettavano come denaro!

Per capire meglio cosa significa questa forma istituzionalizzata di metaforizzazione del denaro normale basti pensare a quel che capita in un villaggio turistico: all’ingresso si fa la “strisciata” della carta di credito e si riceve un carnet di buoni (criptovalute pure loro) che si spendono giorno per giorno per comprare bibite e panini. Dopo una settimana si contano i buoni spesi, e la cassa preleva una sola volta dalla carta di credito il corrispettivo in denaro. Due effetti utili: meno costi, perché anziché tante transazioni, ciascuna con una sua commissione, un’unica transazione finale; e nessuna ansia di perdere la carta portandola in giro in spiaggia, in piscina, alla spa. Tutto qui.

Nel caso di Israele, l’uso del contante al fine di evadere il fisco è intensissimo, quasi come in Italia, solo che lì lo sanno e noi fingiamo di non saperlo. E il governo sta pensando per questo di deprimerlo in tutti i modi, imponendo al suo posto la moneta elettronica. Governativa, però, e vincolatissima. Altro che Bitcoin.

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