GEO-FINANZA/ Ue, il conto pronto da pagare se non finisce l’austerity

- Paolo Annoni

Il modello economico dell’Ue a tradizione tedesca deve cambiare. Gli Usa non possono più essere la locomotiva dell’export altrui

Donald Trump
Donald Trump (Lapresse)

Non c’è giorno che passa in cui non si dia notizia degli ultimi sviluppi delle trattative sui rapporti commerciali tra Usa e Cina e Usa ed Europa. La questione è fondamentale e tocca elementi molto profondi delle relazioni economiche globali perché gli Stati Uniti hanno un deficit commerciale di circa 500 miliardi di dollari e l’Unione europea un surplus di oltre 600 miliardi; all’interno dell’Unione poi c’è un Paese, la Germania, che ha il più alto surplus commerciale del mondo, superiore a quello cinese.

A queste latitudini, dove comprensibilmente e inevitabilmente suona la “campana europea”, il cambio di rotta americano sembra incomprensibile e perfino espressione di un’ideologia o di una politica retrograda e “sovranista”; la realtà è che l’attuale assetto con il deficit commerciale americano finanziato a debito è diventato insostenibile e si porta dietro, oltre a squilibri finanziari, anche tante conseguenze “politiche” culminate con l’elezione di Trump; la “globalizzazione” con gli stipendi milionari in qualche decina di chilometri quadrati in California e il resto dell’America deindustrializzata ha presentato un conto salato. Su questa vicenda le posizioni di “Trump” sono in realtà condivise da una corrente trasversale e robusta che attraversa la politica americana. Un’economia globale con tali squilibri commerciali non è sana.

Gli Stati Uniti oggi chiedono un riequilibrio dei rapporti commerciali perché quello attuale non è sostenibile. Il modello europeo esporta disoccupazione e deflazione come ci ricordano sempre più spesso politici ed economisti che nulla hanno a che vedere con la “destra sovranista” . Oltretutto gli Stati Uniti lamentano la competizione scorretta di Europa e Cina. La competizione “scorretta” dell’Europa si esprime nel surplus commerciale completamente fuori scala della Germania, che vale quasi come quello cinese e giapponesi messi assieme, e che è possibile solo perché la Germania compete con una valuta artificialmente svalutata. Lo schema europeo continua con una cronica depressione degli investimenti per evitare qualsiasi rivalutazione del cambio.

Oggi l’economia globale rallenta e rallenta soprattutto perché diminuiscono la domanda cinese ed europea. In questo schema gli squilibri globali rischiano di peggiorare. Gli incentivi in Europa e Cina a esportare in modo ancora più aggressivo o a difendere il surplus commerciale per controbilanciare il calo della domanda interna diventano ancora più alti. In tutto questo il compratore rimane l’America che si trova con il cerino in mano; se continua così alimenta squilibri che la stanno seppellendo, se alza i dazi senza accordo “rovina l’economia globale”. L’accusa europea e cinese all’America di finanze “squilibrate” sia a livello statale che famigliare è profondamente ipocrita, perché senza quegli squilibri il modello europeo non sarebbe possibile.

Pensare di forzare la mano all’America mettendola davanti alla scelta di ridurre i suoi squilibri al prezzo di una recessione globale è molto miope. Alla fine il conto arriva sempre. Soprattutto l’Europa, dove l’economia trainante macina ormai da anni incredibili e contemporanei surplus commerciali e fiscali, non può pensare di scamparla per sempre. Per l’Europa ridurre il surplus commerciale significa cominciare a investire e aumentare la domanda interna, ma questo tocca profondamente il suo assetto. Significa ridurre di molto “l’austerity” e rinunciare a un meccanismo interno che non solo ha fatto la fortuna economica, senza costi, di alcuni Paesi, ma che ha spostato drammaticamente gli equilibri politici a vantaggio di una parte precisa. Significa introdurre un abbozzo di redistribuzione interna che non c’è mai stato. Le resistenze europee sono comprensibili, ma dall’esterno la “colpevolezza” è evidente, così come è evidente la scorrettezza della competizione resa possibile dai difetti di costruzione dell’euro.

Se l’Europa vuole essere un soggetto politico non può non accettare questa sfida e rivedere profondamente il suo modello economico e alla fine politico. Non può non pensare di ritoccare quel surplus e il suo modello ricominciando a investire e rilanciando la domanda. Se non lo fa la prossima recessione o, banalmente, il prossimo assolutamente “normale” rallentamento economico combattuto con ancora più austerity, cambio basso e esportazione determinerà un ulteriore salto della pressione americana. Le pressioni esterne contro il surplus commerciale “scorretto” europeo oltretutto aumentano gli interessi a perseguire una disgregazione. Il consumatore americano che da venti anni traina il mondo, inclusa l’Europa, a debito oggi rischia di scomparire. A quel punto a chi esporteranno i tedeschi e gli europei? A chi venderanno i loro prodotti? I cinesi hanno ben chiaro i termini della questione e sono consapevoli che certi squilibri sono dannosi.

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