IL BUCO/ Da Spagna e Netflix un film “politico” con una scelta curiosa

- Emanuele Rauco

Il film d’esordio di Galder Gaztelu-Urrutia, disponibile su Netflix, ha un chiaro sotto-testo politico e si fa apprezzare

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Una scena del film
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Chiuso dentro quattro mura, con solo due (o tre) personaggi per volta a interagire e un meccanismo atroce da sfidare: Il buco sembra inconsapevolmente il film-metafora di questo isolamento pandemico. Il film d’esordio di Galder Gaztelu-Urrutia, su Netflix dopo un ottimo successo festivaliero, prosegue la scia di buoni prodotti di genere spagnoli su cui la piattaforma si sta buttando da qualche tempo a questa parte.

Il protagonista si sveglia in una stanza, assieme a un vecchio. Sono tutti e due dentro una sorta di futuribile prigione in cui vige un’unica regola: il cibo che mangiano sono i resti del piano di sopra, più sono in alto, più possono mangiare, più sono in basso più rischiano l’inedia. Ogni mese, il piano in cui si trovano cambia e tanto la sopravvivenza quanto la sanità mentale sono sempre più a rischio.

Sull’onda dei film “gioco” in cui gli esseri umani sono tanto vittime quanto carnefici, David Desola e Pedro Rivero scrivono un dramma vicino alla fantascienza in cui l’ingranaggio narrativo serve per farne un dramma metaforico ed esplicitamente politico sulla guerra tra poveri che è la faccia viscida della lotta di classe (“Quelli di sopra non ascoltano i comunisti”, dice il vecchio a inizio film).

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Come “La casa di carta“, che è la vera chiave di volta di questa ondata che sta investendo (e su cui investe economicamente) Netflix, Il buco non va per il sottile, è esplicito nel suo sotto-testo politico, ma allo stesso tempo ha un certo equilibrio nell’alternarlo all’intrattenimento: pur grossolanamente, Gaztelu-Urrutia è efficace nel costruire la tensione attraverso la repulsione ben temperata, nel giostrare esposizione delle regole e reticenze, nel raccontare il passato e nel progettare il futuro per mettere alla berlina l’irrazionalità delle forme autoritarie, di cui il carcere è una delle più inumane, in quanto pienamente democratica.

Ma il regista amplia il discorso – con tutti i rischi e gli scivoloni che questo comporta – a una sorta di manifesto universale sulla solidarietà e la responsabilità verso chi “sta sotto di noi” ed è curioso lo faccia con i registri con cui invece il cinema ha affrontato il nichilismo e l’auto-distruzione del genere umano (vedasi il cinema di Ferreri o, più affine a Gaztelu-Urrutia, Gilliam), come il grottesco, il deforme, il repellente attraverso l’istinto più primario, la fame portata al suo assoluto degrado.

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Il buco mostra in più di un’occasione la corda, sia dal punto di vista concettuale, sia in fase di realizzazione, ma è un film in cui la sua anima grezza, spiccia, anche greve come può (deve?) essere un B-Movie lo rende efficace, grazie anche alle facce di attori poco conosciuti (memorabile il vecchio di Zorion Eguileor ed è un piacere ritrovare Antonia San Juan, indimenticabile Agrado in Tutto su mia madre di Almodòvar) e a un modo di attaccare il genere e fare in modo che parli al pubblico anche dopo la sua chiusura.

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