FRUTTA/ Siccità e mancanza di manodopera mettono a rischio i raccolti

- Chiara Bandini

Le scottature da caldo arrivano a provocare perdite fino al 70%. E intanto manca personale per la raccolta. Anche a causa del Reddito di cittadinanza

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(LaPresse)

La frutta è stretta in una morsa. Da una parte, c’è l’ondata di siccità. Coldiretti denuncia che il caldo torrido sta “bruciando” la produzione dei campi, con ustioni che provocano perdite vicine, in alcune zone, al 70% del raccolto. “Le scottature da caldo – spiega l’associazione – danneggiano in maniera irreversibile la frutta, così come la verdura, fino a rendere la produzione invendibile.

Si cerca di anticipare il raccolto quando possibile o si provvede al diradamento dei frutti sugli alberi, eliminando quelli non in grado di sopravvivere, per tentare di salvare almeno parte della produzione”. Ma il problema ormai c’è e va ad aggravare l’impatto devastante della mancanza d’acqua e delle alte temperature sulle produzioni nazionali con danni che, secondo Coldiretti, superano ormai i 3 miliardi di euro.

Dall’altra parte, avanza però anche un’altra emergenza: la carenza di manodopera disponibile a occuparsi della raccolta. A lanciare l’allarme è Confagricoltura Bologna, che non nasconde forti preoccupazioni: “Ora che la campagna della frutta estiva è nel suo clou – afferma la confederazione in una nota – la carenza di lavoratori si sta manifestando in tutta la sua drammaticità, con danni economici sulle imprese agricole, che si riflettono lungo tutta la filiera, arrivando sino al consumatore. Quando il prodotto immesso sul mercato è infatti minore rispetto alle aspettative, il suo costo cresce e questo pesa sulle tasche dei cittadini già gravati da numerosi aumenti”.

La situazione è dunque molto difficile. E non si tratta solo di un j’accuse lanciato dagli uffici delle associazioni di categoria. Lo dimostra il caso, concretissimo, di Andrea Cavani, produttore frutticolo di Bazzano: “La mia azienda agricola è stata costretta a buttare oltre 15 quintali di ciliegie – dice Cavani -. Il calendario di raccolta non fa sconti: i frutti sono da staccare quando giungono a maturazione e purtroppo non ho trovato le risorse necessarie per completare le operazioni nei tempi che detta la natura. Per cercare di limitare i danni e di evitare ulteriori sprechi ho fatto il possibile, tutti i membri della mia famiglia si sono prodigati nella raccolta, compreso mio padre che, a 80 anni, si è rimboccato le maniche e ha cercato di aiutarmi”. Ma il peggio potrebbe ancora venire. “Ci apprestiamo a iniziare la campagna delle pere, per la quale stimiamo un raccolto di circa 4.000 quintali, e da settimane sto cercando le ultime figure che completeranno lo staff di raccolta – aggiunge Cavani -. Spero di non essere di nuovo costretto a buttare il mio prodotto. Non voglio e non posso permettermelo, considerando anche i costi di produzione di cui mi sono già fatto carico”.

Alla radice del fenomeno – suggerisce Confagricoltura Bologna – vi è con buona probabilità un mix di fattori: la pandemia, che ha reso più complicati gli spostamenti dei lavoratori stranieri, incappati inoltre nelle difficoltà burocratiche relative al Decreto Flussi 2021; il boom di assunzioni in altri settori come quello edile e logistico; e, non ultimo, il Reddito di cittadinanza, “il cui fine – osserva la Confederazione – è spesso offuscato da un utilizzo che non soddisfa totalmente le aziende”. 

Un punto, quest’ultimo, su cui occorre intervenire. E occorre farlo presto. “In tutto il mondo è pensiero comune che in futuro si assisterà a una meccanizzazione della raccolta dei prodotti – commenta Guglielmo Garagnani, presidente di Confagricoltura Bologna -, ma intanto bisogna ragionare anche sul presente. Oltre a sviluppare campagne rivolte ai giovani, che possono essere interessati nell’alternanza tra lo studio e il lavoro per il periodo estivo, vogliamo dunque operare in sinergia con le istituzioni per sensibilizzare coloro che utilizzano la Naspi o il Reddito di cittadinanza e spiegare che, con il lavoro stagionale, a certe condizioni, questi ammortizzatori sociali non cessano di funzionare, ma vengono semplicemente messi in pausa, prima di ritornare attivi quando termina il rapporto di collaborazione. In molti non conoscono queste procedure e rinunciano così alle proposte di lavoro che arrivano dalle nostre aziende agricole”. 

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