FINANZA E POLITICA/ Conte e la strategia che porta a un flop in Europa

- Giuseppe Pennisi

Questa settimana ci sarà un atteso Consiglio europeo, a cui l’Italia pare arrivare non molto preparata e con una strategia non convincente

Consiglio d'Europa
Consiglio d'Europa (LaPresse)
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A rigor di logica, la definizione della posizione dell’Italia in vista del prossimo Consiglio europeo – l’assise dei Capi di Stato e di Governo dell’Unione europea – dovrebbe essere semplice e lineare:

a) Il Paese – come molti altri dell’Ue (e non solo) – sta combattendo contro una pandemia importata dalla Cina che sta facendo strage, mostrando le carenze del sistema sanitario di fronte a eventi di questo genere, ha bloccato l’economia e causato una gravissima perdita di produzione, di reddito e di occupazione. La contrazione del Pil è stimata al 9,1% per quest’anno e al 4,5% per il prossimo.

b) La situazione della finanza pubblica del Paese non permette una manovra anti-ciclica di dimensioni analoghe a quelle messe in campo da altri: ad esempio, a fronte di quella della Germania pari al 4% del Pil per il 2020, l’Italia ne contempla una pari all’1% del Pil. Il vincolo non è giuridico dato che i pertinenti trattati e accordi intergovernativi sono stati sospesi, ma finanziario: con un debito pubblico che quest’anno raggiungerà il 155% del Pil e il prossimo potrebbe toccare il 170%, si nutrono legittimi dubbi sulla sostenibilità e sulla capacità dei mercati stranieri (dove viene collocato di solito un terzo delle emissioni dei titoli di Stato italiani) di assorbirli senza richiedere rendimenti molto elevati.

c) Di conseguenza, al Consiglio europeo l’Italia dovrebbe cercare di ottenere impegni per finanziamenti rapidi utilizzando strumenti esistenti prima della messa in atto di nuovi veicoli finanziari al fine di: i) rispondere all’emergenza sanitaria; ii) fornire sussidi per la perdita di produzione, reddito ed occupazione; iii) rilanciare l’economia e porla su un sentiero di crescita; iv) mutualizzare il debito aggiuntivo (con i partner dell’eurozona) e renderlo sostenibile per il futuro.

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La strategia dovrebbe consistere nel: a) sigillare quanto già praticamente concordato all’Eurogruppo, ossia il potenziamento della Banca europea per gli investimenti, allo scopo di fornire liquidità per le imprese e il programma Support to Mitigate Unemployment Risks in Emergency (Sure) per alleviare il costo della perdita di lavoro; b) confermare la piena adesione al programma della Banca centrale europea denominato “Pandemic emergency purchase programme” (Pepp), lanciato in questi giorni, che, se usato con abilità, può arrivare a 1.100 miliardi di cui 240 circa da pilotare verso l’Italia nel 2020, nonché da proseguire per il prossimo; c) utilizzare gli strumenti esistenti per mutualizzare già quest’anno il debito aggiuntivo, nella consapevolezza che approntare nuovi strumenti richiede, per approvazioni e ratifiche, molto più tempo di quanto l’Italia non disponga.

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Invece, di fronte sia ai concittadini che al resto dell’Ue (e di coloro che anche altrove seguono queste cose, ad esempio i gestori di fondi d’investimento), l’Italia pare incartata sull’utilizzazione degli strumenti esistenti per la mutualizzazione del debito incrementale dovuto alla pandemia. Il presidente del Consiglio è andato più volte in televisione, quasi sempre in prime time a reti unificate, facendo affermazioni contraddittorie e dando l’impressione che chi lo consiglia conosce poco o nulla sugli strumenti di cui dispone l’Ue. Al Parlamento europeo, i rappresentanti dei partiti e dei movimenti che in patria sostengono il Governo votano su fronti opposti. In Italia, l’Esecutivo vuole evitare che, come di consueto e come già avvenuto in altri Stati Ue, il Parlamento si esprima sulle posizioni (peraltro sinora poco chiare) che il presidente del Consiglio intende prendere nel confronto con gli altri partner Ue. In breve, invece, del percorso lineare una strada che Carlo Emilio Gadda avrebbe chiamato un pasticciaccio brutto.

Il punto centrale riguarda la mutualizzazione del debito incrementale e come raggiungerla. Il presidente del Consiglio vorrebbe che venissero varati coronabond da lui proposti (ma nessuno sa chi sarebbe l’emittente e quali i termini e le condizioni) o alternativamente che un nuovo tipo di bond venisse associato al Recovery Fund proposto dalla Francia (ma anche questo strumento è tutto da costruire). Parte della maggioranza che lo sostiene (e pure buona parte dell’opposizione) non intende chiedere che l’Italia abbia accesso ai due strumenti esistenti: il Meccanismo europeo di stabilità (Mes) e le Outright monetary trasanctions (Omt – pure transazioni monetarie).

Sul Mes, premessa per le Omt, la confusione regna sovrana. In effetti, il “negoziato Mes” riguarda tre trattative differenti: a) la prima iniziata nel 2018, e in sostanza accantonata a fine 2019, relativa alla riforma dell’accordo del 2012; b) la seconda iniziata circa un mese fa e attinente a un nuovo sportello del Mes, privo di condizionalità di politica economica, che sarebbe in vigore per due anni e sarebbe mirato alle spese sanitarie per l’emergenza; c) la terza pertiene all’accesso o meno dell’Italia a questo nuovo sportello, se verrà. L’accesso è una decisione puramente italiana e richiede un voto parlamentare. Se l’Italia non vota a favore del nuovo sportello, resterà isolata nell’eurozona, perché numerosi altri Stati vogliono accedere a tali finanziamenti. A un’analisi costi-ricavi, per l’Italia accedere al Mes (che non fa finanziamenti a fondo perduto, ma credito agevolato) può rappresentare per una somma di 36 miliardi un risparmio di circa 400 milioni rispetto al ricorso al mercato (ossia emettendo titoli di Stato per pari importo). Più significativo il fatto che il Mes è la porta per le Omt, messe a punto dalla Bce nel 2012. Allora, al solo annuncio, fecero scendere gli spread, ma non sono state, sinora, mai impiegate.

Le Omt permettono nella sostanza di “europeizzare” nuovo debito pubblico, obiettivo primario dell’Italia. La decisione di concedere Omt spetta unicamente alla Bce, i cui organi negoziano con lo Stato che vuole usufruirne i termini, le condizioni e le regole di vigilanza. È una condizionalità non differente da quella dei prestiti di cui l’Italia ha fruito in passato, ad esempio, dal Fondo monetario e dalla Banca mondiale come abbiamo ricordato il 30 marzo su questa testata. Si sono scatenate, a torto o ragione, polemiche sulla “cessione”, vera o presunta, di sovranità che tale condizionalità comporta. Conte rischia di tornare con un pugno di mosche dal Consiglio europeo. Con danni per tutti.

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