SCUOLA/ Sechi: la parità ha bisogno del modello-Bersani. E di un libro bianco

A Bologna i referendari giocano la carta del monoteismo laicista contro la cultura liberale di origine risorgimentale. Perché ora non fare un libro bianco? SALVATORE SECHI

19.04.2013 - Salvatore Sechi
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In Italia l’esistenza del monopolio statale dell’istruzione (cioè dell’educazione dei cittadini) viene negata, e quindi giustificata, sostenendo che i privati possono contrastarla liberamente purché non chiedano oneri allo Stato. È la linea di condotta dei “referendari” bolognesi.

Siamo in presenza di una curiosa forma di mercato nell’esercizio di una comune funzione pubblica. Infatti, i due concorrenti sono in una posizione di grande disparità, dal momento che uno (le scuole statali) sono sovvenzionate interamente con le risorse pubbliche (cioè di tutti i cittadini), mentre l’altro (le scuole private, per lo più cattoliche) si alimenta dei contributi delle famiglie e dei cittadini singoli. Gli stessi ai quali vengono prelevate quote di reddito per finanziare gli istituti statali. Pagano, dunque, due volte un servizio di cui fruiscono parzialmente. 

Il Comune di Bologna, nella persona del sindaco Walter Vitali, nel 1994 volle cambiare questa situazione di sperequazione. Lo fece stipulando una convenzione tra le parti e destinando alle scuole paritarie dell’infanzia un finanziamento che oggi ammonta ad un milione di euro.

Attualmente su un totale di 27 di queste scuole, le scuole cattoliche destinatarie del finanziamento municipale sono 25. Per dare un’idea precisa di qual è il rapporto, bisogna tenere presente che a Bologna 8 bambini su 10, tra i 3 e i 5 anni, frequentano le scuole pubbliche. Quelli cattolici assistiti dalla mancia comunale sono circa 1.700. Vale la pena di ricordare anche che, in una situazione terribile di tagli virulenti ai bilanci delle scuole, il referendum sul finanziamento comunale verrà a costare circa 300mila euro, riducendo il budget per le 27 scuole paritarie a 700mila euro.

Chi ha voluto scatenare questa guerra tra poveri? Inizialmente sembrava una vecchia storia, cioè un classico contenzioso tra la vecchia sinistra comunista di Bologna, amante dei compromessi e delle mediazioni, e pezzi della nuova sinistra, più intransigente e anche “ideologica”.

Nella decisione del sindaco Vitali di stipulare la convenzione ci fu sicuramente il desiderio di mostrare come essa fosse un frutto tangibile dell’Ulivo. Rispetto al passato la nuova formazione politica local-nazionale di Parisi-Prodi intendeva segnare una discontinuità, prospettando un nuovo terreno di incontro e di collaborazione tra cattolici e comunisti. Alcuni cattolici furono cooptati nella Giunta comunale e venne siglato un accordo con la Fism, cioè l’Associazione nazionale delle scuole cattoliche. L’operazione ebbe un alto dividendo di immagine per i comunisti, ma costo zero. 

Oggi la situazione – anche economica – è cambiata. È uno dei punti di forza della risposta del sindaco Virginio Merola ai suoi contestatori, fuori della Giunta e del partito (ma anche all’interno, per la verità). Inoltre, il finanziamento alle scuole paritarie non è più una concessione generosa del Principe rosso, ma è legittimato dalle legge 62/2000, che riconosce loro un ruolo preciso, cioè una funzione pubblica. Un ruolo che non può essere disconosciuto se non a prezzo di farsi carco di una discriminazione.

I contestatori, a parte il bigottismo ideologico della libertà di insegnamento “senza oneri per lo Stato”, rilevano un elemento pratico, il fatto che a Bologna il circuito delle scuole comunali non riesce a trovare posto a tutti i bambini che vorrebbero. La lista d’attesa all’inizio dell’anno registrava 463 bambini. Ma questi “esclusi” hanno trovato progressivamente sistemazione grazie all’impegno del Comune che ha aperto 9 classi comunali. Pertanto, oggi il numero degli esclusi rimasti nelle graduatorie di accesso si è ridotto a 103.

C’è dunque un’emergenza-posti nel sistema della scuola pubblica bolognese? In realtà l’emergenza riguarda i costi dell’istruzione per le fasce di età tra i 3 e i 5 anni. La spesa comunale non è in grado, neanche a Bologna, di soddisfare la domanda. Infatti se gli escusi nel settore comunale sono appena 103, nel settore privato (cioè le paritarie) sono stati contati 95 posti vacanti.

Il Comune dovrebbe redigere un libro bianco per accertare 1. se questo “buco” riflette l’indisponibilità di un nucleo di famiglie a iscrivere i propri figli nelle scuole paritarie (cattoliche per lo più); 2. oppure, se il costo dell’educazione delle giovanissime generazioni in questi istituti ha un costo così elevato (si parla di rette di 600-800 euro mensili) da costringere molti genitori a rinunciare.

Dunque, il finanziamento pubblico di cui si chiede l’abolizione sarebbe assolutamente insufficiente a fronteggiare i bisogni reali della popolazione.

C’è poi l’elemento relativo alla parità scolastica. Grazie al ministro (allora Pds) Luigi Berlinguer dal 2000 l’istruzione è un servizio pubblico «costituito dalle scuole statali e dalle scuole paritarie private e degli enti locali». Ne è derivato un sistema pluralistico che non ha più al proprio centro lo Stato-impiccione delineato da un giurista come Vittorio Emanuele Orlando, tanto caro ai vecchi e nuovi giacobini che hanno prevalso sul liberalismo di origine risorgimentale. Ne è un segno la loro avversione alla sussidarietà concepita come un interesse di parte. Tale pluralismo è ben rappresentato da ciò che accade a Bologna con la convenzione tra Comune e scuole paritarie, che è − è bene precisarlo − un contributo erogato dal Comune sulla base di un’intesa tra le parti.

Nel libro bianco che che il sindaco Merola dovrebbe far preparare sarebbe opportuno verificare quanto sia effettivo il pluralismo. La strada mi pare quella 1. di esaminare il livello delle rette pagate alle scuole convenzionate, perché se esse non avessero un costo ragionevole non si potrebbe parlare di effettivo diritto di scelta delle famiglie più povere a favore delle scuole paritarie private; e 2. di esaminare, e pretendere, che l’attività per l’educazione e per l’istruzione delle scuole paritarie non statali non sia inferiore, ma equipollente a quella fornita dagli istituti statali. 

Bologna non può e non deve rinunciare al prestigio che ha conquistato nell’assicurare alla formazione scolastica dei bambini tra i 3 e i 5 anni un regime interessante. Fondato da un lato sulla collaborazione tra l’iniziativa privata e l’amministrazione pubblica; dall’altro su una cultura non monoteistica, ma di avanzata laicità. Essa si traduce non tanto in una lettura bigotta della Costituzione (che non è la migliore del mondo, come ripete chi non ne ha lette altre), quanto in una prassi ultradecennale di eguaglianza e di rispetto di ogni confessione e ideologia, cioè di pluralismo.

Ecco perché sarebbe realmente grave se alla fine il monoteismo laicista avesse la meglio.

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