EUROVISION SONG CONTEST/ Rap, cancel culture e un sapore di già visto e sentito

- Maestro Yoda

È passato anche lo tsunami Eurovision Song Contest, contraddistinto dall’intrusione del rap nella cultura musicale di tutte le nazioni

Kalush Orchestra, Ucraina
Kalush Orchestra, Ucraina trionfa all'Eurovision Song Contest 2022 (LaPresse)

È passato anche lo tsunami Eurovision Song Contest. Secondo molti commentatori, il vincitore era ampiamente annunciato per via del voto solidale con l’Ucraina della maggioranza delle nazioni partecipanti. Il vostro Yoda non ha avuto il coraggio di seguire la manifestazione se non per qualche minuto, ma ha voluto ascoltare le canzoni su Youtube. E grazie a questa analisi si è fatto un’idea ben precisa.

È proprio vero che il sintomo della decadenza di una civiltà è costituito dalla corruzione del costume. L’Europa musicale rappresentata da Eurovision ne è la riprova. Un tempo la fusione delle culture sembrava un fenomeno interessante. Ma oggi l’invasione del rap, meglio, l’intrusione, nella cultura musicale di tutte le nazioni costituisce un fenomeno di grande degrado.

Cosa abbia di musicale il rap, Yoda deve ancora capirlo. Sarà per la veneranda età, ma a lui sembra più che altro uno scioglilingua ritmico che ha molto di tribale. Ci vuole molto a definirlo canzone, vista l’assenza di melodia. Ma tant’è. All’Eurovision la maggior parte dei Paesi vi si è cimentata con risultati davvero modesti. Oggettivamente il tentativo meglio riuscito è parso proprio quello dell’Ucraina, che ha saputo fondere antiche armonie in stile Bregovic con una rappetto piuttosto orecchiabile. Può darsi che avrebbe vinto ugualmente, date le condizioni, anche con una canzone assai peggiore. Ma gli avversari erano davvero scarsi. A parte i maldestri tentativi di fondere il rap con gli stilemi musicali del proprio Paese, tutto sapeva di già visto e sentito. 

Le cose a Eurovision non sono andate meglio sul fronte più melodico: tante copie di cantanti famosi, ma sempre voci così così, niente che assomigliasse ad Adele o a Celine Dion, solo per citarne un paio.

A nulla sono valse le esibizioni all’Eurovision di rutilanti lati b (Spagna) e gli abbigliamenti del tipo “famolo strano” dell’australiano Sheldon Riley e dei nostrani Mahmood e Blanco, mirabilmente freddati da una delle più belle frasi di Osho: “A sapello prima evitavamo de vesticce da deficienti”.

Nel decadimento dei costumi va considerato inoltre lo strabordante inno alla fluidità sessuale che non ha nulla a che vedere con la vera difesa dei diritti. In questo senso l’Eurovision è stata anche la fiera della cancel culture. Così va il mondo. Con l’America sempre più in crisi, ma sempre in grado di esportare deleterio ciarpame, soprattutto in musica. E non solo. 

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