FINANZA E POLITICA/ I veti incrociati che bloccano la manovra

- Giuseppe Pennisi

Il Governo sta preparando una manovra e non mostra di essere abbastanza coeso per un provvedimento realmente efficace

Matteo Renzi
Matteo Renzi in conferenza stampa (LaPresse)

Immaginiamo che un politologo o un economista italiano sia andato per un paio di mesi a studiare i pigmei ai confini tra il Congo e il Ruanda e sia, quindi, rimasto per tutto il periodo senza possibilità di avere informazioni dall’Italia e di comunicare con amici e congiunti rimasti del Bel Paese. Al suo ritorno, legge, per documentarsi, la Nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza (Nadef) e i maggiori quotidiani. Nessuno gli ha detto che è cambiato Governo e che il nuovo Esecutivo si è dato come attributo sintetico di essere “quello della svolta”.

Dal documento e dai giornali non può che pensare che tutto sia rimasto come prima. Ci sono volti nuovi – ad esempio il Ministro Lorenzo Fioramonti ha sostituito il Ministro Danilo Toninelli come (avrebbe detto Alfred Hitchcock) animatore di moments of comic relief nella pesante attività di governo; la Lega sbraita dall’opposizione, mentre parte delle posizioni dove i suoi erano prima che il nostro partisse ora sono occupate da esponenti di tre partiti di cui uno nuovo di zecca; non ci se la prende con l’Unione europea, ma la si corteggia. Ma in fondo le politiche, le strategie e i programmi economici non sono cambiati. E le liti tra i partner mentre si avvicinano le scadenze del Documento di programmazione di bilancio (Dpb) – 10 ottobre – e del disegno di legge di bilancio – 27 ottobre – sono tali e quali (anche se meno urlate) di quelle che erano per la sua partenza per Bukavu e da lì alcuni giorni di viaggio in Land Rover per raggiungere le tribù di pigmei nella foresta congolese. Il Presidente del Consiglio non è mutato, ma ora come prima (osserva il nostro) pare abbia il ruolo del Kabaka nel Ruanda-Urundi ai tempi del protettorato belga.

Come già rilevato su questa e altre testate, dalla lettura delle 120 pagine della Nadef, si deduce che il Governo opera “nel segno della continuità”. I dati salienti sono eloquenti. La “manovra” sarà attorno a 29 miliardi, in gran parte per sterilizzare le clausole di salvaguardia relative all’Iva (23 miliardi). Di quel che resta, una piccola parte (2,7 miliardi) andrà alla riduzione del cuneo fiscale (non prima del luglio 2020) e il resto in vari piccoli interventi (stabilizzazione dei precari, asili nido, revisioni dei ticket nella sanità e via discorrendo), meritori in se stessi, ma al di fuori di una vera strategia, e anche a progetti (la Banca per gli investimenti pubblici) che sembrano duplicazioni (della Cassa depositi e prestiti e della Banca del Sud).

In effetti, non si vogliono toccare i due provvedimenti bandiera del Governo precedente: quota 100 e reddito di cittadinanza. Per quota 100, una misura triennale, è prevista una valutazione nel 2021 prima di una sua eventuale estensione. Le richieste di valutare il reddito di cittadinanza non hanno avuto risposta nonostante informazioni degli Assessorati regionali, dei Centri per l’impiego e della stessa Guardia di finanza rivelino che il programma pare essere nel caos e che un terzo di coloro chiamati per un colloquio di lavoro non si è neanche degnato di rispondere. Inoltre, si deduce che 7 miliardi e rotti di “flessibilità” che si chiedono alle autorità europee verranno destinati essenzialmente a questi due provvedimenti e ad altre spese di parte corrente poiché esiste una vasta platea di investimenti pubblici già finanziati (e i cui stanziamenti rischiano di andare in perenzione) e in attesa che il ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti e la presidenza del Consiglio completino adempimenti amministrativi in capo a loro.

Anche il quadro macro-economico sembra immutato. Il programma di risanamento della finanza pubblica viene spostato di un anno e si spera che riprenda la crescita quasi automaticamente, senza tenere conto di un contesto internazionale recessivo, dell’aggravarsi di una guerra commerciale e valutaria e della probabile crescita del rapporto tra debito pubblico e Pil, e soprattutto del fatto che – come hanno ricordato gli industriali – le politiche annunciate non prevedono nulla per la crescita.

Per accontentare un po’ tutti i gruppi della coalizione appena formatasi si propongono ben 22 disegni di legge collegati (di cui si conoscono, per ora, solamente i titoli), il maggior numero che si ricordi da quando ogni autunno si appronta una Legge di bilancio (o una legge finanziaria). Eppure nonostante tanta continuità e tanta prodigalità cartacea, il nostro appena rientrato dalle foreste africane constata che regnano malumore e scontento.

Ad esempio, il nuovo socio (Italia Viva) vorrebbe smontare quota 100, ma c’è il veto del Pd che non vuole scontentare la Cgil. Una parte del Pd (che appare al nostro sempre più come un aggregato di differenti tribù della parte del mondo da cui è appena tornato) insiste che per motivi di equità ed efficienza si dovrebbero rimodulare le aliquote Iva e penalizzare l’uso del contante, ma Italia Viva e il M5S hanno eretto insieme un muro. Una parte del M5S (anche qui le divisioni imperversano) propone la riforma del catasto, ma è giunto un altolà. Le anime “verdi” di PD eM5S volevano una drastica riduzione, ove non abolizione, a fine ambientali, dei sussidi al diesel: apriti Cielo!, il ministro dell’Agricoltura (e tutta Italia Viva) sono scesi in campo. Si potrebbe continuare. Il catalogo è lungo.

È arduo stimare se queste differenze verranno appianate prima del Dpb e dell’approvazione del disegno di legge di bilancio. I differenti partiti al Governo (e i gruppi, un tempo si chiamavano “correnti”, al loro interno) rispondono a blocchi sociali e a interessi legettimi molto diversi: si possono attendere imboscate, a suon di emendamenti, durante tutto l’iter parlamentare della Legge di bilancio. Si può dire che ciò avveniva anche in passato. È vero. La situazione, però, è esacerbata dal fatto che questo quadripartito anomalo è una coalizione nata per necessità (il timore delle urne) tra avversarsi ed ex-amici scissionisti.

Così come si è tratta la lezione che sarebbe auspicabile unificare Nadef e Dpb. Credo che da questa situazione emerga chiaramente che una legge elettorale proporzionale (come quella a cui pare che il Governo – o parte di esso- stia lavorando) potrebbe, senza correttivi, rendere permanenti alleanze instabili e, quindi, prive di una politica economica coesa.

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