SCUOLA/ E se ora Berlusconi mettesse la parità nella sua riforma fiscale?

- Roberto Pasolini

Smascherato con i numeri l’alibi economico, la riforma fiscale a cui si accinge il governo – dice ROBERTO PASOLINI – potrebbe essere finalmente il momento per introdurre la parità reale

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Foto Imagoeconomica

“Una vera libertà di scelta tra scuola paritaria e pubblica è possibile”: così iniziava il suo servizio sulla presentazione della ricerca un commentatore televisivo; “Per lo Stato risparmio garantito”, titolava un quotidiano a tiratura nazionale.

Slogan o realtà? Queste affermazioni mettono la lente di ingrandimento su quanto la ricerca La scelta delle famiglie per la scuola paritaria: un punto di vista economico, può essere capace di dar vita ad una nuova stagione di confronto e di dibattito capace di avviare un percorso politico e legislativo virtuoso verso il compimento della legge di parità 62 /2000.

La ricerca, commissionata prima dell’estate del 2009, aveva un obiettivo fondamentale: “gettare un macigno” nello stagno immobile del dibattito politico sulla parità, un dibattito che anziché proseguire, dopo l’approvazione della legge, si è interrotto, con il risultato che i tre Governi successivi, nonostante i proclami elettorali, si sono limitati a mantenere uno status quo, che in termini di intervento economico significa un forte regresso, vista l’erosione del potere d’acquisto per l’inevitabile inflazione.

Alcuni cavalli di battaglia che abbiamo usato in questi anni nel serrato dibattito politico: libertà di scelta, libertà di educazione, parità quale diritto civile, abbattimento delle discriminazioni economiche, ancorché non ottenuti, sui media non fanno più notizia. Ecco perchè occorreva trovare un taglio di comunicazione diverso, per riattrarre l’attenzione dell’opinione pubblica e del mondo politico e per eliminare, con dati di valore scientifico, alcuni preconcetti, alcune preoccupazioni, alcune valutazioni economiche sostanzialmente prive di fondamento.

Tommaso Agasisti, nel suo articolo pubblicato su questa testata, ha illustrato con dovizia di particolari le caratteristiche metodologiche della ricerca, i risultati e come potrà essere utilizzata quale strumento dalle Istituzioni interessate, MIUR e MEF in primis.

A me sembra opportuno sottolineare, a complemento, il valore politico e sociale di alcuni risultati in grado di aprire ulteriori prospettive.

1. La preoccupazione che maggiori contributi finanziari alle scuole paritarie possano causare la “grande fuga” dalla scuola statale non ha fondamento. Ben il 75% degli intervistati ha affermato che anche se la frequenza alla scuola paritaria fosse gratuita, continuerebbe a far frequentare ai propri figli una scuola statale. Dei rimanenti solo il 6,6% evidenziano una posizione economica tale che un contributo parziale possa far loro scegliere una scuola paritaria. Questo dovrebbe rassicurare le parti sociali e renderle disponibili a valutare la libertà di scelta su un piano diverso.

2. Un secondo risultato significativo consiste nel fatto che “una quota non irrilevante di famiglie (8,4%) sceglie la scuola statale costretta da vincoli economici, pur non concordando con l’idea che debba esistere una sola scuola uguale per tutti”, come ha evidenziato  Luisa Ribolzi. Questo dato mostra l’urgenza di dare ascolto alla voce di cittadini affinché possano esercitare il loro diritto civile di scelta educativa per i loro figli ed indica, inoltre, un reale potenziale target aggiuntivo agli attuali studenti che frequentano le scuole paritarie.

3. Il terzo risultato ci viene dalla simulazione economica presente nella ricerca. Dalle elaborazioni dei dati fatte da Agasisti, le varie ipotesi contemplate (contributi da 500 a 1.500 euro) hanno un denominatore comune: tutti i risultati evidenziano che il saldo tra investimento e ritorno finanziario sarebbe sempre positivo. Un risultato che va controcorrente rispetto alla comune convinzione, soprattutto quella che afferma che “per finanziare la scuola paritaria bisogna sottrarre risorse alla scuola statale”. Il “macigno nello stagno”, cui accennavo all’inizio del mio articolo.

I media sono stati colpiti dal messaggio e trasversalmente tutti hanno riportato il dato relativo ai genitori “costretti a frequentare la scuola statale” ed i dati relativi all’investimento “produttivo” per lo Stato il quale, nel saldo, non avrebbe costi ma utili. Da qui la convinzione che questa ricerca può far cadere l’alibi economico.

Quali sviluppi e prospettive economiche apre la presentazione di questa ricerca e, soprattutto, dei suoi risultati?

Non è ottimismo, ma il momento storico sembra favorevole. Da un lato il Presidente del Consiglio nel presentare i cinque punti dell’azione di Governo per la fiducia ottenuta alla fine di settembre, in un passaggio del suo intervento ha affermato: “ …si sta attuando con una revisione delle imposte locali e delle tariffe a favore dei redditi familiari, anche con un sostegno diretto alla libertà di educazione”, passaggio ripreso e spiegato con forza da Mario Mauro, Maurizio Lupi, Renato Farina, Raffaello Vignali e Gabriele Toccafondi  in un recente articolo pubblicato su questo giornale.

Dall’altro questo si incrocia con la predisposizione della legislazione di delega per l’approvazione del federalismo fiscale e con l’avvio della riforma della scuola superiore nel quale la scuola paritaria deve avere il suo importante ruolo, con la scuola statale, di attore di una funzione pubblica. Come ha ricordato il ministro Gelmini nel suo intervento inviato al convegno, “la scuola è un bene comune che non può essere ridotto ad una sola dimensione: entrambe, sia la statale che la privata, sono scuole pubbliche e possono essere buone o meno buone. Per entrambe è necessario garantire ai genitori la libertà di scelta”.

Da un altro ancora sia il Presidente Schifani nel suo messaggio di saluto: “il punto di vista delle associazioni nel dibattito sulla reale possibilità di scelta scolastica ha oggi la possibilità di essere espresso e dibattuto” sia il ministro Gelmini nel suo intervento: “occorre predisporre uno specifico strumento legislativo che, mettendo al centro la famiglia, ne sostenga lo sforzo educativo attraverso un’adeguata fiscalità che possa consentire una reale libertà di scelta tra la scuola pubblica e privata”, hanno offerto un’apertura politica da tempo impensabile.

Con questa iniziativa, abbiamo messo a disposizione del decisore politico uno strumento che sfata falsi presupposti, basati su prevenzioni ideologiche, dimostra, con la forza del rigore scientifico, che quello economico è un alibi senza un reale fondamento e, soprattutto, che completare il percorso della piena parità avviato con la legge 62 è solo una scelta politica.

Alle associazioni ora il dovere di non demordere e di ritrovare la determinazione e l’unità con la quale si è raggiunto nel 2000 il primo step verso il traguardo per il quale, da tanti anni, abbiamo avviato una battaglia di democrazia. Nell’interesse non solo di studenti e famiglie, ma di tutto il Paese.



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